EURO 2016: Croazia contro Turchia, alta tensione da Mostar a Parigi

12 giugno 2016, Parigi, Parco dei Principi. È il giorno di Croazia-Turchia, prima partita del girone D di Euro 2016. Un appuntamento che probabilmente in tanti si sono segnati. Ma non soltanto turchi e croati: i potenziali attori di quella che potrebbe essere una giornata di forti tensioni sono più numerosi e non facilmente controllabili. Sul versante sportivo, per le due nazionali di Turchia e Croazia – che insieme a Spagna e Repubblica Ceca si contenderanno la qualificazione agli ottavi di finale – è l’occasione di una reciproca rivincita. Nei quarti di finale degli Europei del 2008 la Turchia eliminò la Croazia ai calci di rigore, prima di essere sconfitta in semifinale dalla Germania. Negli spareggi di qualificazione agli Europei del 2012 l’esito fu inverso: la Croazia, espugnando Istanbul con un perentorio 3-0 e pareggiando 0-0 a Zagabria, ottenne il pass per la fase finale a scapito della Turchia.

Mostar, la città divisa dell’Erzegovina che ribolle per lo scontro calcistico tra turchi e croati

Altre sono però le occasioni di rivalsa che animeranno i sentimenti delle frange più oltranziste dei tifosi turchi e di quelli croati. Il quarto di finale del 2008 fu seguìto da disordini tra le due tifoserie a Vienna, dove si disputò la partita e dove vivono comunità turche e croate piuttosto numerose. La guerriglia che fece da appendice a Croazia-Turchia del 2008 non fu però circoscritta alla capitale austriaca. Ogniqualvolta si gioca quella partita, Croazia contro Turchia, una città di uno stato terzo (la Bosnia-Erzegovina, paese fragile e frammentato dagli accordi di Dayton del 1995) è scossa da metaforici movimenti tellurici. È la città di Mostar, storicamente divisa in due anime, la cui frattura si è accentuata con la guerra dei primi anni ’90: la parte ovest della città, abitata prevalentemente dai croati (cattolici), e quella est, a larga maggioranza di bosgnacchi (musulmani), filo-turchi anche solo per comunanza religiosa. I serbi, che assediarono Mostar nel 1992, quando croati e bosniaco-musulmani ancora combattevano dalla stessa parte (prima di iniziare, appena un anno più tardi, una guerra fratricida tra ex-alleati), hanno invece quasi tutti da tempo abbandonato la città.

Mostar è oggi materialmente unita anche dal ponte ricostruito nel 2004 in sostituzione dello Stari Most (il “ponte vecchio”) di pietra, che era stato eretto nel 1566 dall’architetto Hajrudin durante l’impero di Solimano il Magnifico. Mostar si trovò infatti sotto la dominazione ottomana dal XV secolo sino al 1878, quando passò all’Impero Austroungarico; fece poi parte del Regno jugoslavo e della Jugoslavia socialista di Tito. Era il 9 novembre 1993 quando il ponte vecchio, ferito dai colpi dei mortai croati, con un sordo e lugubre tonfo sprofondava nella Neretva, il fiume le cui gelide acque color verde smeraldo attraversano la città. Nell’immaginario collettivo degli abitanti locali l’attuale ponte ricostruito è però soprattutto il ponte della comunità internazionale e dei turisti. Non è, o almeno non è ancora, il segno tangibile di una coesione sin qui non ritrovata.

Il confine attuale tra le due anime di Mostar non coincide in realtà con la divisione fisica rappresentata dal corso della Neretva. La linea di demarcazione di Mostar “città divisa” (come Gerusalemme, Belfast, Nicosia) è rappresentata dal Bulevar, un ampio vialone che si colloca a ovest della Neretva. È lungo il Bulevar che le tensioni sopite riemergono nelle occasioni che contano. Così è stato nel 2008 e nel 2011 dopo le partite tra le nazionali di calcio di Croazia e Turchia: vera e propria guerriglia urbana, in notti infinite di sirene, vetrine in frantumi, lacrimogeni sparati dalla polizia, tentativi di corpo a corpo tra cattolici e musulmani. Il prossimo 12 giugno il Bulevar, barriera psicologica prima ancora che fisica per gli abitanti di Mostar, ci dirà quanto sia ancora profonda la contrapposizione etnico-religiosa nella città. È la stessa divisione che si specchia nei due club calcistici cittadini (da un lato lo Zrinjski, tifato dai croati, quest’anno vincitore del campionato nazionale; dall’altro il Velež, appena retrocesso in seconda divisione, sostenuto dai bosgnacchi e dai nostalgici della Jugoslavia che fu). Per l’ennesima volta il calcio, o meglio quel che il calcio muove e infiamma, fungerà da termometro sociale.

Parigi, dove i tifosi turchi non sono i benvenuti

Ma il sorteggio non si è limitato a prevedere l’incontro tra Croazia e Turchia: è stato ancora più beffardo, scegliendo in Parigi la sede della partita. Al guazzabuglio già descritto si aggiunge infatti un terzo incomodo, la tifoseria locale del Paris Saint-Germain. Più precisamente, una sua parte. Ultrà parigini contro tifosi turchi: è un altro fil rouge del 12 giugno prossimo venturo. Per capirne le ragioni bisogna ripercorrere il tempo a ritroso, fino a un PSG-Galatasaray del 2001 che vide una battaglia campale tra le due tifoserie sugli spalti del Parco dei Principi. C’è poi anche dell’altro: la politica (la questione armena, cui la Francia è sempre stata sensibile) e la tragica attualità (i fatti del Bataclan, che hanno acuito il risentimento anti-musulmano della Parigi più nazionalista e identitaria).

I tifosi parigini che identificano nei turchi un obiettivo da colpire sono una fazione circoscritta. Da lungo tempo gli ultrà del PSG sono infatti divisi in due anime: la Kop of Boulogne, identitaria, di destra, di stampo hooligan, con venature razziste; e la Virage Auteuil, più coreografica, antirazzista, frequentata da molti immigrati delle banlieues. Oggi i due gruppi non hanno più cittadinanza all’interno dello stadio: la rivalità interna fu talmente forte e drammatica che portò alla morte di un tifoso della Kop of Boulogne, ucciso nel 2010 durante disordini con i tifosi della Virage Auteuil. La repressione fu durissima: i gruppi ultrà parigini vennero sciolti d’imperio dal ministero dell’Interno e l’assegnazione dei posti al Parco dei Principi divenne da allora del tutto casuale (non si può più scegliere in quale curva comprare il biglietto), così da recidere qualsiasi forma di aggregazione.

Quello spirito aggregativo è tuttavia sopravvissuto al di fuori dello stadio. Lo dimostra il fatto che gli hooligans della Kop of Boulogne, esacerbati negli animi anche dai controversi fischi al minuto di silenzio per le vittime del Bataclan che si udirono a Istanbul prima di Turchia-Grecia, abbiano esposto nel novembre 2015 un eloquente striscione: Euro 2016, Turkish fans not welcome. Tempestiva e sarcastica è stata la risposta di alcuni tifosi turchi, dietro la firma UltrAslan Avrupa (la sezione europea degli ultrà del Galatasaray) che, sempre nei pressi del Parco dei Principi, hanno replicato con un beffardo We are already here. Lo scambio di messaggi lascia poco spazio all’interpretazione: se difficilmente potranno verificarsi scontri nei pressi dello stadio, che sarà “militarizzato”, è possibile che nella notte precedente e in quella successiva alla partita tra Croazia e Turchia facciano capolino per le strade di Parigi anche gli hooligan locali per mantenere l’inquietante “promessa” vergata sul loro striscione.

In questo cocktail esplosivo non vanno dimenticati i tifosi croati, che seguono assiduamente la nazionale: tra di loro i principali gruppi ultrà del paese (Torcida Hajduk Split, BBB Dinamo Zagreb, Armada Rijeka), che già nel girone di qualificazione hanno creato turbolenze, da leggersi nell’ambito dello scontro con il controverso Zdravko Mamić, plenipotenziario della federcalcio croata. Croazia-Turchia a Parigi è dunque la summa di tante tensioni, radicate nella storia o emerse di recente: etniche, religiose, politiche, calcistiche, culturali. Un melting pot di antichi e nuovi risentimenti, difficile da districare e da detonare.

Foto: Facebook

Chi è Paolo Reineri

Nato nel 1983, torinese. E’ avvocato dal 2009. Appassionato di sport con particolare interesse per i suoi risvolti sociali, ha affiancato alla propria attività professionale l’approfondimento delle tematiche e delle vicende, sportive e non solo, dell’area est-europea, collaborando anche con l’emittente Radio Flash e con la rivista Fan’s Magazine.

Leggi anche

CURVA EST: A caccia di stadi nell’Europa orientale

Il groundhopping è una passione che non esiste certo da oggi, ma grazie ad app ...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: