CINEMA: “Palace for the people”, i castelli del socialismo reale

L’università statale di Mosca, il Palazzo della Federazione a Belgrado, il Palast der Republik a Berlino, il Palazzo Nazionale della Cultura di Sofia, il Palazzo del Popolo di Bucarest. Cinque mostri architettonici creati dal socialismo reale in Europa centro-orientale tra gli anni ’50 e ’80. Cinque palazzi che mostrano la relazione tra il popolo, l’élite e l’architettura, protagonisti del film-documentario Palace for the People, dei registi Georgi Bogdanov e Boris Missirkov (Agitprop, 2018).

Se il palazzo, luogo esclusivo dell’aristocrazia e del potere, era sempre stato off-limits per il popolo, i regimi comunisti decide di ribaltare tale relazione e mettere il popolo all’interno del palazzo. La realizzazione è diversa a seconda dei contesti e delle epoche. Il film di Bogdanov e Missirkov intreccia filmati d’epoca con interviste contemporanee per dare un’idea della vita, ieri come oggi, dentro ed attorno a questi veri e propri castelli del socialismo reale.

Secondo i registi, lo scopo del documentario è più ampio che mostrare le caratteristiche architettoniche di questi palazzi. “La vita di questi edifici oggi è un riflesso molto chiaro del modo in cui ogni paese sta affrontando il suo retaggio socialista. Alcuni mantengono tutto così com’è, alcuni si liberano del loro palazzo, e altri sono alla ricerca di modi pragmatici per renderlo di nuovo funzionale. Sono queste variazioni nella mentalità nazionale che ci sono parse la cosa più interessante.”

Conosciamo così la famiglia di Oleg, che da tre generazioni vive all’interno del palazzo dell’Università statale di Mosca, il più alto edificio educativo al mondo, progettato da Lev Rudnev e costruito tra il 1949 e il 1953, una vera e propria città di cemento che ancora oggi ospita uffici, aule e studentati dell’università Lomonosov, fornendo tutti i servizi necessari, dai negozi di alimentari alle piscine. “Dice la leggenda che uno studente di matematica non uscì mai dall’edificio per vent’anni di fila…” Uno spazio ancora oggi pubblico, seppur riservato ad una certa élite, nel panorama ormai privatizzato della Mosca capitalistica.

Diverso è il caso del Palazzo della Federazione jugoslava, a Belgrado. Pietra d’angolo del progetto urbanistico di Novi Beograd, i lavori di costruzione del Palata Federacije furono avviati già nel 1947 ma completati solo nel 1959, giusto in tempo per ospitare il vertice dei paesi non allineati nel 1961. Pensato come sede amministrativa e rappresentativa della nuova federazione socialista, fu anche il primo edificio costruito secondo il principio del “total design”: tutti i suoi elementi, dalle decorazioni ai tappeti ai servizi da tavola furono progettati espressamente per il palazzo, secondo uno stile modernista lontano già anni luce dal realismo socialista d’impronta sovietica. Oggi, rinominato più mestamente Palata Srbije, è sede di ministeri e nelle sue sale vuote, ciascuna rappresentativa di una delle ex repubbliche federate, il personale non può far altro che sedersi e piti kafu, bere il caffè.

Il destino peggiore lo ha forse avuto il Palast der Republik di Berlino. Costruito a ritmi forsennati tra il 1973 e il 1976 per una spesa di un miliardo di marchi, ospitava il parlamento della Repubblica Democratica Tedesca assieme ad una sala concerti all’avanguardia, modulare su schema esagonale. Il Palast der Republik, benché struttura amministrativa, puntava ad essere aperto ai cittadini della repubblica democratica. Chiuso negli anni ’90 e demolito con la scusa dell’amianto, oggi i suoi resti sono sparsi tra un magazzino di periferia e le bancarelle dei robivecchi. Un set di poltrone ha trovato la sua strada fino ad una chiesetta di campagna. “E’ paradossale, ma sono molto comode. Ci vanno molto bene”.

E’ andata meglio al Palazzo Nazionale della Cultura di Sofia, progettato su motivi ottagonali e con forti contrasti cromatici e ampi murales. Aperto nel 1981, ha sofferto negli anni ’90 ma è stato riaperto come istituzione culturale, finanziariamente autonoma, dal 2011. “La sola manutenzione dell’edificio ci costa 5 milioni di euro l’anno, è quanto dobbiamo racimolare con eventi e programmazione culturale. Finora ci siamo riusciti, e ne vale la pena”, afferma il direttore, il 46enne Miroslav Borshosh. E nel 2018 il palazzo ha fatto anche da sfondo ai vertici della presidenza bulgara del Consiglio dell’Unione europea.

L’ultimo episodio del film gira attorno alla Casa della Repubblica di Bucarest, monstre architettonico partorito dall’ambizione di Nicolae Ceaușescu. E’ l’edificio più pesante al mondo e il secondo più grande dopo il Pentagono. Costruito livellando buona parte del centro storico di Bucarest dopo il terremoto del 1977, monasteri ortodossi compresi, e con il sacrificio della vita di forse 3.000 operai, rimase un lavoro in corso fino agli anni ’90 per via dei mutevoli capricci di Ceaușescu, che chiedeva ogni volta di rifare le decorazioni o aggiungere qualche piano all’edificio. Una vera e propria piramide del kitsch totalitario, oggi utilizzata forse solo per un quinto dal Parlamento rumeno e dal museo d’arte contemporanea, oltre che come sfondo per foto di matrimoni. Bogdanov e Missirkov ce la mostrano tramite l’occhio scanzonati di una visita turistica.

L’unico grande assente del film è il Palazzo della Cultura e della Scienza (PKiN) di Varsavia, replica dei palazzi moscoviti di Rudnev, regalo dell’URSS di Stalin alla nuova Polonia socialista. Un edificio iconico della Polonia socialista, sul quale è appena stato pubblicato  il libro “The Palace Complex. A Stalinist Skyscraper, Capitalist Warsaw, and a City Transfixed” di Michał Murawski, professore di antropologia allo University College London. “Ottava sorella” dei grattacieli moscoviti, il PKiN avrebbe ben figurato come sesto  esempio del gigantismo architettonico del socialismo reale.

Foto: Filmtank

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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