Il quinto anniversario delle rivolte di Gezi Park: un ricordo

Era fine maggio del 2013 quando le proteste di alcune decine di ambientalisti in difesa del centralissimo parco di Gezi ad Istanbul si trasformarono in uno degli eventi più importanti della storia turca recente, catalizzando l’attenzione del mondo intero. Le rivolte di Gezi Park scoppiarono in risposta al piano di riqualificazione di piazza Taksim con il quale si prevedeva l’abbattimento di numerosi alberi e la costruzione del 49esimo centro commerciale della città. Già durante i primi scontri avvenuti a cavallo fra fine maggio e inizio giugno, la polizia impiegò quantità massicce di lacrimogeni ed idranti pieni di pericolosi repellenti chimici. Il 2 giugno i manifestanti riuscirono a disperdere e respingere la polizia, dando avvio a un vero esperimento sociale di vita comunitaria, che sarebbe diventato parte di una nuova “narrazione epica” nella coscienza collettiva di buona parte della popolazione. Il 15 giugno, l’occupazione del parco venne spezzata dalla violenta irruzione delle forze dell’ordine, intervenute a porre fine alle quasi due settimane di resistenza ininterrotta nel cuore di piazza Taksim.

A cinque anni dal sogno di Gezi Park, ben poco sembra sopravvivere in Turchia di quel periodo di azione sovversiva, libertà ed energia espressiva, di quel coro polifonico la cui eco riuscì a risuonare a livello internazionale come messaggio di incoraggiamento alla lotta per la difesa di valori irrinunciabili. Eppure, chi ha vissuto quell’esperienza non potrà mai dimenticare l’utopia della molteplicità restituita, visibile, pacifica, espressa nei gesti quotidiani, nella riappropriazione degli spazi, nella ridenominazione metaforica delle coordinate del parco liberato, nella coesistenza inaspettata di una varietà di componenti. Come riuscire a seppellire il ricordo, o anche solo l’illusione del dialogo realizzato durante quegli intensi momenti di vita comune al parco?

Una nuova organizzazione dello spazio

L’occupazione di Gezi Park avviata il 2 giugno trasformò l’area in uno spazio liberato dalle pressioni delle autorità e dal potere della polizia. Per due settimane, il parco venne vissuto come una cornice autonoma per la sperimentazione di inedite forme di relazioni sociali, diventando una sorta di “città nella città”, grazie a delle nuove coordinate simboliche, e alla creazione di veri e propri “confini” dell’area di azione mediante l’impiego di barricate protettive. Tale spazio autogovernato incarnava allo stesso tempo un simbolo utopistico di resistenza ed un luogo materiale di pratica e di sfida, ospitante fra l’altro un centro di assistenza sanitaria, una caffetteria, una biblioteca, una galleria fotografica, un palcoscenico per eventi musicali, nonché un orto. Il parco “liberato” offriva ai suoi visitatori od occupanti la possibilità di fare esperienza diretta di condivisione e solidarietà, mobilitando le energie necessarie per la distribuzione delle risorse (tra cui tende, coperte, cibo, medicine, maschere antigas e libri) e per la gestione delle attività vitali (pronto soccorso, pulizia del parco, preparazione dei pasti, comunicazione interna e con i media). Non deve pertanto stupire come l’esperienza del parco di Gezi sia stata associata alla forma della comune in vari modi.

Un mosaico di identità diverse

Per quanto riguarda il fattore sociale, l’esperimento di rivolta di Gezi Park veniva portato avanti da un insieme eterogeneo di persone, unendo soggetti politici con identità piuttosto distanti e talvolta persino antagoniste: al parco accorrevano i sostenitori dell’opposizione kemalista del CHP così come i gruppi appartenenti alla sinistra radicale o al partito curdo (all’epoca BDP, non ancora HDP). Il carattere delle proteste non era esclusivamente ecologista, dal momento che il contesto di Gezi si prestava anche a fungere da palco per l’espressione del malcontento di alcune tra le minoranze più marginalizzate, tra cui armeni, curdi, e comunità LGBT. Il messaggio proveniente da Gezi Park assomigliava così molto più ad un coro polifonico, in opposizione alle politiche omogeneizzanti e “neo-ottomaniste” del nuovo “Sultano”. Fra le forze presenti più interessanti, spiccavano di certo i cosiddetti musulmani anticapitalisti, i quali mettevano in discussione il modello di sviluppo economico messo in atto da Erdoğan da un punto di vista religioso. La critica ed il dialogo costituivano i fattori più visibili che rendevano questa resistenza una sorta di contesto sociale utopistico. Sembrava infatti che tutte le componenti perseguissero gli stessi obiettivi di difesa di uno spazio di giustizia e l’immaginario di un paese in cui poter vivere in maniera equa, libera e solidale.

