Mattia Marinolli

Da oltre dieci anni lavora nel campo della comunicazione e dei media, passando dalla radio, al giornale per poi arrivare nel 2009 alla fotografia professionale. Il suo interesse è rivolto soprattutto al fotogiornalismo e alla fotografia sociale.

FOTOGRAFIA: Libano, la situazione dei rifugiati siriani dimenticati da tutti

Con i suoi sei milioni di abitanti e una superficie pari a quella dell’Abruzzo, il Libano ha accolto negli ultimi anni un milione e mezzo di rifugiati. Gran parte delle persone vivono in baracche di fortuna nelle campagne libanesi, altre si sono trasferite in città, nei campi già occupati dai vecchi rifugiati palestinesi.

La politica migratoria del governo libanese è praticamente inesistente, dall’inizio della guerra chi scappava verso il Libano veniva semplicemente “lasciato entrare”, nessuna registrazione, nessun supporto da parte dello Stato, ma il pagamento di una quota annuale come migrante.

Nella valle della Beqaa, a est della capitale Beirut, sono iniziati a spuntare un po’ ovunque quelli che ora vengono chiamati informal settlements, “campi informali”: conglomerati autogestiti di capanne che si possono ormai trovare in tutto il paese. Chi ha uno sponsor può ottenere il permesso di residenza per motivi di lavoro e quindi può lavorare, ma solo in edilizia, pastorizia o nell’ambito dell’aiuto domestico; per i più, incapaci di trovare uno sponsor o di pagare la quota annuale, la situazione è di totale illegalità.

Quella che era gestita inizialmente dagli organismi internazionali come un’emergenza è diventata una consuetudine e così, anche gli aiuti umanitari sono andati via via scemando, lasciando i rifugiati in un limbo. La situazione è più complicata per quelli che in Siria erano rifugiati palestinesi e trovandosi nuovamente a scappare dalla guerra sono entrati nella paradossale condizione di doppiamente rifugiati.

I governi europei, in barba alla convenzione di Ginevra, hanno deciso di rendere l’Europa una fortezza chiudendo i loro confini e rifiutando i profughi. E’ iniziato il gioco dei numeri al grido del “ci stanno invadendo”.

Quello che non si dice è che chi più di tutti ha accolto le popolazioni in fuga dalle bombe sono proprio gli stati confinanti. In Libano un quinto della popolazione è composta da rifugiati, il venti per cento; quella che era un’emergenza è diventata una situazione drammaticamente stabile, una storia che non interessa, che, come tante, non fa notizia.

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FOTOGRAFIA: Svay Pak, la strada della prostituzione in Cambogia

Dove c’era un bordello ora c’è un asilo. Se una quindicina di anni fa qualcuno nominava Svay Pak, la persona all’ascolto avrebbe fatto un ghigno e l’occhiolino. Svay Pak era una metà di turismo sessuale nazionale ed internazionale. I locali potevano trovare ampia scelta e gli stranieri cercavano qui la compagnia di bambini di nove anni per 3 dollari, le vergini venivano pagate fino a 500 dollari. Il villaggio, a maggioranza vietnamita, era un prostibolo ventiquattro ore su ventiquattro.

Svay Pak si sviluppa 11 km a nord di Phnom Penh, lungo la trafficata statale che porta verso il nord ovest della Cambogia. Da un lato il Mekong e le case su palafitte, dall’altro le viette fatiscenti del centro cittadino con il suo mercato coperto immerso nel fango.

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Una giovane donna con suo figlio al mercato coperto di Svay Pak

 

Kha Ly vive qui da 34 anni. Come la maggior parte dei vietnamiti, ha dovuto lasciare la Cambogia a seguito del colpo di stato di Lon Nol nel 1970 ed è ritornata nel 1979 dopo la caduta di Pol Pot. “Inizialmente la nostra comunità si era insediata in un quartiere di Phnom Phen, solo nel 1982 ci siamo trasferiti qui a Svay Pak”, spiega la signora Ly, “il problema della prostituzione c’era già quando eravamo in città, ma i posti adibiti erano stanzette piccole nascoste dietro ai caffè. Quando ci siamo trasferiti qui, gli ampi locali e il minor controllo da parte delle forze dell’ordine hanno aumentato notevolmente il traffico. Le case di malaffare hanno iniziato a spuntare come funghi, in poco tempo la città ne era invasa”.

