Simboli e diaboli

di Gustavo Zagrebelsky*

Ognuno di noi è dunque la metà di un umano segato a mezzo, due pezzi da uno solo, in cerca dell’altra metà”, così scriveva Platone nel Simposio narrando di esseri primordiali – forse piuttosto mostruosi ai nostri occhi – che partecipavano del maschio e della femmina. Questi esseri erano potentissimi e superbi tanto da attentare agli Dei, per questo Zeus li punì dividendoli. La parola “simbolo” deriva dal latino symbolum ed a sua volta dal greco súmbolon (dalle radici sym-, “insieme” e bol, “un lancio”), avente il significato approssimativo di “mettere insieme” due parti distinte. Nell’antichità il simbolo era appunto una pietra o un osso che, spezzato, sanciva un patto. Il perfetto combaciare delle due parti testimoniava l’esistenza di un accordo. Il simbolo, quindi, compone l’unità. Le parti si riconoscono sotto il simbolo. L’anello è simbolo, promessa di unità, fede comune, unione delle parti. Senza simbolo sembra che manchi la cosa.

I simboli sono oggetti materiali che rimandano a cose diverse in cui i distinti si uniscono in una forza spirituale che Platone chiamava “eros”. Questo vale anche per la politica.

I cinque elementi del simbolo

Sono cinque gli elementi che compongono il simbolo:

Fiducia –Ne “Il signore delle mosche”, romanzo del premio Nobel William Golding, una serie di ragazzi si trova a organizzare una vita comune. Sono inizialmente tutti uguali. La conchiglia è il simbolo della concordia, suonarla significa riunirsi in assemblea, chi la tiene in mano ha diritto di parola, il capo è chi l’ha in custodia. Quando la conchiglia verrà mandata in frantumi, il gruppo si dissolverà. Simbolo della divisione è il Signore delle mosche, a sua volta simbolo del demonio nell’antica cultura fenicia. Baal è infatti traducibile con “signore delle mosche”, ed è alla radice del Baal Zebub ebraico (Belzebù). Con questo nome, nei Vangeli, Cristo chiama il diavolo (dal greco antico diabolos, ovvero colui che divide). Quindi se i simboli uniscono, i diaboli dividono.

Lealtà – La nostra vita collettiva è regolata da istituzioni e leggi, fatte da noi e che noi possiamo cambiare. Istituzioni forti e leggi efficaci producono coesione sociale. Tutto si basa sulla circostanza che si possa fondatamente credere che se io rispetto le leggi e le istituzioni anche gli altri lo fanno. In tal modo l’individuo si sente legato da un sentimento di lealtà comune a tutti, un sentimento pubblico e reciproco che cresce crescendo e deperisce deperendo. Tanto più si onorano o si infangano leggi e istituzioni, tanto più queste si rafforzano o indeboliscono e con esse il legame di lealtà su cui si fondano. Se il legame di lealtà viene meno, sono i prepotenti ad avere la meglio. Istituzioni e leggi hanno quindi bisogno di virtù pubbliche capaci di generare analoghi comportamenti individuali. Al contrario, farsi leggi a proprio interesse, disprezzando la virtù pubblica, genera un liberi tutti che rompe la coesione sociale e divide la società.

Appartenenza – I simboli sono l’espressione concreta dell’unione che si sottrae al caos e al sopruso. Non sono la cosa ma la manifestazioni della cosa, celebrati non per quello che sono ma per quello che tramite loro si vuol significare.Il simbolo non è personale, ma appartiene a ogni individuo e, tramite il simbolo, anche i valori che esso rappresenta.

L’identità – I simboli creano legami con prospettiva di durata. Il rispecchiamento nel simbolo esonera dal rinnovare ripetutamente il proprio legame con la cosa. Il deposito di questi esoneri nella mente umana è ciò che chiamiamo identità, essa è utile a riconoscere la comune appartenenza. I simboli politici hanno a che vedere con eventi mitici, eroici, miracolosi. Hanno a che vedere con fatti che assurgono a miti fondativi, quindi valori sociali che ci appartengono e in cui ci riconosciamo.

