TURCICA: Oghuz e cumani, stirpi predestinate

Gli oghuz e i cumani, destinati a imporsi come i principali protagonisti della storia turca nel basso Medioevo e nell’Età moderna, rimasero quasi sempre ai margini dei grandi avvenimenti storici dei primi dieci secoli dell’era cristiana. Soltanto attorno all’anno mille, essi cominciarono a giocare un ruolo di grande importanza grazie alla brutale potenza militare e all’abilità strategica che era propria di autentici uomini della steppa. Le incursioni di questi barbari violenti e geniali furono come un terremoto che travolse gli equilibri politici e militari della regione, e sulle cui ceneri gli stessi invasori contribuirono a stabilire un nuovo ordine. Tale processo storico, che non fu di certo rapido o indolore, ebbe enormi conseguenze sulla storia dell’Europa dell’Est, dell’Asia centrale e del Medio oriente.

Gli oghuz (oğuz nella grafia turca) comparvero attorno al 600 d. C., nella forma di una confederazione costituita da otto o nove tribù, stanziate nella regione del lago Ysykköl, nell’estremità orientale dell’attuale Kirghizistan. Nella situazione di caos generata dal crollo dell’impero göktürk, di cui erano parte integrante, verso il 750 gli oghuz migrarono verso ovest, stabilendosi nelle steppe tra il Lago d’Aral e il Mar Caspio. Nel territorio appena occupato essi diedero vita a una nuova confederazione, più articolata  e complessa, formata da 24 tribù. I sovrani oghuz usarono sempre l’appellativo di yabgu, tradizionalmente riservato ai governatori e ai comandati militari göktürk, e non rivendicarono mai titoli reali o imperiali come khan o khaghan. Questo dimostra quanto fossero consapevoli della marginalità della loro confederazione, che appariva decisamente di secondo rango se paragonata ai potenti imperi da cui era circondata. Per sopperire a questa situazione di debolezza, nel X secolo gli oghuz si allearono con il Rus’ di Kiev contro gli altri turchi delle steppe eurasiatiche, ottenendo importanti successi a scapito dei cazari e dei bulgari del Volga. Questi esordi possono apparire modesti, ma dalla confederazione oghuz sarebbero nati alcuni dei più grandi e importanti imperi della storia mondiale, come quello selgiuchide e quello ottomano.

Non tutti gli oghuz si erano stabiliti nella regione dell’Aral e avevano aderito alla confederazione. I peceneghi (beçenek), un ramo degli oghuz separato dal tronco comune, si spinsero più a occidente nelle pianure a nord del Mar Nero. Costruirono un potente ma effimero impero sulle ceneri del khanato cazaro, che contribuirono in modo decisivo a distruggere. Raggiunsero il loro apogeo tra il X e l’XI secolo, quando arrivarono ad assediare Kiev (960) e attaccarono ripetutamente l’impero bizantino, che in precedenza era stato loro alleato. Tuttavia, i peceneghi non seppero mai trasformare le loro orde in un vero soggetto politico e andare oltre alla logica della razzia. Come gli unni di Attila, che tanto ricordavano agli occhi terrorizzati dei bizantini, non sopravvissero al proprio momento di gloria. Al massimo del loro barbarico splendore, i peceneghi  sparirono semplicemente dalla storia. La loro importanza sta in ciò che distrussero e contribuirono a distruggere, ma non seppero costruire assolutamente nulla.

Oltre alla reazione bizantina, la sconfitta e l’annientamento dei peceneghi fu certamente causata dall’emergere di altri turchi, altrettanto feroci ma superiori nell’organizzazione e nell’abilità politica. I kıpçak, conosciuti in Europa come cumani e in Russia come polovtsi, sono un popolo dalle origini piuttosto misteriose. Non c’è traccia di loro tra le confederazioni tribali che costituivano l’impero göktürk o che emersero al momento della sua dissoluzione. Non sembrano neppure avere una relazione diretta con i turchi europei dell’alto Medioevo, come i cazari o i bulgari. Tutto suggerisce che provenissero dalle steppe centroasiatiche e siberiane, eppure il loro aspetto non aveva nulla di asiatico. I cumani erano uomini di tipo nordico, generalmente biondi o rossi, con gli occhi azzurri. Portavano folte barbe e lunghe chiome e dovevano avere fisici imponenti. Anche se dall’aspetto potevano sembrare vichinghi, essi erano però certamente turchi, come testimoniano la loro lingua e la loro cultura. Ciò non può che ricordarci quanto sia sciocco parlare di una “razza turca”.

Nomadi e pagani, questi misteriosi signori tribali si dimostrarono però molto intelligenti e capaci di sfruttare le opportunità che gli si ponevano davanti. In breve tempo, tra XI e XII secolo, i kıpçak costruirono una grande confederazione che controllava le immense steppe russe a Nord del Mar Nero e del Mar Caspio. Seppero tessere un fitta rete di rapporti con i regni e i principati dell’Europa centro orientale, adattando la propria politica alle esigenze del momento. Unico orientamento pressoché costante fu la storica inimicizia con il Rus’ di Kiev che combatterono senza sosta per circa due secoli, come cantano gli stessi poemi epici su cui si fonda l’identità russa. Nel 1203 i cumani riuscirono a saccheggiare Kiev, ma anche la loro fortuna non era destinata a durare a lungo. Meno di 40 anni più tardi i mongoli invasero le terre dei cumani e li sottomisero, assimilandoli politicamente nelle loro orde.

I kıpçak avevano però avuto il tempo di creare una civiltà piuttosto sviluppata e articolata,  aperta alle diverse influenze culturali e degna erede di quella dei cazari. I governanti mongoli in Europa orientale l’avrebbero fatta propria e ne sarebbero stati i più autorevoli propagatori. Oggi, da un punto di vista culturale e linguistico, quasi tutti i popoli turcofoni dell’Europa orientale (e in gran parte anche del Kazakistan e del Kirghizistan) sono gli eredi dei kıpçak, così come i turchi dell’Anatolia e dell’Azerbaigian lo sono degli oghuz.

Chi è Carlo Pallard

Laurea magistrale con lode in Scienze storiche presso l'Università degli studi di Torino, con tesi dal titolo "Da impero a nazione. Ziya Gökalp e la nascita della Turchia moderna". È autore, assieme a Matteo Bergamaschi, del volume Dire io. Sulla questione identitaria del mondo post-moderno, Aracne editrice, Roma 2012. Parla turco, inglese e azero. E' nato a Torino nel 1988.

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