UNGHERIA: Lázár e la UE dopo il Brexit

«Non sento di poter votare a cuor leggero affinché l’Ungheria rimanga nell’Unione Europea […] Europa non è sinonimo di Unione Europea, l’Unione Europea non è in grado di proteggere i diritti e i valori europei», queste le dure parole pronunciate da János Lázár, braccio destro del Primo Ministro ungherese, Viktor Orbán, in seguito all’esito del referendum inglese che ha sancito l’uscita del Regno Unito dalle strutture comunitarie. Lázár, sostenendo che si tratta di una propria opinione e non della posizione ufficiale del governo magiaro, ha poi aggiunto che «l’Ungheria non pianificherà un referendum sull’uscita dall’Unione».
Un duro discorso, certo, che sembra però inserirsi nella vasta cornice d’un più pronunciato cambio di rotta in seno ai paesi dell’ex blocco sovietico, ormai da tempo ostili ai modi di quella che più volte è stata definita una “burocrazia centralizzata”.


Il Gruppo di Visegrád dopo il Brexit

Le parole pronunciate da Lázár seguono di poco il discorso tenuto proprio da Orbán in seguito all’uscita di Londra dall’Unione Europea, durante il quale il Primo Ministro ungherese ha puntato il dito contro Bruxelles per aver perso di vista cosa “Unione Europea” significhi davvero.
Da anni, ormai, Ungheria, Polonia, Cèchia e Slovacchia premono sull’agenda comunitaria affinché possa realizzarsi il progetto d’una UE meno centralizzata rispetto alla sua attuale fisionomia.
Proprio la Polonia ha di recente accusato il blocco storico della UE (composto da Belgio, Francia, Italia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi) di aver monopolizzato le discussioni sul futuro della stessa in seguito al Brexit, attraverso una serie di conversazioni private tenutesi a Berlino, peccando così di scarsa considerazione verso i restanti paesi europei rimasti ai margini dei colloqui.
Un brutto colpo, per i V4, questo dell’uscita dalla UE da parte del Regno Unito, in quanto proprio Londra è stata spesso indicata da più fonti come il principale alleato dei paesi facenti parte del Gruppo di Visegrád nello sforzo di ridurre il centralismo di Bruxelles.
L’uscita di scena del principale alleato, inoltre, potrebbe isolare ulteriormente i paesi CEECs (Central and Eastern Europe countries) nell’arena europea.

Il referendum ungherese

Sono stati molti i commentatori a sottolineare come, fra le questioni che più d’ogni altra ha influenzato l’esito del referendum inglese, sia stata la pessima gestione da parte di Bruxelles della crisi migranti a sancire la definitiva rottura con Londra.
Tempi difficili, insomma, per il futuro della UE che proprio in tema di migranti sembra incontrare un nuovo ostacolo: il 2 ottobre prossimo, infatti, sarà il turno del referendum indetto da Budapest, tramite il quale i cittadini ungheresi saranno chiamati a esprimere il proprio favore o meno circa la ripartizione di quote di migranti decisa da Bruxelles.
Lo scorso settembre, l’Unione Europea aveva stabilito la ripartizione in altri paesi membri degli oltre 160.000 profughi giunti in Grecia e Italia, considerate come aree di transito a forte sovraffollamento. Nei piani della UE, l’Ungheria avrebbe dovuto accoglierne 2.300, ma Orbán ha subito fatto ricorso alla Corte Europea di Giustizia denunciando come illegittima una tale decisione.
Da allora, lo stesso Orbán ha più volte affermato che «la UE non può permettersi di prendere decisioni alle spalle dei popoli e contro la volontà dei popoli», per poi attaccare direttamente la politica europea di ripartizione delle quote, trovando così un vasto consenso sia nella propria maggioranza di governo, sia negli altri paesi membri del V4, tramutatosi ormai in un’autentica alleanza regionale sempre più ostile al centralismo comunitario.
A ottobre, dunque, ai cittadini ungheresi verrà domandato: «volete che l’Unione Europea, anche senza consultare il Parlamento ungherese, prescriva l’immigrazione in Ungheria di persone che non sono cittadini ungheresi?». Una vittoria del no sembra più che certa.

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