GEORGIA: Quando i russi spostano la frontiera. Gli effetti di un’occupazione strisciante

Nel cuore del Caucaso, tra la Georgia e l’autoproclamata repubblica dell’Ossezia del Sud, la linea di confine che separa i due paesi è in continuo movimento, con gli osseti che anno dopo anno, spostando le linee di filo spinato, stanno annettendo superfici sempre maggiori di territorio georgiano. A Tbilisi questo processo è chiamato “occupazione strisciante“, poiché a partire dal 2008, anno della Guerra dei cinque giorni, le milizie ossete, con il sostegno dei russi, approfittando del silenzio generale hanno iniziato a spostare progressivamente in avanti i propri confini, fino a conquistare diversi chilometri di territorio.

Di solito il processo di avanzamento dei confini avviene di notte, dopo aver dato qualche giorno di tempo ai contadini locali per lasciare i propri campi e portare con sé l’eventuale bestiame. Chi si rifiuta di abbandonare i propri possedimenti rischia di risvegliarsi da un giorno all’altro dall’altra parte del filo spinato, come è successo ad un’anziana coppia di agricoltori georgiani che non ha voluto lasciare la propria fattoria. Le linee di filo spinato vengono spostate in avanti sotto gli occhi inermi della polizia di frontiera georgiana, che non può fare altro che stare a guardare, conscia del fatto che una eventuale reazione armata potrebbe rischiare di fare esplodere un nuovo conflitto nella regione, come avvenuto nel 2008.

Anche negli ultimi mesi la Georgia ha denunciato diverse violazioni territoriali da parte delle milizie congiunte russo-ossete, che avrebbero spostato la linea di confine spingendola in avanti di qualche centinaio di metri, inglobando e recintando terreni appartenenti ad agricoltori e allevatori abitanti dal lato georgiano del filo spinato, fino ad arrivare alle porte di alcuni villaggi, che ora iniziano a sentirsi seriamente minacciati.

A Tsitelubani, piccolo villaggio di meno di 500 abitanti situato lungo la linea di confine tra la Georgia e l’Ossezia del Sud, in territorio georgiano, quasi il 90% della popolazione è osseta. Natia Khugashvili, 75 anni, vive a Tsitelubani da quando è nata. All’inizio degli anni Novanta, con l’indipendenza della Georgia, ha deciso di modificare il suo cognome osseto (Khugayev) aggiungendovi un suffisso georgiano, per far fronte alle politiche nazionaliste del presidente Gamsakhurdia. In seguito alla guerra del 2008, come molti altri osseti del villaggio di Tsitelubani, la famiglia di Natia ha deciso di rimanere nel suo paese natale per non perdere la casa e i propri terreni, rimasti nel territorio controllato dalla Georgia. Attualmente le uniche fonti di reddito per gli abitanti di Tsitelubani sono l’agricoltura e l’allevamento, perciò chi non possiede un pezzo di terra o qualche capo di bestiame è costretto a rimanere senza lavoro, o in alternativa a migrare nella capitale in cerca di fortuna. Chi invece come Natia è più fortunato si tiene stretto i propri possedimenti.

Ad alcuni parenti di Natia, abitanti nel villaggio di Orchosani, a pochi chilometri da Tsitelubani, è toccato un destino diverso. In seguito al 2008 il loro villaggio si è ritrovato all’interno del territorio controllato dall’Ossezia del Sud, e così per loro è diventato impossibile ricongiungersi con il resto della famiglia. L’unico modo che hanno per incontrarsi è darsi appuntamento in occasione delle feste o di qualche ricorrenza speciale nei pressi del villaggio di Khurvaleti, situato a metà strada tra i due paesi dove risiedono. Khurvaleti è tagliato in due da una linea di filo spinato che impedisce il passaggio dal territorio controllato dai georgiani a quello controllato dagli osseti. Qui le due famiglie possono solo scambiarsi un saluto veloce, stringersi la mano e passarsi qualche dono attraverso la recinzione metallica, per poi fare ritorno a casa.

