CALCIO: Panathinaikos contro Tsipras, la guerra ateniese del Gate 13

La contrapposizione tra, da un lato, le autorità politiche e calcistiche greche e, dall’altro, la tifoseria del Panathinaikos (società polisportiva di Atene, tra le più vincenti – e amate – del calcio ellenico) ha raggiunto l’apice nelle ultime settimane. All’origine dello scontro vi è la decisione del ministro greco dello Sport, Stavros Kontonis, di chiudere, fino al termine del campionato, i settori 13 e 14 dello stadio Apostolos Nikolaidis (noto come Leoforos, dal nome del viale che lo costeggia), ospitante le partite interne del Panathinaikos. Ciò comporta la chiusura al pubblico dell’intera curva occupata dal gruppo ultras Gate 13 (nato cinquant’anni fa nel 1966; la denominazione è mutuata – come è prassi in Grecia – dal numero attribuito al varco di ingresso allo stadio percorso dai tifosi più “caldi” e appassionati).

Le sanzioni conseguono ai fatti verificatisi in occasione dell’ultimo derby contro l’Olympiakos, che si sarebbe dovuto disputare al Leoforos il 21 novembre 2015. Nonostante l’assenza dei tifosi ospiti (da anni in Grecia sono vietate le trasferte considerate più a rischio, anche infracittadine), la tensione non ebbe a mancare: una torcia lanciata nel pre-partita dai tifosi del Panathinaikos sfiorò un calciatore dell’Olympiakos, causandogli una lieve ustione. Dopo una lunghissima attesa fu deciso l’annullamento della partita, pertanto mai iniziata; a quel punto numerosi ultras del Gate 13, dopo aver divelto le reti divisorie dal terreno di gioco invasero il campo scontrandosi con la polizia. Venne quindi assegnata la vittoria a tavolino all’Olympiakos e furono comminate al Panathinaikos pesanti sanzioni: tre punti di penalizzazione in classifica, la disputa a porte chiuse di quattro partite casalinghe e 190.000 euro di multa.

A distanza di alcuni mesi è stata disposta dal governo l’ulteriore severa misura della chiusura dei settori 13 e 14 sino a fine stagione, unitamente a una multa di altri 90.000 euro a carico del club. Le sanzioni sono state criticate dai dirigenti del Panathinaikos, che hanno accusato il ministro dello Sport di far parte di un sistema corruttivo finalizzato a favorire l’Olympiakos, potente società rivale con sede al Pireo, il cui presidente Vangelis Marinakis è stato coinvolto in più di una vicenda controversa.

La risposta dei tifosi del Panathinaikos è stata, come prevedibile, ancora più dura. Essa non può essere compresa se non si considera l’importanza che il “territorio” riveste per i tifosi più accesi, rifacentisi alla cosiddetta mentalità ultras. In tale ottica i gradoni dello stadio sono luogo d’elezione di dinamiche ancestrali di difesa di un territorio: la propria curva va fisicamente occupata, quella avversaria va – semmai – violata. Ecco perché il divieto di accedere alla curva per molti mesi incide così gravemente sul sentimento di appartenenza dei tifosi più viscerali. Ciò ancor più se lo stadio in questione è il Leoforos, tra i più vecchi di Grecia, riutilizzato dal Panathinaikos a partire dal 2013 dopo un periodo di esilio nel comodo ma algido stadio Olimpico, lontano dal cuore pulsante di Atene.

Il Leoforos sopravvive ancora oggi in un’altra dimensione. La struttura in cemento, apparentemente pericolante, gli stretti vicoli dietro le curve, i graffiti biancoverdi che si inerpicano sui muri come il trifoglio, che è il simbolo del club: tutto rimanda a una visione antica del calcio e del tifo su cui le autorità politiche e calcistiche greche vogliono invece far calare definitivamente il sipario. Già nel febbraio 2015 il governo decise di sospendere il campionato in seguito a episodi di violenza, tra cui un’altra invasione di campo da parte dei tifosi del Panathinaikos proprio nel derby con l’Olympiakos, allora causata da una “provocazione” dell’allenatore avversario: la sospensione del campionato durò, tuttavia, appena una settimana. La determinazione del governo greco nel porre fine alle violenze appare ora accresciuta dalla frequenza dei disordini: il derby Panathinaikos-Olympiakos è stato teatro di scontri tra tifosi e polizia all’interno dello stadio, e nel campo da gioco, per ben tre volte nelle ultime quattro sfide di campionato in casa dei biancoverdi.

Il gruppo di ultras del Gate 13 intende, al contrario, preservare la propria contestata identità. Già la sera stessa del 19 gennaio, poche ore dopo la decisione del ministro, molti tifosi hanno manifestato davanti alla sede di Syriza, il partito governativo di cui è leader Alexis Tsipras: davanti ai palazzi del potere, fumogeni e torce hanno acceso la notte ateniese. Due sere più tardi, centinaia di tifosi si sono recati sotto il parlamento greco. Altre proteste, e non soltanto ad Atene, sono avvenute all’interno delle sedi locali di Syriza. La rabbia degli ultras biancoverdi ha poi raggiunto anche contesti inconsueti: un pranzo cui partecipavano i vertici della federazione calcistica greca è stato interrotto dall’irruzione di alcuni decine di tifosi del Pana, che indossavano caschi per evitare il riconoscimento.

Nella prima partita in casa successiva al divieto, contro l’Atromitos, gli ultras del Panathinaikos hanno occupato la curva opposta alla gradinata chiusa: da lì non sono mancati spettacoli pirotecnici, striscioni e cori contro Kontonis e il governo. I settori 13 e 14 sono stati riempiti di palloncini biancoverdi e la società – per solidarietà ai tifosi – ha rinumerato tutti i settori dello stadio, attribuendo a ciascuno di essi il numero 13. Ma la parte più significativa della protesta doveva ancora venire: al termine della gara molte centinaia di tifosi biancoverdi, dando vita a un corteo motoristico, si sono diretti sotto l’abitazione privata di Tsipras (in quel momento assente), dove una carica della polizia ha disperso i manifestanti, un centinaio dei quali sono stati identificati e, in alcuni casi, arrestati. Nei giorni successivi il Gate 13 ha ricevuto attestati di solidarietà da molte tifoserie europee, sia legate da vincoli di amicizia (Roma, Rapid Vienna, Dinamo Zagabria) sia nemiche.

Lo scontro in atto pare essere ormai senza quartiere: tramonterà per sempre anche ad Atene la “filosofia ultras”, e con essa le sue violenze, o ancora una volta la forza collettiva di una forma di aggregazione sociale, che in Grecia è più radicata che altrove, riuscirà a riaffermarsi sui tentativi di normalizzazione che le istituzioni politiche e calcistiche sono ormai decise a portare a compimento? La risposta arriverà probabilmente già nei prossimi mesi.

Foto: Open Gate 13 (Facebook)

Chi è Paolo Reineri

Nato nel 1983, torinese. E’ avvocato dal 2009. Appassionato di sport con particolare interesse per i suoi risvolti sociali, ha affiancato alla propria attività professionale l’approfondimento delle tematiche e delle vicende, sportive e non solo, dell’area est-europea, collaborando anche con l’emittente Radio Flash e con la rivista Fan’s Magazine.

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