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Kha Ly, cambogiana di etnia vietnamita, ha vissuto il passato e il presente di Svay Pak

 

Le famiglie del luogo vendevano i propri figli in cambio di somme in denaro che variavano dai 50 ai 3000 dollari americani. I portoni in ferro dei piani terra si aprivano sulle stradine del centro e gli avventori potevano farsi un’idea della “merce” che avrebbero trovato all’interno. Un inferno creato dall’uomo in un paese che era uscito da poco dal un altro inferno, quello dei Khmer Rossi. Dopo numerosi articoli di giornale e gli occhi puntati della comunità internazionale, quei posti sono stati chiusi e alcune ONG sono in loco come osservatori.

La via centrale di Svay Pak
La via centrale di Svay Pak

Chantu Sok è una maestra. “Quando ero piccola vendevo la frutta in paese”, spiega, “ai miei genitori è stata fatta la proposta di mandarmi a lavorare nei bordelli, ma hanno rifiutato. Successivamente iniziai a frequentare la chiesa locale, la gente non vedeva di buon occhio il posto, perché nelle case attorno all’edificio si prostituivano”.

Giovani allievi in uno dei tre asili di Svay Pak
Giovani allievi in uno dei tre asili di Svay Pak

 

Oggi nel villaggio ci sono tre asili dove i bambini vietnamiti possono imparare la lingua Khmer, consentendo loro di accedere a livelli più alti d’istruzione che altrimenti gli sarebbe negata.

Girando per la città sicuramente l’aria non è viziata come qualche tempo fa, ma calata la notte, i vecchi imprenditori della prostituzione hanno trovato nel mercato della droga un proficuo ripiego. E così, le vie che danno sulla statale si popolano di acquirenti provenienti dalla vicina capitale.

Sembra che a Svay Pak la strada per una qualche sorta di normalità sia ancora lunga.

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MACEDONIA: 12 arresti e tanta rabbia

È di dodici arresti il bilancio della giornata di ieri nella capitale macedone. Ma andiamo con ordine:

Ieri, la decisione del presidente Gjorge Ivanov di bloccare tutte le procedure giudiziarie nei confronti dei politici coinvolti nello scandalo intercettazioni viene pubblicata sulla gazzetta ufficiale.

Verso le 18,30 inizia l’assembramento, organizzato da Protestiram, davanti all’ufficio del presidente della Macedonia a Skopje. In piazza ci sono le varie componenti della società civile, le NGOs, i partiti di sinistra e anche l’opposizione di Zaev. Un’ora dopo, la manifestazione continua verso il parlamento, dove si sviluppano alcune tensioni con la polizia. I manifestanti intendono raggiungere la sede del partito di governo, VMRO-DPMNE, ma la polizia li blocca.

Il corteo ritorna sui suoi passi e si dirige nuovamente verso l’ufficio presidenziale. Questa volta inizia una sassaiola e l’ufficio viene letteralmente demolito. Spuntano i primi ermellini della polizia, ma i getti d’acqua non vengono azionati. I manifestanti si dirigono verso il Ministero della Giustizia e intervengono le forze speciali che attaccano i manifestanti e disperdono il corteo.  “La folla si è divisa in tre”, spiega Mariglen Demiri, uno dei leader del movimento, “è a questo punto che sono iniziati i fermi e gli arresti”. Tra i dodici arrestati anche Branimir Jovanovic, economista e ricercatore ospite all’università di Torino, mentre non è chiaro il numero dei feriti, tra i quali anche un giornalista del portale web Plusinfo.

In queste ore la polizia macedone ha bloccato ai mezzi l’accesso al centro. La società civile si sta radunando nuovamente davanti al parlamento. Si attende, sempre in centro, anche una manifestazione dei pro-governativi, organizzata dall’associazione dei cittadini per la difesa della Macedonia. Dopo i fatti di ieri la tensione è alta e il clima dopo gli arresti non può che peggiorare.

La galleria fotografica della giornata di ieri è stata gentilmente concessa da Vanco Dzambaski.

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BOSNIA: Economia e giustizia sulla strada da Sarajevo all’Unione europea

La domanda formale di adesione all’Unione Europea presentata da parte della Bosnia Erzegovina lo scorso 15 febbraio a Bruxelles è sicuramente controcorrente rispetto al dibattito che si è innescato sul futuro dell’Unione. In un periodo in cui le parole d’ordine sono exit e fallimento di Schengen, per il paese balcanico l’adesione all’Unione Europea è forse l’unico obbiettivo che accomuna le sue diverse componenti. Con il suo complesso sistema statale, il passaggio allo status di paese membro UE sembrerebbe essere parte della ricetta per risolvere l’impasse politica in Bosnia ed Erzegovina.

C’è molta strada da fare. Corruzione, stagnazione economica e divisione politica attanagliano il Paese. La disoccupazione giovanile ha tassi drammatici del 67% e attrarre capitali stranieri non è semplice in un paese con due ordinamenti, dove trovare una soluzione comune sulle politiche è praticamente impossibile. Tuttavia la recente candidatura fa capire le chiare intenzioni del paese balcanico.

L’Ambasciatore Lars-Gunnar Wigemark, capo della delegazione dell’UE in Bosnia ed Erzegovina, traccia un quadro chiaro del Paese. “Ben coscienti della complicatissima situazione politico-amministrativa che continua da Dayton, abbiamo deciso di focalizzarci su un percorso di sviluppo economico-sociale. Il primo passo, sottoscritto poco più di un anno fa, riguarda un’agenda di riforme atte ad avvicinare la Bosnia Erzegovina agli standard europei. Insieme ai vari soggetti coinvolti, siamo riusciti a sviluppare una strategia che di fatto si è messa in moto la scorsa estate. Rispetto ad altri paesi candidati abbiamo scelto un approccio diverso: abbiamo chiesto loro dei risultati sulle riforme, prima di elargire sostegni economici. Se riescono a risollevare la loro economia, saranno in una posizione migliore anche per arrivare allo status di paese candidato”.

Secondo Wigemark bisogna puntare a migliorare la complessa situazione politica e istituzionale per ottenere lo status di paese candidato – primo passo in vista di aprire poi i veri e propri negoziati di adesione all’UE. Il ministro per il commercio estero e per le relazioni economiche, Mirko Šarović, nell’allargamento dell’UE alla Bosnia ed Erzegovina vede invece la soluzione per uscire dall’impasse politica che blocca il Paese. “Noi siamo in una situazione diversa da altri paesi”, spiega Šarović. “Stiamo cercando di raggiungere una stabilità. Un paese così vulnerabile non dovrebbe stare fuori da una grande comunità democratica come l’Unione Europea. Non abbiamo molto da offrire, ma tanto da ricevere”. Lo stallo politico della Bosnia Erzegovina verrebbe forse risolto dall’entrata in Europa? Secondo Šarović, sì. “I cittadini lascerebbero da parte gli attriti etnici per abbracciare tutti la causa europea. Anche se poveri e piccoli, i paesi dei Balcani hanno dimostrato un alto livello di responsabilità durante questa crisi dei profughi e l’Europa ha capito quanto siamo importanti a livello geopolitico. Ora possiamo chiedere di più a Bruxelles”.

0X4A5307“Abbiamo fatto dei progressi positivi in questo ultimo anno”, continua Šarović. “Ci aspettiamo di ottenere lo status di paese candidato entro il 2017. Abbiamo anche aumentato le esportazioni nel 2015 e i nostri maggiori partner economici sono proprio i paesi dell’Unione”. Dello stesso parere la FIPA, l’agenzia di promozione per gli investimenti stranieri della Bosnia ed Erzegovina, che traccia un quadro roseo del paese e prevede un futuro raggiante. Ma i dati sulle esportazioni non sembrano dar ragione a Šarović.

Ma allora quale medicina per risolvere dei problemi che sembrano insormontabili? La corruzione e l’inefficienza del sistema giudiziario sono le priorità. “La Bosnia Erzegovina è l’unico paese in Europa dove non è stato ancora condannato nessun politico di alto livello”, spiega il ministro degli esteri Igor Crnadak. “Questo non vuol dire che non ci sia corruzione nei ministeri, ma che la giustizia non riesce ancora ad arrivare a colpire i vertici”. Per il Ministro al commercio estero Šarović la ricetta è nella privatizzazione: “La mia opinione è che abbiamo un grave problema nelle istituzioni pubbliche e trovo che l’unico modo per risolverlo sia privatizzare i vari settori. Avevo proposto di iniziare dal settore energetico, ma sono stato criticato fortemente dalla Republika Srpska”. Secondo Šarović, il settore energetico è stato usato dai partiti politici al governo per sistemare persone amiche al suo interno. “La situazione attuale non è sostenibile, ma cambiare anche una singola virgola  del nostro statuto sembra essere mission impossible“.

CINEMA: Vlakna, un altro successo per il thriller della Veninova

Il proprio riflesso allo specchio è spesso il primo contatto con l’altro che abbiamo ogni giorno, un’immagine bidimensionale che trasmette tutto il limite della percezione di noi stessi e conseguentemente del mondo intorno a noi.

