BAVIERA: La campagna di odio ha perso. Una lezione per la sinistra italiana

La Baviera, regione più ricca d’Europa, con più di dodici milioni di abitanti, è andata alle urne per rinnovare il parlamento regionale e mai come questa volta non si è trattato solo di un’elezione locale. Le politiche migratorie, l’avanzata di una destra radicale e violenta, le campagne d’odio nei comizi, le spinte identitarie e localiste, hanno fatto del voto bavarese un’occasione per misurare la temperatura al vecchio continente in quello che – piaccia o no – è il paese leader all’interno dell’UE. Il presidente bavarese uscente, Horst Seehofer, in carica dal 2010, ricopre attualmente anche la carica di ministro degli Interni a livello nazionale, e da quella posizione ha condotto una campagna elettorale ultra-conservatrice che ha fatto della sicurezza, dei migranti e dell’UE i capri espiatori del disagio che molti bavaresi si trovano a vivere.

La Baviera, è bene ricordarlo, è stata sovente citata come modello – economico e politico – da parte della Lega Nord.  Il fatto che la Lega sia attualmente forza di governo in Italia rende la tornata elettorale bavarese particolarmente significativa anche da noi.

Il tonfo di Seehofer, l’odio non paga

Ebbene, cosa è successo? Una cosa semplice, Horst Seehofer ha perso. La CSU, partito cristiano-sociale di cui è segretario, attualmente al governo a Berlino insieme alla CDU di Angela Merkel, aveva perso solo una volta negli ultimi quarantacinque anni. Bravo Seehofer, un risultato storico lo ha comunque ottenuto. Votare CSU, in Baviera, è tradizione. Il partito cristiano-sociale è da sempre il partito di raccolta del voto bavarese poiché unisce istanze conservatrici a forme di intervento sociale ispirate dalla dottrina cattolica. Il voto per la CSU è quasi un riflesso condizionato, ma qualcosa questa volta si è rotto.

Si è rotto anzitutto il rapporto con il clero cattolico che ha stigmatizzato le retoriche anti-migratorie (e un pochetto razziste) di Seehofer. Addirittura il cardinale di Monaco, Reinhard Marx, ha donato cinquantamila euro all’organizzazione Lifeline che, con la sua imbarcazione, era impegnata nel salvataggio di vite umane nel Mediterraneo. La stessa nave cui il ministro degli Interni italiano ha impedito l’attracco nel giugno scorso.

Si è rotto infine il giocattolo dell’odio. Inseguire gli estremismi non paga, perché chi è estremista sceglie l’originale (in questo caso, Alternativa per la Germania) e chi non lo è, ovvero la stragrande maggioranza degli elettori di qualsiasi paese, cessa di sentirsi rappresentato e vota per altre forze moderate (in questo caso, i liberali di FDP e Freie Wähler).

La sconfitta di Seehofer è un buon segno per l’Europa. Troppo poco per indovinare una tendenza continentale ma abbastanza per dire che un partito che fino a poco tempo fa poteva anche non fare campagna elettorale, talmente certa era la sua vittoria, si è trovato a perdere consensi anche a causa di posizioni che non rappresentano i moderati.

L’estrema destra non sfonda

Osservato speciale era ovviamente Alternativa per la Germania (Alternative für Deutschland, AfD) che per la prima volta si presentava alle elezioni per il Landtag bavarese. Il 10,2% ottenuto è sicuramente un risultato degno di nota ma è comunque inferiore a quanto ottenuto alle elezioni federali (cioè nazionali) del 2017: l’AfD raccolse in Baviera il 12,5% circa.

Crollano i socialisti, e meno male

La buona notizia è il tracollo dei socialisti (SPD) che proseguono la propria marcia verso il nulla. Proprio così, è una buona notizia comunque la si pensi politicamente. Come già ebbi modo di dire su queste colonne, il tradimento si paga e i partiti socialisti europei hanno tradito i lavoratori abbracciando dottrine economiche e sociali che, di sinistra, hanno sempre meno, nell’illusione che lo zeitgeist del nuovo secolo fosse tutto globalizzazione e liberismo, favorendo precarizzazione e insicurezza sociale, senza contare l’acritica adesione a un modello europeista che, evidentemente, necessita di revisioni. In Germania, dopo anni di grandi coalizioni, l’SPD è diventato stampella di esecutivi votati a ridurre i diritti sul lavoro (no, la Germania non è il paradiso dei lavoratori che alcuni decantano!). I cittadini tedeschi si aspettavano di più da un partito che vanta, tra i suoi padri nobili, Karl Marx. Si aspettavano cioè di non dover calare le brache di fronte al dogma della produttività, di non trovarsi a fare i conti con uno stato sociale punitivo come quello incarnato dal Piano Harz, un inferno voluto dal governo socialista di Gerhard Schröder e che, dal 2005, toglie dignità a coloro che sono socialmente più deboli.

