CROAZIA: Le “Streghe di Rio”. Donne ed intellettuali in tempo di guerra

Durante il 1992, nel pieno del processo di consolidamento dell’identità nazionale, in Croazia ha inizio uno dei casi mediatici più noti del paese, quello delle “Streghe di Rio” (Vještice iz Rija). Le “Streghe”, cinque famose scrittrici ed intellettuali croate apertamente critiche nei confronti del governo di Franjo Tuđman, vennero accusate di tradimento, sottoposte ad un processo mediatico e costrette a lasciare il paese.

Da intellettuali a “Streghe”

Nei primi anni ‘90, i principali giornali croati erano controllati dal governo. Agli intellettuali veniva richiesto di sostenere la retorica nazionalista, diffondendo i valori della nuova Croazia e promuovendo sentimenti di unità nazionale. Molti furono i pensatori che, invece, decisero di contestare l’autoritarismo croato. Tra questi, cinque donne diventarono note come le “Streghe di Rio”: Dubravka Ugrešić, considerata una delle migliori scrittrici del paese, Vesna Kesić, attivista presso il “Centro per le donne vittime di guerra” di Zagabria, Rada Iveković, attivista e professoressa universitaria di filosofia, Slavenka Drakulić e Jelena Lovrić, giornaliste internazionalmente riconosciute. Oltre a denunciare il controllo della stampa da parte dello Stato, le cinque donne si sottrassero al discorso etnonazionalista, evidenziando come anche i soldati croati fossero responsabili di crimini di guerra.

Nel dicembre del 1992, un acceso dibattito al 58° congresso del PEN International, un’organizzazione internazionale di scrittori, offrì l’occasione perfetta per discreditare pubblicamente le cinque intellettuali. Durante l’incontro, che ebbe luogo a Rio de Janeiro (da qui il soprannome delle “Streghe”), alcune delegazioni sollevarono forti dubbi circa la libertà di espressione in Croazia, e si opposero alla decisione di svolgere il congresso successivo a Dubrovnik. Sebbene l’effettiva partecipazione delle cinque donne alla discussione non fu mai dimostrata, Slobodan P. Novak, presidente della sezione croata dell’organizzazione, contattò personalmente le principali testate giornalistiche per denunciare una cospirazione femminista volta a screditare internazionalmente la Croazia.

La caccia alle streghe

Nel giro di qualche settimana, quello delle “Streghe di Rio” divenne un vero e proprio caso mediatico. Le cinque scrittrici vennero denigrate dai giornali croati, e in qualche caso anche da testate internazionali, in quanto intellettuali e, soprattutto, donne. L’articolo del giornale Globus, “le femministe croate violentano la Croazia”, passò in rassegna i legami familiari e sentimentali delle donne, alla ricerca di parenti comunisti o amanti serbi. I commenti canzonatori sull’aspetto fisico, sulla mancanza di femminilità e sulle conseguenze della menopausa, si alternavano alle accuse di carrierismo e di ingratitudine nei confronti della patria che le aveva cresciute. Vennero addirittura pubblicati numeri di telefono ed indirizzi, mettendo seriamente a repentaglio la vita delle cinque, che abbandonarono il paese.

Oggi, a distanza di venticinque anni, le “Streghe” continuano ad essere scrittrici e giornaliste premiate, professoresse di successo e attiviste per i diritti delle donne. Come alcune di loro hanno evidenziato, il caso mediatico di cui furono protagoniste dimostrò al mondo la difficoltà di essere donne ed intellettuali in tempo di guerra. Se infatti le cinque vennero accusate di antipatriottismo, per aver espresso opinioni personali, il rogo mediatico su cui vennero bruciate era volto a distruggerle in quanto donne. Rada Iveković, nel 1993, affermò infatti che “Streghe” era l’unico modo in cui la società nazionalista e patriarcale croata poteva chiamare delle donne che si rifiutavano di essere mogli, e madri, dei nuovi eroi nazionali.

Questo articolo è frutto della collaborazione con MAiA Mirees Alumni International Association. Le analisi dell’autrice sono pubblicate anche su PECOB, Università di Bologna

Chi è Silvia Trevisani

Nata nel nord-est italiano, vive e lavora tra Zagabria e Copenaghen. Possiede una laurea triennale in Studi Internazionali (Università di Trento) e una magistrale in Interdisciplinary research and studies on Eastern Europe (Università di Bologna). Appassionata di Balcani, interessata agli studi di genere e spaventata dai neofascismi, ne scrive per East Journal. Parla inglese, francese e, dopo una rakija, serbo-croato.

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