Il ruolo delle minoranze: armeni e curdi

Nel giustificare il progetto di riqualificazione di piazza Taksim, il governo dell’AKP faceva riferimento ad una specifica volontà di ristabilire la “memoria storica” del luogo, promettendo di ricostruire le caserme militari (demolite nel 1940), in cui ospitare il nuovo centro commerciale. In realtà, quelle stesse caserme avevano in precedenza distrutto un cimitero armeno, un fatto che veniva sottolineato dalla rappresentanza armena della città durante le proteste. E così, alla versione “ufficiale” della storia si contrapponeva ora la voce delle comunità minoritarie, che nello spazio liberato delle rivolte riuscivano ad esprimere la loro presenza anche attraverso svariate forme di scrittura pubblica, prima fra tutte i graffiti. Di base in Turchia ogni scelta di esprimersi in una lingua diversa da quella ufficiale turca rappresenta un modo per riappropriarsi simbolicamente di uno spazio, dal momento che le lingue minoritarie sono altamente discriminate e godono di ben pochi diritti alla visibilità pubblica. Così, accanto alla “Via Hrant Dink”, nominata in onore del giornalista armeno ucciso nel 2007, agli striscioni e ai segnali scritti in varie lingue, il centro della città si riempiva in quei giorni di graffiti, specialmente in lingua curda, tra cui spiccavano messaggi che ricordavano il massacro di Roboski risalente al dicembre 2011, quando aerei militari turchi avevano attaccato un villaggio al confine con l’Iraq, uccidendo 34 civili curdi, in buona parte adolescenti. Certi slogan inneggiavano al PKK, altri alla libertà per il popolo curdo, così come al processo di pace.

La nuova identità “Çapulcu” e il contesto di comunicazione

Con il passare dei giorni, negli spazi concreti, simbolici così come virtuali, la gente si identificava in maniera crescente con una parola insolita che era sulla bocca di tutti: quella di “Çapulcu”. L’etichetta affibbiata ai dimostranti da Erdoğan, con il senso dispregiativo di “bandito”, era infatti stata riappropriata e risignificata attraverso la coniazione di un’identità nuova di resistenza e di lotta. Questa veniva indossata con orgoglio, anche grazie al celebre video di Noam Chomsky, in cui il linguista e filosofo lanciava il suo messaggio di supporto al parco tenendo accanto a sé un cartello recante la scritta “I am also a Çapulcu”. Nella “via” ribattezzata in onore di Chomsky, così come in via Hrant Dink, la sensazione di costituire parte di un sistema più grande riceveva continue conferme ogni qual volta giungeva notizia delle svariate forme di solidarietà provenienti dai vari angoli del mondo: “Qualcuno ci ha appena donato una pizza dalla Nigeria!”, “Nelle città brasiliane stanno iniziando delle proteste per il diritto ai mezzi pubblici!”, “In Bulgaria si stanno mobilitando per le strade contro la corruzione!”. La facciata del palazzo dell’AKM (Atatürk Kültür Merkezi), l’ex Centro Culturale Atatürk che era stato a sua volta occupato dai dimostranti, si riempiva di ora in ora di striscioni colorati dei gruppi o movimenti politici che sostenevano le rivolte. Si era così creata un’incredibile superficie di espressione e scrittura il cui potere visivo esercitava un’attrazione innegabile per qualsiasi “spettatore”, a validare la realtà condivisa e multipla dello spazio riappropriato.

Echi da un passato poetico

In quel momento storico di “utopia collettiva”, quell’unica, indimenticabile parentesi spazio-temporale, in parallelo alle lotte per un futuro di cambiamento sembrava trovare voce e legittimarsi anche una relazione più sana con il passato. In merito a ciò, vale la pena menzionare il ruolo esercitato in tali giorni da una figura cruciale della cultura turca, ovvero Nazım Hikmet. Il 3 giugno 2013 (il secondo giorno della “liberazione di Gezi”) ricorreva infatti il cinquantesimo anniversario della morte del poeta, avvenuta nell’esilio a Mosca. Per i suoi lettori ed estimatori, Hikmet rappresenta da sempre un potente simbolo di resistenza, in virtù della sua sensibilità poetica verso le comunità più marginalizzate del paese alle quali si sforzava di restituire voce nelle sue opere. A causa delle sue vedute politiche, Hikmet divenne vittima di persecuzione e trascorse molti anni in carcere prima di allontanarsi definitivamente dalla Turchia, senza potervi più fare ritorno. Nei giorni dell’occupazione di Gezi Park, era impossibile non notare i numerosi graffiti, striscioni e cartelli che inneggiavano alla sua memoria, attraverso slogan come i seguenti: “Haziranda ölmek zor” (“È difficile morire a giugno”), “3 Haziran 1963” (“3 giugno 1963”), “Nazım Usta” (“Nazım Maestro”), o “Nazım Hikmet vatan hainliğine devam ediyor hala” (“Nazim Hikmet continua a tradire la sua patria”). I manifestanti rendevano inoltre omaggio alla sua opera, affiggendo i versi di alcune sue poesie sugli alberi che così tenacemente si battevano per difendere. La celebre poesia “Ceviz ağacı” (L’albero di noce) sembrò così assumere una sorta di significato profetico, offrendo intensa ispirazione ai guardiani del parco, che spesso sostituivano nel famoso verso all’originale “parco di Gülhane” quello di “parco di Gezi”, per ovvi motivi:

(…) Le mie foglie sono le mie mani, centomila mani verdi,

centomila mani io tendo, e ti tocco, Istanbul.

Le mie foglie sono i miei occhi, e vedo con meraviglia

con centomila occhi ti guardo, Istanbul.

Le mie foglie battono, battono come centomila cuori.

Io sono un albero di noce nel parco di Gezi,

ma né la polizia né tu lo sapete.

Chi è Giustina Selvelli

Assistant professor presso l’università di Nova Gorica, si occupa di migrazioni e lingue, di minoranze e confini, di diversità bioculturale e sistemi di scrittura.

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