UCRAINA: Il figlio di Biden e l’oligarca corrotto. Una storia di ordinaria ipocrisia americana

Il vice presidente americano Joe Biden si è recentemente recato a Kiev per incoraggiare le autorità locali a fare di più contro la corruzione che, lo sappiamo, è endemica in Ucraina. Biden ha anche ricordato come il sistema oligarchico, che non è certo caduto con Yanukovich, e anzi adesso controlla direttamente il paese, sia il principale freno allo sviluppo dell’economia e favorisca fenomeni di clientelismo e, appunto, corruzione.

Tutte cose sacrosante, per carità, non fosse che il figlio del signor Biden è attualmente nel board direttivo di una azienda energetica ucraina, la Burisma, specializzata nel settore del gas naturale. Hunter Biden, questo il nome del figlio vicepresidenziale, è nel direttivo della Burisma dall’aprile 2014. Un tempismo perfetto, poiché proprio dall’aprile 2014 la Burisma è finita sotto la lente dell’agenzia anti-corruzione britannica, il Serious Fraud Office, per 23 milioni di dollari depositati dalla Burisma Holding su conti londinesi. Soldi che, secondo i britannici, “sono stati illecitamente sottratti al popolo ucraino” e che per questo sono stati congelati in attesa di chiarimenti. Certo non li ha sottratti il giovane Biden, ma l’oligarca Mykola Zlochevsky con cui, però, Hunter Biden adesso è socio. Non è peregrino ricordare che Zlochevsky è l’attuale ministro per l’Ambiente ucraino.

Dunque abbiamo oligarchi, corruzione e nepotismo intorno alla figura del giovane Biden, figlio di cotanto padre che sulla lotta ai suddetti mali va a dare lezioni a Kiev. Certo non una bella figura per l’amministrazione americana. Dopo l’oleodotto di Dick Cheney in Kosovo e la petroliera di Condoleeza Rice nel Golfo Persico, questa del giovane Biden è però una piccola cosa. D’altronde l’amministrazione americana è l’espressione delle lobby che la mantengono al potere e non deve quindi sorprendere che poi i politici abbiano interessi diretti o indiretti nelle aree in cui intervengono. Anche Hunter Biden, fino a tre anni fa, era un lobbista presso la Casa Bianca. Tuttavia è forse bene riportare simili fatti, fosse solo per dovere di cronaca. Nel nostro paese la notizia non è passata ma negli Stati Uniti il New York Times se n’è accorto e ha sollevato la questione.

Una questione finita presto, poiché quando i britannici hanno chiesto la documentazione riguardante la Burisma ai magistrati ucraini, questi non l’hanno inviata. Al suo posto hanno però spedito una lettera di Zlochevsky che si dichiara estraneo alle accuse. Non potendo procedere, i britannici hanno dovuto decongelare i conti della Burisma che ha presto provveduto a spostare i denari a Cipro, paradiso off-shore all’interno dell’UE (sì, è vero, a Bruxelles hanno fatto leggi per contrastare il fenomeno, ma con risultati poco convincenti) dove vengono riciclati tutti i denari sporchi degli oligarchi russi e – apprendiamo – ucraini. D’altronde gli oligarchi, come i generali d’epoca napoleonica, mangiano sempre insieme anche se stanno su fronti opposti. E’ una questione di appartenenza sociale. Così Zlochevsky, Biden e soci non sono stati indagati, ma la provenienza di quel denaro resta dubbia, almeno a credere ai britannici. Dulcis in fundo, nel board direttivo della Burisma c’è anche Aleksander Kwasniewski, già presidente della Polonia (1995-2000), coinvolto nello scandalo Rywingate, una storiaccia di corruzione che coinvolgeva uomini dell’ex apparato comunista, di cui il presidente polacco era parte. Un uomo per tutte le stagioni anche lui.

Questa vicenda mostra, una volta di più, l’ipocrisia dell’amministrazione americana e di come a Washington stiano approfittando a piene mani della crisi ucraina, dando argomenti ai complottardi che vedono la CIA ovunque, mentre spesso è solo becero opportunismo e spregio del diritto, cose in cui gli Stati Uniti eccellono. E lascia intuire quanto già mesi fa scrivemmo su queste colonne, ovvero che a Kiev è andata in scena non una rivoluzione o un golpe, ma un passaggio di potere da una oligarchia a un’altra. La nuova Ucraina di Poroshenko somiglia sempre più a quella vecchia, e non è certo quella che i manifestanti di Maidan speravano. Ma a volte bisogna che tutto cambi affinché nulla cambi davvero.

Photo NYT

Chi è Matteo Zola

Matteo Zola
Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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2 commenti

  1. gentile sig. Zola

    la ringrazio per aver scritto questo articolo

  2. se e vero e un chiaro conflitto d interessi e il sig biden non dovrebbe più andarci a Kiev ottimo articolo

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