Il continuo spostamento della linea di confine ha incominciato a preoccupare seriamente anche Natia. La scorsa estate a Tsitelubani alcuni suoi conoscenti, allevatori, hanno visto i propri pascoli finire inglobati da un giorno all’altro all’interno del territorio controllato dalle milizie russo-ossete, perdendo la possibilità di accedervi. Natia teme che possa accadere la stessa cosa anche ai propri terreni, eventualità che lascerebbe lei e la sua famiglia senza lavoro; sorte che negli ultimi mesi è già toccata a diverse famiglie nel piccolo villaggio di Tsitelubani. Proprio lo spostamento dei confini registrato la scorsa estate ha portato gli osseti a espandere il proprio territorio  fino a lambire il principale tratto autostradale della Georgia e a inglobare una parte dell’oleodotto Baku-Supsa, che rifornisce i mercati dell’Europa centrale.

Gli abitanti di Tsitelubani, stanchi di questa situazione che va avanti ormai da diversi anni, sembrano avere ormai perso la fiducia nei confronti del governo georgiano, dal quale si sentono abbandonati; per questo molti di loro non vedono altra alternativa che rifugiarsi nella religione. Nei pressi del villaggio di Tsitelubani si trova una piccola chiesa ortodossa situata a qualche centinaio di metri di distanza dal paese, proprio nel punto in cui passa la linea di confine tra la Georgia e l’Ossezia del Sud. Vicino alla chiesetta vi è un cartello verde che reca la scritta “Attenzione! Confine di stato! Il passaggio è proibito!“, in inglese e in georgiano, per scoraggiare chiunque volesse provare a inoltrarsi in quella terra di nessuno.

L’accesso alla chiesa di Tsitelubani è consentito solo agli abitanti locali, mentre né agli altri cittadini georgiani né tanto meno agli stranieri è consentito avvicinarsi, in quanto trovandosi proprio sulla linea di confine tra la Georgia e l’Ossezia del Sud l’edificio religioso finisce per essere spesso meta di incursioni da parte degli agenti dell’FSB, i servizi segreti russi. Tra coloro che hanno subito le conseguenze di queste incursioni vi sono Kakha Begeluri e Givi Kisiev, due pastori locali che lo scorso ottobre sono stati arrestati proprio mentre stavano facendo pascolare il loro bestiame nei pressi della chiesa, con l’accusa di volere attraversare il confine. Il caso dei due pastori non è però isolato: negli ultimi anni sono stati oltre 800 i cittadini georgiani arrestati dagli agenti dell’FSB lungo la linea di confine con l’Ossezia del Sud, tutti accusati di attraversamento illegale della frontiera che divide i due paesi.

A otto anni dalla Seconda guerra in Ossezia del Sud, a causa di una situazione in continua evoluzione, nonostante il conflitto sia ufficialmente congelato, le condizioni di vita di chi abita lungo la frontiera osseto-georgiana si sono fatte più che mai precarie. Dietro al progressivo avanzamento delle linee di filo spinato vi è probabilmente la volontà da parte delle milizie russe e ossete di stabilire nuovi confini rifacendosi ad alcune carte geografiche risalenti al periodo sovietico; progetti che però non tengono conto di chi in quelle terre disputate vive da anni. E proprio per i georgiani che vivono ai piedi del filo spinato il problema non sono gli osseti, che sono generalmente considerati brava gente; il vero problema è questa borderizzazione forzata che ha finito per tagliare innaturalmente in due un territorio nel quale georgiani e osseti hanno sempre convissuto pacificamente.

foto Getty Images

Chi è Emanuele Cassano

Ha studiato Scienze Internazionali, con specializzazione in Studi Europei. Per East Journal si occupa di Caucaso, regione a cui si dedica da anni e dove ha trascorso numerosi soggiorni di studio e ricerca. Dal 2016 collabora con la rivista Osservatorio Balcani e Caucaso.

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