BASKET: Bogdan Tanjević, l’allenatore jugoslavo dal cuore spezzato

Il 2 febbraio la FIP, ovvero la Federazione Italiana Pallacanestro, ha annunciato la cinquina di nomi che verrà inserita nella Hall of Fame della palla a spicchi nostrana. Tra questi nomi spicca quello del celeberrimo coach italo-montenegrino Bogdan Tanjević, uno dei più importanti ed apprezzati maestri del basket europeo. Il nativo di Pljevlja e attuale allenatore della nazionale montenegrina, classe 1947, può vantare una carriera strepitosa in cui è riuscito a conquistare trofei in tutto il mondo. Dei successi della giovinezza rimarrà indelebile quello ottenuto con il Bosna Sarajevo nell’edizione 1978/79 della Coppa dei Campioni.

Quella squadra fu una creatura interamente di Tanjević, partito dalla seconda divisione con una squadra di giovani di belle speranze fino ad arrivare ai massimi vertici del campionato jugoslavo e al successo europeo. A detta dell’interessato quella sarà sempre la sua più grande soddisfazione, perché ottenuta attraverso un grande e faticoso lavoro e soprattutto contro ogni pronostico, con una società su cui gravavano problemi economici che spesso rendevano impossibile pagare gli stipendi ai giocatori. Altra grande soddisfazione fu quella dello scudetto con l’Olimpia Milano nella stagione 1995/96 (l’ultimo prima di un lunghissimo digiuno interrotto dalle scarpette rosse solo nel 2014). A tutto questo va poi aggiunta la grande carriera alla guida delle nazionali: un argento europeo con la Jugoslavia nel 1981, un altro argento con la Turchia al Mondiale 2010 e naturalmente il trionfo agli Europei del 1999 alla guida della nazionale italiana che è anche l’ultimo oro azzurro. Il suo appeal va però ben oltre l’aspetto sportivo.

Il rapporto con l’Italia inizia ben prima del suo approdo a Caserta, luogo in cui avrebbe gettato le basi per la squadra che poi vinse il campionato guadagnandosi il nomignolo di “Piccolo miracolo del sud”. Quando era alla guida del Bosna era infatti solito fare un periodo di ritiro di circa dieci giorni nel nostro paese. Dall’Italia non si staccherà, non solo perché ne allenerà la nazionale, ma anche perché riceverà la cittadinanza e in una certa misura comincerà a sentirsi italiano (e successivamente una parte di lui sarà conquistata dalla Turchia dopo aver allenato la nazionale del Bosforo).

Tanjević però continuerà sempre a definirsi jugoslavo. Della guerra dice che mai perdonerà chi fece quello scempio: «Il mio paese non esisteva più. Non parlo di politica o di soldi, parlo di morale: il morale era a terra. La mia bandiera non esisteva più. Era bellissima, la mia bandiera: al centro c’era il fuoco con sei fiamme, ciascuna punta rappresentava una delle sei Repubbliche. E io sentivo di appartenere in egual modo a ciascuna delle sei Repubbliche». Quella bandiera bellissima che in un’intervista disse che fu invece trasformata in un simbolo del diavolo. Fu proprio per questo che decise di accettare la cittadinanza italiana. Il dolore era troppo: «La guerra ha consumato la mia vita più dello sport e delle sue tensioni. Ho sofferto per i miei amici e per la gente di Sarajevo che era incolpevole. Conoscevo gente che è morta di crepacuore mentre i sopravvissuti sono rimasti disorientati, costretti a mettere tutto in dubbio, persino se la vita precedente era reale o frutto di un sogno. E se ho avuto quello che ho avuto non è stato certo per via del sigaro o dello stress delle partite, quello non c’entra. C’entra invece quello che è successo nella mia patria, nella mia città, la guerra e tutto quello che ne è seguito, la disgregazione di una nazione, della mia nazione. È il corpo che rifiuta, che si disinnamora di questo tipo di vita, di quest’inganno, di questo tradimento. Una volta eravamo tutti fratelli e, all’improvviso, solo odio».

Un allenatore che è diventato un apolide e che forse per questo motivo è riuscito a stringere grandi rapporti con le nazioni in cui è venuto a trovarsi. Ed è per questo che il suo nome non poteva mancare nella Hall of Fame italiana, anche se probabilmente non sarebbe cambiato niente nella vita dell’allenatore e uomo, legato a ben altri interessi e che vive secondo una ben precisa massima: «Una notte mi sono svegliato di soprassalto con un pensiero tremendo: che tutta questa bellezza della vita potesse finire. Da allora sono modesto, vivo la mia vita con umiltà cercando di dare e di ricevere, come supporto contro la domanda più grande di tutte le domande».

Foto: Vreme.com

Chi è Mattia Moretti

Nato nel 1994 ad Alghero. Studente di Filosofia presso l'Università di Padova. Collabora con la Pagina Sportiva di East Journal e con il sito dedicato alla pallacanestro BasketUniverso.

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