BALCANI: Le conseguenze dello “scisma” ucraino nel mondo ortodosso

Lo scorso 11 ottobre, a seguito della concessione di autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina da parte del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, sembra essersi delineata una profonda spaccatura nel mondo ortodosso. La Chiesa di Kiev è stata riconosciuta indipendente dal Patriarcato di Mosca, che a sua volta ha dichiarato conclusi i rapporti con il Patriarcato di Costantinopoli, accusato di essere “scismatico”. Se la vicenda sembrerebbe inserirsi a pieno titolo nell’ambito dei difficili rapporti tra Ucraina e Russia, non sono tuttavia escluse ripercussioni in altri contesti dove le chiese ortodosse nazionali potrebbero seguire l’esempio ucraino: puntare all’autocefalia dai patriarcati a cui sono sottoposte. La questione è particolarmente sentita anche nei Balcani, dove le comunità religiose nazionali sono state spesso al centro dei processi di state building della regione.

Le reazioni di Belgrado, Skopje e Podgorica

Tra le chiese ortodosse balcaniche è dalla Serbia che provengono le più forti preoccupazioni per l’autocefalia della Chiesa ucraina. Secondo il patriarca serbo Irinej, la decisione di Kiev e di Bartolomeo I sarebbe infatti “estremamente rischiosa e persino catastrofica”. Tale posizione è giustificata non solo dai tradizionali ottimi rapporti con il Patriarcato moscovita, ma anche dal timore che l’esempio ucraino possa indurre le chiese ortodosse della Macedonia e del Montenegro a staccarsi da Belgrado.

La proclamazione dell’indipendenza della Macedonia dalla Jugoslavia, nel 1991 coincide con un periodo di forte recupero dell’identità linguistica e religiosa all’interno del paese balcanico. La Chiesa ortodossa macedone viene pertanto considerata come garante di tale processo e le sue prerogative espressamente menzionate dall’art. 19 della Costituzione macedone. Sarebbe però un errore considerare la disputa tra la chiesa ortodossa macedone e quella serba come un fenomeno esclusivamente attuale. La prima dichiarazione unilaterale di autocefalia dal Patriarcato di Belgrado fu già sostenuta nel 1967, poi riaffermata nel 1994 in epoca post-jugoslava. A complicare ulteriormente il quadro sono i cattivi rapporti con la Chiesa ortodossa greca tradizionalmente contraria all’uso istituzionale, linguistico e religioso del nome “Macedonia” da parte della repubblica slavo-meridionale. Tuttavia, con l’approvazione da parte del parlamento macedone della modifica sul nome del paese in “Macedonia del Nord” l’opposizione della Chiesa ortodossa greca potrebbe assumere toni più contenuti. Meno tesi sono invece i rapporti con la Chiesa ortodossa bulgara considerata dalla comunità religiosa macedone come una chiesa “sorella”. Un forte legame frutto delle aperture avvenute nei recenti anni, ribadito anche in una lettera inviata dalla Chiesa macedone alle autorità religiose bulgare nel novembre 2017. In ogni caso, nonostante il radicamento della Chiesa ortodossa macedone nella sfera pubblica e privata del paese, questa ad oggi non ha ancora ricevuto alcun riconoscimento dalle chiese autocefale.

Come per gli altri territori della ex-Jugoslavia, in Montenegro il rinnovamento del ruolo della chiesa locale si ebbe agli inizi degli anni novanta. Differentemente dal caso macedone, la chiesa ortodossa montenegrina non può però contare su un consenso univoco. La comunità ortodossa montenegrina è infatti rappresentata da due fazioni principali: il Metropolitanato del Montenegro e del Litorale (MML) e la Chiesa ortodossa montenegrina (CPC). La prima è la più seguita nel paese ed è a favore del mantenimento dello status attuale che vede la comunità religiosa montenegrina come parte integrante della Chiesa ortodossa serba. La seconda invece, fondata nel 1993 e basata principalmente nell’area di Cetinje, è invece a favore dell’indipendenza dal Patriarcato di Belgrado. In aggiunta ai contrasti di carattere teologico, la diatriba tra le due chiese è spesso fondata su opposte visioni politiche tra la comunità serba e quella montenegrina in merito all’identità del paese.

Ad oggi però, il patriarca di Belgrado non è intenzionato a concedere ulteriori autonomie alle chiese montenegrine e macedoni. Il 15 ottobre, in visita in Montenegro, la massima autorità ortodossa della Chiesa serba ha infatti dichiarato, riferendosi alla comunità religiosa locale, di essere “una sola nazione, sebbene divisa […] e dobbiamo aiutarci a vicenda ed essere il popolo che Dio e la nostra storia si aspetta”.

I legami tra Moldavia e Russia

Come nel caso montenegrino, in Moldavia la comunità ortodossa si presenta divisa in due chiese principali: la Metropolia di Chișinău e di tutta la Moldavia e la Metropolia di Bessarabia. A fare da discriminante non sono le differenze di natura dottrinale ma il legame che queste rispettive comunità hanno con la chiesa da cui dipendono. A tal riguardo, la Metropolia di Chișinău rientra sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca, mentre la Metropolia di Bessarabia è dipendente dalla Chiesa ortodossa rumena. In risposta agli eventi che hanno scosso il mondo ortodosso in questi giorni, il capo della Chiesa ortodossa russa Cirillo ha fatto visita dal 25 al 28 ottobre in Moldavia per evitare che la chiesa locale possa avanzare richieste di autocefalia. Tuttavia, a detta di diversi analisti, la chiesa ortodossa moldava agirebbe come uno strumento per la promozione dell’agenda politica russa, intervenendo negli affari locali del paese per promuovere le figure politiche e i partiti filorussi. A frenare su una possibile autocefalia della chiesa moldova è lo stesso presidente del paese, Igor Dodon. Come riportato dai media russi, il capo di stato ha confermato che “la Moldavia rimarrà un territorio canonico del Patriarcato moscovita”. Dodon ha poi suggerito di ospitare un concilio pan-ortodosso in territorio moldavo provando un “profondo rammarico in quanto fedele per la questione creatasi nel mondo ortodosso”.

Verso un destino comune?

Quello che accumuna le chiese balcaniche in ricerca dell’autocefalia sembra essere rappresentato da una condivisa “sacralizzazione della nazione” piuttosto che da effettive divergenze teologiche tra le diverse comunità ortodosse. In questo contesto, le chiese nazionali non ancora indipendenti possono trarre vantaggio dallo “scisma” ucraino per compiere un ulteriore passo definitivo verso la piena realizzazione di rispettivi percorsi di nation-building.

Chi è Angelo Massaro

Nato a Napoli, ha conseguito la Laurea Magistrale in Studi Interdisciplinari sull'Europa orientale (MIREES) presso l'Università Di Bologna. Per East Journal si occupa prevalentemente dell'area balcanica.

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