ARMENIA: Gruppo armato occupa stazione di polizia e chiede le dimissioni del governo

La capitale armena Yerevan è stata in tensione per tutta la giornata di domenica a causa di una presa d’ostaggi presso una stazione di polizia nel quartiere di Erebuni.

Alle 5.30 di mattina un gruppo di uomini armati ha sfondato con un’auto l’ingresso della stazione di polizia di Erebuni, prendendo in ostaggio gli otto poliziotti presenti e in seguito anche il capo della polizia di Yerevan, Valery Osipyan, entrato nell’edificio come negoziatore. L’azione è stata accompagnata da uno scambio a fuoco, come testimonia anche un video amatoriale, in cui un poliziotto è morto mentre altri due, così come due assalitori, sono rimasti feriti. Gli insorti hanno quindi pubblicato un video, comunicando che il gruppo stava inaugurando una “rivoluzione armata” determinata ad ottenere un “cambio di regime”. Ma, già alle 11, un comunicato dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale aveva ridimensionato la situazione: già si iniziava a trattare la resa degli uomini barricati nella caserma. L’esercito ha convocato sul posto anche Nikol Pashinian, influente politico dell’opposizione, che ha postato un video dall’interno della caserma. Alle 16 (18 ora locale) i corpi speciali della polizia armena non avevano ricevuto ordini di assaltare la caserma. Le trattative continuano.

Tra le richieste degli insorti, le dimissioni del presidente Serž Sargsyan e del suo governo e il rilascio di alcuni membri dell’opposizione, in primis cui colui che riconoscono come loro leader, Jirair Sefilyan, politico nazionalista e veterano del conflitto in Nagorno-Karabakh. Secondo gli assalitori l’arresto di Sefilyan, avvenuto il 20 giugno scorso con l’accusa di acquisto, possesso e trasporto di armi illegali, sarebbe stato dettato da motivazioni politiche. Le richieste sono state rifiutate dalle autorità. I ribelli hanno comunicato che non si consegneranno senza combattere, e hanno fatto appello ai cittadini armeni a scendere in piazza in loro sostegno.

Anche alcune formazioni politiche minoritarie, come Noi siamo padroni del nostro paese e Rifondare il Parlamento, hanno invitato i loro sostenitori a scendere in piazza e sostenere l’insurrezione. Fonti armene riportano che la polizia sta effettuando retate contro membri del gruppo politico di Sefilyan e almeno venti persone sono state malmenate e  arrestate nella piazza principale della capitale. Inoltre, nelle prime ore dopo l’azione armata era stato segnalato che i social media avevano smesso di funzionare.

La situazione a Yerevan è rimasta tesa per tutta la giornata, con le vie d’accesso all’area di Sari Tagh chiuse e presidiate dalla polizia, mentre cannoni ad acqua e blindati si sono distribuiti in tutta la città. Le vie d’accesso alla capitale sono state bloccate, e le automobili ispezionate e rimandate indietro. I palazzi circostanti la stazione di polizia occupata sono stati evacuati, le strade di accesso bloccate e carri armati sono accorsi sul posto.

Al momento è necessario seguire gli sviluppi, come numerosi giornalisti armeni, tra cui Artur Papyan e Karena Avedissian, stanno facendo su Twitter; qui c’è anche la diretta dall’esterno della caserma. Ma è anche fondamentale accennare allo scenario che fa da sfondo a questo tentativo di colpo di stato. Come nel caso di quello intentato in Turchia venerdì notte, questi fatti necessitano di chiavi di lettura appropriate.

L’Armenia di oggi si trova nel mezzo di molte sfide decisive. In politica interna, questo tentato golpe rievoca i dubbi sulla rappresentatività democratica delle istituzioni armene, specialmente dopo il risultato sospettosamente filo-presidenziale al referendum dello scorso dicembre. In politica estera, continua a tenere banco l’irrisolta questione del conflitto congelato in Nagorno-Karabakh, che ha visto nella primavera 2016, con la “guerra dei quattro giorni” la più grave escalation di violenza dalla fine (nominale) delle ostilità nel 1994.

Jirair Sefilyan, il leader del gruppo armato, è un politico nazionalista armeno nato in Libano, veterano della guerra del Nagorno-Karabakh e fautore della linea dura con l’Azerbaijan. Sefilyan aveva accusato le autorità di aver perduto il controllo di 800 ettari di terreno sulla linea di contatto durante la “guerra dei quattro giorni” dello scorso aprile – fatto confermato dal presidente Sargsyan solo a metà maggio. Solo lo scorso 11 giugno Sefilyan aveva annunciato la fondazione di un nuovo movimento d’opposizione, dal nome Comitato di Resistenza Nazionale. “Abbiamo un governo traditore, e dobbiamo costruire un’alternativa e prendere il potere nel paese con l’aiuto del popolo e dell’esercito il prima possibile”, aveva dichiarato. Assieme ad altre sei uomini, Sefilyan era stato arrestato per possesso e traffico d’armi il 20 giugno, mentre Sargsyan si trovava a San Pietroburgo per i negoziati con le controparti armene sul processo di pace in Nagorno Karabakh. Sefilyan era già stato arrestato per istigazione al disordine pubblico un anno fa, nell’aprile 2015.

Chi è Simone Benazzo

Triennale in Comunicazione, magistrale in Scienze Internazionali, ora studia al Collegio d'Europa, a Varsavia.

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