Cinquant’anni fa il (breve) sessantotto jugoslavo

Cinquant’anni fa il ’68. Che in Jugoslavia fu breve, limitato, quasi insignificante. Almeno apparentemente. A dire il vero gli studenti si mossero già alla fine del 1966 a Belgrado per protestare contro la guerra in Vietnam. Una guerra particolarmente sentita data la presenza di numerosi studenti afroasiatici provenienti dai “paesi fratelli” aderenti al Movimento dei non allineati, di cui era leader proprio la Jugoslavia. Nacquero scontri con la polizia che non voleva che le manifestazioni uscissero dal chiuso della facoltà di filosofia per puntare sul centro culturale americano.

Ma il ’68 vero e proprio esplose il 2 giugno sugli echi della repressione del marzo polacco e soprattutto del maggio parigino. “Lo scoppio del movimento arriva improvviso, sorprende i padri comunisti e l’opinione pubblica socialisticamente spoliticizzata”, rileva ironicamente la scrittrice croata Nicole Janigro. Non solo: rivela anche tre volti inattesi o impensabili della società jugoslava del tempo.

Il primo è la insoddisfacente situazione materiale degli studenti, stipati in edifici fatiscenti alla periferia di Novi Beograd e con mense dal vitto pessimo. Solo un quinto dei 200 mila studenti riceveva borse di studio e prestiti (peraltro spesso insufficienti), per gli altri il diritto allo studio restava una affermazione teorica. Tra l’altro la fase congiunturale declinante non permetteva l’assorbimento di tutti i laureati, che dovevano o emigrare (i cosiddetti gastarbajteri) o accontentarsi di lavori modesti. Il secondo è la reazione violenta – inaspettatamente violenta – della polizia, che non esita a caricare studenti, docenti, passanti e ad apostrofare con volgarità che oggi definiremmo sessiste le ragazze. Il bilancio degli scontri del 2 e 3 giugno è infatti pesante: 169 feriti, dei quali 21 miliziani.

Il terzo volto è dato dall’emergere di una critica “da sinistra” al socialismo autogestito jugoslavo, un socialismo che doveva apparire “naturalmente” senza conflitti. Per dirla con il titolo di un libro del filosofo prassista Svetozar Stojanović, per gli studenti non dovevano esserci più scarti tra “gli ideali e la realtà”. Emergevano infatti dai loro discorsi le critiche sul permanere delle disuguaglianze sociali, su una autogestione che non appariva autentica, sull’emergere di una “borghesia rossa” burocratizzata. Forte era l’influsso ideologico dei professori di “Praxis”, che proprio l’anno prima – profeticamente – avevano dedicato l’annuale seminario di Korčula a “Marx e rivoluzione”. Accusati dall’establishment di fomentare la rivolta (“controrivoluzionaria”) degli studenti i prassisti divennero ancora più invisi al potere tanto che, solo sei anni dopo, alla rivista “eretica” venne posta la parola fine.

Invitato dagli studenti in assemblea permanente, l’attore Stevo Žigon lesse la famosa pièceLa morte di Danton” di Buchner interpretando un Robespierre spietato quanto onesto declamando tra gli applausi degli studenti: “… mentre guardiamo come questi marchesi e conti della rivoluzione giocano d’azzardo, mentre li guardiamo, con pieno diritto possiamo domandarci se sono loro i saccheggiatori del popolo … ! Non c’è accordo, non c’è pace con gli uomini per i quali la Repubblica è una speculazione e la Rivoluzione un mestiere!”. Parole che ricordano quelle con cui Milovan Gilas, undici anni prima, aveva individuato criticamente nella nascente burocrazia del regime la “nuova classe”.

Il ’68 jugoslavo si chiuse velocemente dopo solo una settimana il 9 giugno con un discorso televisivo di Tito che, con toni assai convincenti, sconfessò gli eccessi polizieschi e promise di occuparsi personalmente dei problemi sollevati dagli studenti: addirittura, aggiunse, “se non sono capaci di risolverli, non posso rimanere al mio posto” (in realtà le sue parole, a trasmissione chiusa, furono ben diverse se non ostili). Gli studenti, entusiasti, ritornarono alle loro attività, ignari del monito brechtiano (“Quando viene il momento di marciare molti non sanno / Che il nemico marcia alla loro testa”). Scattò invece la repressione (oltre a “Praxis” venne chiusa anche la rivista “Student”) e ne furono vittime i riformatori del partito, rei di favorire il caos. E’ vero che l’anno seguente gli studenti, compreso l’inganno, riaprirono le proteste elaborando un documento detto delle “Tremila parole” (echeggiando quello praghese), ma rimasero isolati mentre arrivarono arresti e denunce.

Il realtà il disagio che maturava nella società jugoslava (il ’68 portò anche una ondata di proteste operaie, salite a 2 mila contro le 139 di due anni prima) stava già prendendo strade del tutto diverse, che porteranno solo tre anni dopo alla “primavera croata”, anticipazione di quelle tendenze che i tardi anni ottanta manifesteranno ampiamente nel paese. I nazionalismi repubblicani forniranno infatti una narrazione assai convincente ed il ’68 jugoslavo, nella sua utopistica ingenuità, sfiorì rapidamente senza essere capace di tradursi, ad esempio, in un movimento politico di opposizione. Per dirla con Stojanović, la realtà si mostrò assai più forte degli ideali.

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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