TURCICA: I moghul, signori turco-mongoli delle Indie

Come in altre circostanze della storia turca, anche la fondazione dell’impero moghul dell’India fu determinata da eventi fortuiti e iniziative avventurose di singoli individui. In Asia centrale il potere dei timuridi – cioè i discendenti di Tamerlano – fu progressivamente eroso dai litigiosi signori della guerra provenienti dalla steppa kazaka. Agli inizi del ‘500 la Transoxiana, centro tradizionale del potere timuride, era ormai completamente nelle mani dei nomadi uzbeki, che sotto la guida della dinastia Shaybanide vi fondarono un khanato, destinato a dividersi presto in principati più piccoli. La conquista uzbeka della Transoxiana comportò un notevole arretramento culturale rispetto al periodo del rinascimento timuride, o impedì quantomeno ulteriori progressi. Quando nel XIX secolo russi e inglesi si interessarono alle steppe centrasiatiche, i regni uzbeki e kazaki vivevano ancora in pieno Medioevo.

Babur, ultimo discendente di Tamerlano, fu quindi costretto ad abbandonare le terre dei suoi padri e a stabilirsi nel principato che riuscì a costruire a Kabul. Per un certo periodo cercò di appoggiarsi ai safavidi per tentare una riconquista di Samarcanda e del regno perduto. Quando si accorse che questo progetto era impossibile, nel 1525 calò in India, conquistando Delhi e fondandovi un nuovo impero. Babur fu un genio e un personaggio piuttosto eccentrico per gli standard dell’epoca. Dotato di una cultura smisurata e di un’abilità politica fuori dal comune, non riusciva d’altra parte a sottrarsi al fascino dell’alcol, dell’hashish e dal sesso. Amante di ogni tipo di piacere e di svago, fu per molti aspetti un libero pensatore ante litteram. Sul piano religioso era così scettico e cinico da passare senza imbarazzo dal sunnismo allo sciismo – che in realtà disprezzava – a seconda delle convenienze politiche del momento. La sua autobiografia, scritta in un dialetto turco orientale affine all’attuale uzbeko, testimonia tutto il suo talento artistico e la sua visione disincantata e ironica sul mondo. Sicuramente è tra i massimi capolavori della letteratura turca.

Uno scherzo del destino portò Humayun, figlio di Babur, a vivere un’esperienza analoga a quella del padre. Tra il 1540 e il 1543 tutti i suoi domini furono infatti usurpati da Sher Shah, capo della tribù afghana dei Sur. Humayun fu costretto a rifugiarsi alla corte dei safavidi, dove si riorganizzò con il loro aiuto e intraprese una lunga e difficile campagna di riconquista. Soltanto nel 1555 riuscì a sconfiggere definitivamente i Sur – che dopo la morte di Sher Shah si erano divisi in fazioni rivali – e tornare in possesso del suo regno. Morì un anno più tardi, lasciando il trono al figlio Akbar.

Akbar portò l’impero timuride delle Indie al suo massimo splendore, conquistando quasi tutto il subcontinente indiano. L’India del XVI secolo era una terra ricchissima, con grandi città e campagne floride, che attendeva soltanto un principe con le qualità di Akbar per sfruttarne le potenzialità economiche. Era necessario gestire la convivenza tra la classe dirigente turco-mongola e una variegatissima popolazione indigena. La civiltà dell’India raggiunse in quei decenni il suo vertice, combinando mirabilmente l’eredità culturale dei regnanti e quella dei popoli autoctoni. Collante comune di questo impero multietnico e tollerante fu ancora una volta la cultura e la lingua persiana, ponte culturale tra il mondo delle steppe e quello dell’India.

Akbar fu il più libertino e irreligioso esponente della dinastia più libertina e irreligiosa del mondo islamico. In età avanzata arrivò addirittura a fondare un movimento religioso e filosofico, il Din-i-Ilahi (religione divina), che consisteva sostanzialmente in una forma di sincretismo tra l’Islam, l’Induismo, il Cristianesimo e lo Zoroastrismo. Idea di fondo del  Din-i-Ilahi era che alla base di ogni grande religione esistesse un fondamento comune, e che questo costituisse la religione “pura” e naturale, di cui le singole religioni erano diverse formulazioni con differenze in fondo superficiali. Il clero islamico dell’impero sopportò mal volentieri le strane concezioni filosofiche del sovrano, che furono del tutto abbandonate dopo la sua morte.

I timuridi dell’India, conosciuti dai sudditi indiani come moghul, non dimenticarono mai le loro radici centroasiatiche, ma con il tempo la componente turca della loro cultura finì per giocare un ruolo sempre più marginale rispetto alla tradizione culturale iranica e alla civiltà autoctona indiana. Nel loro impero non rimase infine praticamente nulla di turco. Questo era l’inevitabile destino per quelle piccole minoranze di turchi che si trovarono a governare su moltitudini non turche. In India, come in Persia, il futuro non avrebbe parlato turco.

Chi è Carlo Pallard

Laurea magistrale con lode in Scienze storiche presso l'Università degli studi di Torino, con tesi dal titolo "Da impero a nazione. Ziya Gökalp e la nascita della Turchia moderna". È autore, assieme a Matteo Bergamaschi, del volume Dire io. Sulla questione identitaria del mondo post-moderno, Aracne editrice, Roma 2012. Parla turco, inglese e azero. E' nato a Torino nel 1988.

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