Vlakna (2013), “capelli” in lingua macedone, è un cortometraggio scritto e diretto da Eleonora Veninova e prodotto da Partes Kamelija so slika_1920_1 Production. Con Vlakna, la regista ci porta nel mondo di Veli, interpretata da Irena Ristic, un’investigatrice impegnata in un caso di omicidio di una bambina. Nell’attesa dei risultati delle analisi su un campione di capelli, rinvenuti sul luogo del delitto, la protagonista si costruisce un quadro dei fatti accaduti, basandosi sulle proprie certezze che crolleranno non appena gli esiti arriveranno.

Ho preso spunto da dei fatti di cronaca austriaca e gli ho uniti al desiderio di voler scrivere una storia su una detective”, spiega la Veninova. “I capelli sono una parte importante del nostro aspetto, sono mutevoli, si possono tagliare, colorare, li accarezziamo, li pettiniamo. Ma cosa succede quando ne perdiamo uno, quando quello stesso capello coccolato finisce da qualche altra parte? Il disgusto prende il sopravvento. I capelli reali e tangibili, racchiudono il nostro DNA”, sono una carta d’identità genetica che perdiamo continuamente.

Veli i Herman_1920_1Veninova usa i capelli come metafora dei mostri che rinchiudiamo nel nostro io e reprimiamo. Ci guida attraverso una falsa percezione del reale portata dai nostri pregiudizi e preconcetti. Ci invita a togliere per un attimo i nostri occhiali, quelli con cui guardiamo il mondo .

Ci stiamo avvelenando da soli”, perché il nostro reale nemico non lo vogliamo vedere o forse, più semplicemente, non lo riconosciamo da quell’immagine bidimensionale falsata.

Vlakna verrà premiato a Vancouver l’8 e 9 aprile, in occasione del Canada International Film Festival, eletto dalla giuria come miglior cortometraggio thrillerNon è il primo premio che riceve: nel 2014 al WorldFest di Houston Texas si è aggiudicato il Gold Remi Award.

La Veninova, oltre ai numerosi progetti su cui sta lavorando, ha in programma di girare una serie televisiva basata su Vlakna, dove l’investigatrice Veli sarà la protagonista.

FOTOGRAFIA: Skopje 2014, magnitudo sconosciuta

Skopje 2014 è un progetto finanziato dal governo macedone e basato su un’idea di stato nazionale macedone per come è stata elaborata dal partito di governo, il VMRO-DPMNE. Lo scopo è quello di dare alla città un aspetto classicheggiante, con stilemi recuperati dall’ellenismo, e caratterizzato da un insieme di monumenti ed edifici che richiamo il passato della regione, sovente mitico e più spesso reinterpretato attraverso operazioni revisionistiche. 

Nel 1963 Skopje venne quasi interamente distrutta da un terremoto dove persero la vita più di mille persone. La comunità internazionale si mobilitò, dando vita ad un piano di ricostruzione della città. Venne indetto un bando a cui parteciparono otto grandi firme di architetti internazionali. Kenzo Tange e Janko Konstantinov furono i due architetti che maggiormente lasciarono il segno nella Skopje degli anni ottanta. Il progetto della nuova Skopje era il figlio del suo tempo: immaginava una città moderna, futurista e su più livelli, dove mezzi e persone si muovevano in spazi differenti.

Lo Skopje Mall non ha ancora subito l'intervento di copertura toccato agli altri edifici del centro
Lo Skopje Mall non ha ancora subito l’intervento di copertura toccato agli altri edifici del centro.

Il metabolismo di Tange era infatti una versione Japan di quel brutalismo architettonico che aveva affascinato gran parte dell’Europa post-bellica.

Quasi cinquant’anni dopo un nuovo terremoto si abbatte su Skopje. La portata è differente e va a colpire l’identità e la storia della città. Quando nel 2010 il governo macedone fece uscire un video che presentava come sarebbe stata Skopje nel 2014, molti pensavano che si trattasse di una boutade, alcuni di uno scherzo. Pochi anni dopo quel progetto megalomane è diventato realtà.

Da lì a poco iniziarono a spuntare come funghi edifici fuori da ogni concezione architettonica che hanno cambiato definitivamente l’incompiuto progetto post-terremoto. Il bando governativo per la realizzazione degli edifici specificava che le opere dovevano essere costruite secondo i canoni del barocco, classicismo, neo-classicismo, realismo o neo-realismo. “Il solo fatto di leggere un termine come neo-realismo in architettura, faceva capire la totale ignoranza di chi aveva presentato il bando” spiega Leonora Grcheva, architetto macedone.

The Mepso building designed by Kenzo Tange is one of the latest buildings being re-facaded
L’edificio della Mepso, progettato da Kenzo Tange, sta subendo in questi giorni una delle numerose opere di make-up.

“Stiamo parlando di una serie di interventi su vasta scala ed un’enorme somma di denaro investita. continua la Grcheva “Proprio per la vastità del progetto e la scarsa capacità dell’opinione pubblica di valutare quanto possa costare è stato semplice aggiungere milioni di euro. In Skopje 2014 non c’è progettualità, non c’è né una ragione né una strategia, c’è però un’idea: quella di cancellare il passato che viene identificato con l’architettura. Ora sappiamo che l’intero centro cittadino sarà rinnovato. Tutti gli edifici costruiti tra gli anni trenta e settanta, molti dei quali considerati patrimonio storico-artistico ed alcuni riconosciuti e premiati internazionalmente verranno completamente ricoperti e ricostruiti in questo nuovo stile. C’è questo bisogno malato di coprire qualsiasi cosa appartenente al periodo socialista”.

Considerando che la Macedonia è uno dei paesi più poveri d’Europa e la situazione sanitaria del paese è drammatica, investire tutti questi soldi per opere architettoniche e “artistiche” è uno schiaffo in faccia alla popolazione.

Il centro di Skopje è diventato una sorta di parco giochi gigante: pullman a due piani in plastica rossa sfrecciano per le vie della

Uno dei tre Galeoni approdati in centro.
Uno dei tre Galeoni approdati in centro.

città, statue raffiguranti personaggi sconosciuti si ergono ovunque, i palazzi governativi ed i musei assomigliano a dei templi. Tre galeoni in cemento dominano il fiume Vardar ed una ruota panoramica stile London Eye è in fase di costruzione.

Lo scorso 5 maggio gli studenti si erano radunati davanti al palazzo del governo, soprannominato Torta, carichi di uova e patate da donare alla facciata principale. Al lancio delle patate lo stupore fu enorme, non rimbalzavano sulla facciata né si rompevano. Si infilavano direttamente nel muro! Quello che alla vista potrebbe sembrare marmo bianco è in realtà un materiale altamente infiammabile, una sorta di polistirene compatto. Molti dei palazzi costruiti negli anni sessanta vengono ricoperti da questo materiale e si trasformano in templi con tanto di colonne.

Per Ivana Dragsiqi, conduttrice radiofonica di Kanal 103, “Skopje 2014 è il più grande investimento edilizio che abbiamo avuto in Macedonia, la proiezione del più criminale e repressivo primo ministro della storia macedone. Un progetto che include più di cento monumenti e sculture, trentacinque edifici, innumerevoli facciate e altri tipi di interventi urbani in spazi pubblici. È un processo di ri-nazionalizzazione dello spazio pubblico, di privatizzazione dello Stato, un processo che ha devastato parte consistente dell’ambiente urbano e che non ha nulla a che vedere con l’identità nazionale, l’urbanizzazione o l’architettura. Skopje 2014 è la più grande truffa ai danni della popolazione macedone. Per me”, conclude la Dragsiqi ”è la cosa peggiore che sia capitata alla città, allo spazio pubblico e ad ogni parametro di decenza del vivere cittadino”.

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Pietro Marubbi, l’italiano di Scutari primo fotografo dei Balcani

“Attese la sua vittima ad una svolta di strada l’affrontò parlandogli in sul viso con piglio di affaccendato, disse lasciatemi andare al centro che ho fretta. Mentre il duca rispondeva: che sfacciataggine è questa, quegli gli squarciava con larga ferita il ventre, da basso, e tenendo il coltello immerso, si spinse alcuni passi addietro, per modo da trovarsi al coperto dall’intendente addietro che accompagnava il Duca”.¹

Il 26 marzo 1853 alle 5.30 pomeridiane un gruppo di mazziniani assassina il Duca di Parma, Carlo III di Borbone. Dopo l’omicidio il gruppo lascia l’Italia: qualcuno emigra in Argentina, qualcuno in Turchia. Ad oggi l’assassino di Carlo III di Borbone resta ancora sconosciuto.

Da quel giorno inizia l’avventura di Pietro Marubbi, coinvolto nell’assassinio del Duca.

