TURCHIA: La riconquista di Mosul che fa gola ad Ankara

Il 17 ottobre il premier iracheno Haydar al-‘Abadi ha annunciato l’inizio dell’offensiva contro l’Isis a Mosul. La missione della Coalizione Internazionale a guida Usa vede impegnate sul terreno soprattutto truppe dell’esercito iracheno, le milizie sciite irachene Hashd al- Shaabi e i peshmerga curdi. Su questo proscenio s’incontrano anche la lotta internazionale al terrorismo e gli interessi di altri paesi. Tra questi la Turchia che, con Russia e Iran, è invischiata sullo scacchiere mediorientale nella battaglia per i confini e le influenze economiche.

Richieste di aiuto o strategie?

Finora il coinvolgimento di Ankara si è limitato all’artiglieria: nonostante il divieto posto da al-’Abadi, infatti, l’esercito turco avrebbe portato i propri mezzi dalla base di Bashiqa fino alle pendici del monte omonimo, poche decine di km a nord di Mosul. Ma secondo il premier turco Binali Yildirim, l’intervento è arrivato solo dopo la richiesta d’aiuto dei peshmerga.

Ankara – inutile dirlo – vuole evitare che curdi e milizie sciite coinvolti traggano vantaggio dalla riconquista, se non altro per limitare possibili rivendicazioni. La partecipazione al conflitto di milizie sciite ha avuto il suo peso: di certo, non si tratta solo di un problema di natura religiosa, ma una precisazione è doverosa. Mosul è una città a maggioranza sunnita e le milizie irachene sciite lì sono malviste. Sfruttando le rivalità tra le due confessioni, ben prima della conquista militare della città, l’Isis aveva già espanso il suo potere. L’offensiva, rispetto alle altre fasi del conflitto, è quindi resa più complessa dal combinato disposto dei due fattori: l’estensione del territorio – circa cinque volte quello di Ramadi o Falluja, già riconquistate dagli iracheni -; e i preesistenti contrasti religiosi.

Gli attriti tra Ankara e Baghdad

Solo poche settimane prima dell’inizio dell’offensiva, al-‘Abadi avvertiva che, mantenendo le proprie truppe in Iraq, la Turchia avrebbe innescato una guerra regionale. Ma già nel mese di settembre, Ankara aveva esteso di  2.000 unità i soldati in Iraq. L’esercito turco, di stanza alla base di Bashiqa – sua dal dicembre 2014 – collabora anche con 700 uomini all’addestramento militare dei miliziani sunniti e peshmerga curdi. Infine, l’accordo siglato da Erdogan con gli Usa il 19 ottobre prevede che gli F-16 turchi si uniscano alla coalizione del centro di comando in Kuwait. Una chiara violazione della sovranità, tuonano da Baghdad.

Le ragioni dell’irridentismo di Erdogan

Se da un lato Erdogan motiva il coinvolgimento in Iraq con un rinato spirito irridentista (fino al 1918 capitale di una delle province dell’Impero Ottomano, Mosul venne ceduta all’Iraq sotto mandato britannico tramite una risoluzione della Lega delle Nazioni del 1925), gli analisti internazionali, dal canto loro, smantellano le teorie nazionaliste del “sultano” ricostruendo gli interessi che la Turchia coltiva nell’area: un intreccio tra politica estera e strategie economiche internazionali. Oltre a garantire che il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) suo acerrimo nemico, non espanda le proprie attività nel nord dell’Iraq al di là della regione di Qandil, Ankara vuole anche limitare l’aumento del potere dell’Iran – che appoggia le milizie sciite irachene, spesso determinati nella riconquista dei territori – proteggendo gli arabi sunniti che si trovano in questa zona.

Tensioni sopite, quelle tra Baghdad e la Turchia; acredini che rischiano di riaprire la frattura tra i due paesi, minando definitivamente la riuscita delle operazioni.

Chi è Francesca del Vecchio

Classe 1987, laureata in Lingue e Letterature Straniere e in Studi Arabo-Islamici, con una tesi sull’Islam Politico in Iran. Vive a Milano (ma è nata a Benevento) dove “prova” a fare la giornalista. Collabora per alcune testate come Il Manifesto, Prima Comunicazione e D di Repubblica. Per East Journal si occupa di Medio Oriente, in particolare di Iran.

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