La sinistra non muore

Il tracollo del SPD è salutare, e non segna la morte della sinistra. I Verdi si sono dimostrati capaci di raccogliere quelle istanze che, ormai, l’SPD ha dimenticato. Guidati da Ludwig Hartmann, 40 anni, e da Katharina Schulze, 33 anni, i Verdi hanno raddoppiato i loro consensi arrivando al 18% grazie a una campagna elettorale diretta e onesta.

Hanno denunciato con fermezza la sciocca brutalità dei respingimenti, hanno parlato di società plurale e aperta, andando oltre i temi ambientalisti. Fermamente antifascista, in un paese che vede l’estremismo di destra rialzare la testa, il partito ha saputo superare le posizioni ideologiche: “Essere antifascista non significa essere un’estremista di sinistra”, ha spiegato la Schulze. Scrive giustamente il Post che “in Italia tendiamo ad associare automaticamente i Verdi all’estrema sinistra, ma in Europa non è così: in generale si può affermare che stanno portando avanti una visione europeista, liberale e di apertura sui temi dell’immigrazione”.

Lezioni da Monaco, abbiamo bisogno un partito

Ecco, anche in Italia abbiamo bisogno di qualcosa del genere. Abbiamo bisogno un partito coraggioso e onesto, che denunci le ronde fasciste sui treni e costringa i manager di stato a uscire dal mutismo per dire che no, certe cose non sono tollerate. Tollerarle è già esserne complici. Un partito antifascista, certo, ma che non si esaurisca nell’antifascismo: le sfide dell’epoca ci obbligano a uscire dalle categorie del passato per capire, e così vincere, i nemici della democrazia.

Un partito che non abbia incertezze nella tutela e nell’allargamento dei diritti individuali, civili e sessuali, e non abbia tentazioni reazionarie come quelle cui stiamo assistendo – non è possibile accettare un partito che fa proprie istanze antiabortiste –  e che non abbia paura di perdere elettori se scende per strada durante un gay pride – come invece ancora accade (e proprio per mano della cosiddetta ‘sinistra‘).

Questa è la lezione che, da Monaco, arriva all’Italia: una politica disumana e rancorosa alla lunga non paga, e un’opposizione netta e onesta ai seminatori di odio viene premiata. Destra e sinistra sono avvertite, le elezioni europee si avvicinano.

Nell’immagine un cartellone elettorale dell’AfD

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

Leggi anche

Orban liberale

Quando Orban era un liberale. Parabola di un uomo e di una generazione

Viktor Orban era un giovane leader liberale impegnato, con la sua generazione, nella lotta contro il comunismo e per la democrazia. E' diventato un leader autoritario e padronale, fautore della "democrazia illiberale". Come è stato possibile questo cambiamento?

2 commenti

  1. In Italia i Verdi sono associati all’estrema sinistra??????????Ma è una farneticazione!

  2. I Verdi hanno una politica economica ormai neoliberista.

    Hanno accettato i dogmi neoliberisti. Basta vedere i governi con la CDU nel Baden-Württemberg.

    Nei fatti AfD, i Freie Wähler sono nel campo della destra.

    C’è un bello schemino di un giornalista del Wall Street Journal ( qui il link di Twitter https://twitter.com/bopanc/status/1052153488984207361 ) che mette a confronto quello che ha preso la CSU nel 1978 con i partiti che ideologicamente sono nel suo campo, cioè i citati AfD e FW che insieme alla CSU hanno oggi la stessa percentuale della CSU nel 1978.

    Nel campo della sinistra (ma i Verdi con la svolta interventista del 1999 in Jugoslavia e avendo accettato di fatto i dettami neoliberisti non si potrebbero considerare sinistra) i Verdi più Linke più SPD, cioè un ipotetico blocco ideologico di sinistra hanno le stesse percentuali del 1978.

    Se poi si sommano Verdi + SPD hanno meno voti insieme delle votazioni bavaresi del 2014.

    A me pare invece che da queste elezioni abbiamo avuto una drammatica svolta a destra sia per la presenza di AfD che per i Verdi che sono di fatto destra economica e non potranno che continuare sulla via tracciata dalla SPD.

    I Verdi tedeschi sono l’ennesima presa per i fondelli delle persone povere, dei lavoratori e di chi non è affrancato dal bisogno di aiuto per poter campare.

    L’AfD è un ircocervo da cui di buono c’è ben poco da aspettarsi… A livello locale non ha di fatto ancora una classe dirigente e questo l’ha penalizzato (non che mi dispiaccia).

    Condivido comunque con il signor Zola che il totale annientamento della SPD sia una cosa positiva, dopo aver tradito la sua base elettorale era un esito direi naturale, anzi avrebbero potuto liquidarli anche prima.

    Se poi pensiamo che questi sono i risultati di una delle regioni europee che ha più tratto vantaggio dall’attuale e osceno assetto economico c’è ben poco da rallegrarsi.

    L’UE è una sciagura senza fine.

Privacy Preference Center

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: