Solovki, la natura incontaminata in cui si incontrano spiritualità russa e Gulag

di Andrea Zoller

C’è un treno che dal Mar Nero in quattro giorni e mezzo porta a Murmansk, nell’estremo Nord della Russia Europea. È vero: il mito della Transiberiana ha da tempo conquistato i viaggiatori alla ricerca della “russicità” incontaminata, spingendoli fino ai confini remoti dell’Asia. In questo modo, però, sono state oscurate tante altre destinazioni, come questa regione del Nord spopolato a due passi dalla Finlandia. Eppure, anche qui, nella periferia inospitale e a tratti sublime attorno ai laghi Ladoga, Onega e al Mar Bianco, la Russia ha scritto e riscritto importanti pagine della propria storia.

Un simbolo del monachesimo russo

Agli albori del XIV secolo, in questo “deserto del Nord” si spinsero quei monaci che non si erano accontentati della vita in convento. Sull’esempio dei Padri eremiti di Egitto, Siria e Palestina, si ritirarono tra laghi e boschi impenetrabili, dando via alla colonizzazione monastica della Russia settentrionale e alla creazione delle comunità più a Nord della cristianità. Il temerario monaco Savvatij, ad esempio, si stabilì sulle isole Solovki, un arcipelago sperduto in mezzo al Mar Bianco, a 164 km dal Circolo polare artico. Entro la fine del XV secolo, il monastero qui nato dall’esperienza di Savvatij e di un secondo eremita, Zosima, sarebbe diventato uno dei più importanti e ricchi centri spirituali di tutta la Russia: un luogo di preghiera, di trasmissione e cura della tradizione manoscritta, un modello di gestione economica autosufficiente. Nella seconda metà del XVII secolo, quando l’ortodossia russa venne travolta da scismi e violenti dissidi interni, Solovki fu inoltre baluardo di una strenua lotta spirituale e politica contro i diktat della Chiesa e dello Stato. L’opposizione dei monaci fu spietatamente sedata nel sangue: nel gennaio del 1676 le truppe dello zar irruppero nel monastero, uccidendo la maggior parte di essi.

Sulla più grande delle sei isole che compongono l’arcipelago, Bol’šoj Soloveckij, il monastero e le cupole grigie della cinquecentesca cattedrale della Trasfigurazione dominarono per secoli la vita comunitaria di tanti monaci. Nella taiga circostante, intanto, alcuni piccoli eremi continuarono ad accogliere esperienze di vita solitaria, all’insegna dello spirito e del principio di povertà professato dai primi padri monaci del Nord della Russia.

Da luogo di pace a luogo di martirio

Un passato ben più prossimo e tragico rende famose, in Russia, le isole Solovki. Ne è testimone l’eremo sulla Sekirnaja Gora, la “montagna della scure”: qui la bellezza del paesaggio naturale si interrompe per lasciare posto alle sepolture dei prigionieri morti per mano del terrore sovietico. Agli inizi degli anni Venti il monastero venne trasformato in un campo di concentramento per i prigionieri della guerra civile, diventando un modello per i numerosi lager che avrebbero successivamente formato l’immenso arcipelago Gulag. Qui, fino al 1939, sono stati imprigionati e “rieducati” attraverso il lavoro coatto migliaia di cosiddetti nemici del popolo. Da simbolo di quella tradizione monastica orientale che i russi avevano fatto propria secoli prima, Solovki divenne emblema della macchina repressiva sovietica.

La propaganda sovietica d’allora – e con lei, ad esempio, il grande scrittore Maksim Gor’kij – si impegnò a descrivere il lager come una terra di redenzione, un paradiso in cui al criminale veniva data la possibilità di rinascere nei panni di “utile cittadino sovietico”. Tra le mura di Solovki, che, nel 1931, arrivarono a contenere quasi 72mila prigionieri, furono in tanti a descrivere in prima persona le atrocità della detenzione, le privazioni e le fucilazioni sommarie. Tra questi sventurati “narratori” vi furono anche il filosofo e matematico Pavel Florenskij, poi fucilato nel 1937 nei pressi di Leningrado, o il vescovo Ilarion, oggi santo della Chiesa ortodossa russa.

Lettere, diari e archivi ufficiali testimoniano la tragicità di un passato che ha travolto e in buona parte cancellato non solo un monastero a 1200 km da Mosca, ma la vita intera della “santa Russia”. E nella natura sconosciuta del Nord – dove le antiche croci, oggi, sono state rimesse al proprio posto – l’incontro tra il mondo monastico e quello concentrazionario, tra un paese prima ortodosso e poi fiero persecutore della spiritualità rimane una chiave di lettura per comprendere la contraddittorietà della storia e dello spirito russo.

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