La terzietà – I simboli politici trascendono i simboli ordinari, sono qualcosa che sovrasta e che appartiene a tutti e, quindi, a nessuno. Nessuno ne può rivendicare la proprietà esclusiva, nessuno se ne può impossessare. L’uomo politico degno del suo compito ha nei confronti del simbolo un atteggiamento di umiltà per i contenuti cui il simbolo rimanda. E’ sottomissione e fedeltà al contenuto del simbolo. La Costituzione, ad esempio, è un simbolo ma nella mentalità corrente i simboli vengono irrisi, declassati a “vuoto”, eppure il simbolo – che è unione – rappresenta uno strato di condivisione e appartenenza che precede leggi e tribunali.

Simbolo e significato

I simboli possono mutare di contenuto, siamo noi a dirgli di cosa sono portatori. Ogni società ha un sistema di simboli, sui simboli si scatenano battaglie sociali cruente e ciò avviene non per il simbolo ma per il suo contenuto. Si pensi alla croce cristiana: simbolo attorno al quale si radunavano i perseguitati, divenne simbolo di papi e imperatori che facevano crociate e bruciavano eretici, e poi prova della perfidia dei giudei, consacrazione a Cristo, sintesi della sofferenza umana, arredo, segno di tolleranza (e paradossalmente di laicità). Esiste, nel simbolo, una stratificazione di significati unita alla possibilità di produzione di nuovi significati: i simboli sono accenni, inviti a percorsi di conoscenza o di iniziazione. Talvolta la comprensione del loro significato non è immediata ma richiede immedesimazione spirituale e iniziazione.

La debolezza della funzione simbolica

La nostre società vivono su tre funzioni: politica (volontà), economia (necessità) e simbologia (mentalità). L’impronta tripartita delle nostre società è così forte che la troviamo dappertutto. Quando il demonio nel deserto promette il principato sulla terra a Cristo lo tenta prima con il potere politico, poi lo induce a trasformare i sassi in pane, e infine lo innalza nel tempio: politica, economia e simbologia. Ma chi sono i titolari di queste tre funzioni? La teoria dice che le società temperate sono quelle in cui le tre funzioni sono indipendenti. La storia ci dice però che ciascuna delle tre funzioni tende a imporsi sulle altre due per asservirla, questo perché in gioco c’è il potere. A seconda delle epoche ha vinto una delle tre funzioni. Il potere simbolico, di tutti il più sottile e pervasivo, è però il più debole e quindi più esposto alla capitolazione, alla soggezione.

Se ci chiediamo chi sono i padroni del mondo simbolico di oggi, che cosa rispondiamo? Chi plasma i desideri, le mentalità? Sono i padroni del potere economico e politico, che producono modelli di pensiero, scuole di comportamento, valori capillari e omologanti. La funzione simbolica è oggi passiva e servente. E qui entrano in campo i diaboli, gli ingannatori, che strumentalizzano i simboli: promuovono il bene di chi li consuma ma producono il bene solo a chi li produce.

Il fagocitamento del simbolo

E il simbolo politico? Se il potere non soggiace al simbolo ma, al contrario, se ne appropria, ecco che il simbolo diventa misura del totalitarismo e dell’autoritarismo, poiché se il potere fagocita il simbolo quest’ultimo diventa espressione personalistica e settaria mancando la sua funzione di unità.

Il fagocitamento del simbolo coincide con la simbolizzazione del potere. Quando ciò è avvenuto, il potere era sempre legato ad un “capo” che diventa egli stesso simbolo del potere. E il potere del capo trova fondamento nel suo essere simbolo per la società. Ecco che il simbolo, personalizzato, diventa strumento di coercizione e divisione.

Tornando a “Il signore delle mosche”di Golding, quando la conchiglia si spezza il suo posto è preso dalla testa di maiale. Ma cos’è la testa di maiale? Il romanzo non lo dice. Ma dice che il potere simbolico passa dall’oggetto, la testa, alla persona che la brandisce e se ne appropria, ovvero Jack, il bambino che ha organizzato la distruzione della conchiglia. E’ Jack, il nuovo capo, che diventa egli stesso simbolo, segno di tutti i valori e le aspettative della sua società. Una società che però non è più governata dalla concordia e dall’unità ma che conosce la violenza e la coercizione. Il diabolo vuole che al simbolo si obbedisca. Poiché il simbolo è diventato il diabolo stesso.

La democrazia è quindi integrità del simbolo, lealtà, fiducia, appartenenza a un simbolo che non è di nessuno e, quindi, è di tutti. Della società tutta.

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Lectio magistralis d’inaugurazione della seconda edizione di Biennale Democrazia (13-17 aprile 2011), qui trascritta e proposta per riassunto.

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