Pietro nasce a Piacenza nel 1834, in un periodo di rivoluzione per l’Europa. L’Italia è divisa tra regni e ducati ma l’idea di una Repubblica unita, luogo di libertà e giustizia iniziano a diffondersi per tutto il paese. Durante l’adolescenza Pietro, affascinato da tali teorie, si avvicina ai mazziniani. Dopo l’assassinio del Duca, lascia Piacenza e si dirige a Corfù, da cui riparte per raggiunge Valona. Da lì si sposta ancora, insediandosi definitivamente a Scutari. È lì che nel 1856 apre il primo studio fotografico in Albania e probabilmente il primo di tutti i Balcani.

A metà ottocento Scutari era uno dei più importanti sangiaccati dei Balcani. La posizione geografica favorevole, la rendeva uno snodo importante per i commerci tra Oriente e Occidente. La città era diventata un importante centro culturale, caratterizzata da un animo vivace ed internazionale: vi abitavano russi, francesi, inglesi, greci, spagnoli ed una grande comunità italiana.

Pietro Marubbi diventa Pjetër Marubi. Sposa Marietta, una goriziana di vent’anni più vecchia di lui. A Scutari si fa conoscere come pittore ed architetto. Disegna i progetti della cattedrale e dell’ambasciata italiana e dipinge diverse chiese sparse per tutto il territorio balcanico. Nel 1856 apre il primo studio fotografico a Scutari, Dritëshkroja, “scritto con la luce”. Le prime foto ritrovate, però, risalgono al 1858.

Pjetër assume un giardiniere, padre di due figli: Mati e Mikel Kodheli. Adotta artisticamente questi due ragazzi e li manda a studiare fotografia a Trieste, nello studio di Sebastianutti e Benque. Alla morte di Pjetër nel 1903, è Kel ad assumersi la responsabilità non solo dello studio, ma anche del cognome, tramandato poi a suo figlio Gëgë. Nasce così la Dinastia Marubi.

Lo studio di Pjetër Marubi si specializza in servizi fotografici per privati, lavorando indistintamente con tutte le classi sociali. Le sue immagini raccontano uno spaccato unico dell’Albania dell’epoca. Oltre ai ritratti, Pjetër scatta servizi fotogiornalistici per riviste estere, tra cui la rivista italiana “Illustrazione Italiana”.

Oggi l’archivio Marubi comprende 100.000 fotografie, la maggior parte stampate su lastra, a cui se ne aggiungono 400.000 di quattordici differenti autori. Nel febbraio 2012 il ministero della Cultura di Tirana propone all’allora ventiquattrenne Luçjan Bedeni la posizione di direttore del Museo Nazionale Marubi di Scutari. «L’inizio non è stato facile», spiega Luçjan. «La mentalità albanese è conservativa, se la paragoniamo all’Europa Occidentale, la mia giovane età focalizzava l’attenzione di tutti quelli che giravano intorno al museo; le mie idee erano più fresche e non venivano capite. Volevo rendere la collezione Marubi accessibile a tutti: non riguardava solo l’Albania, ma era un lavoro che abbracciava la storia umana del diciannovesimo e ventesimo secolo. Le foto dei Marubi ci danno la possibilità di capire da dove veniamo, raccontano storie di persone e di un’Albania che era sulla scena Europea».

Uno degli aspetti più importanti della storia di questa istituzione è l’inventario delle immagini. Fino al 2012 non c’era un archivio, Luçjan e la sua equipe lavorano un anno per completare l’inventario. Grazie alla rete creata da Luçjan, il progetto Marubi è entrato nel programma di sviluppo delle Nazioni Unite ed è promosso da una lunga lista di associazioni e istituzioni internazionali, tra cui la regione Friuli-Venezia Giulia.

Oggi parte dell’archivio Marubi è consultabile online sul sito http://www.marubi.gov.al e mattone su mattone si sta costruendo il nuovo museo.

Luçjan sta terminando il suo dottorato di ricerca su Pietro Marubbi, con la stesura di una tesi che verrà pubblicata entro fine anno in Italia. La ricerca ha portato alla conoscenza di fatti nuovi: ha trovato dei pagamenti fatti a Marubi e due medaglie da lui ricevute per servizi svolti. Il motivo di queste medaglie e dei pagamenti verrà svelato solo nella tesi e Luçjan non si sbottona.

¹Tratto da una lettera dell’incartamento relativo al processo all’avvocato mazziniano, Luigi Petroni (1854).

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