SLOVENIA: Anche Lubiana costruisce il suo “muro” anti-migranti

Le recinzioni di filo spinato stanno diventando sempre più comuni nell’Europa centrale, riportando alla mente tristi ricordi di un’epoca ancora molto vicina. I confini tra i paesi della Mitteleuropa, abbattuti tra il tripudio generale tra il 1989 ed il 2004, stanno ora lasciando spazio a nuove barriere. Dopo l’Ungheria, la prima ad erigere una recinzione a fine estate, è arrivata ora la volta di Austria e Slovenia.

L’idea di costruire una barriera per fermare il flusso di migranti è stata del premier ungherese Orbàn. Una decisione aspramente contestata dalle istituzioni europee e dai media, tanto che da più parti (in particolare dal gruppo socialista europeo) si giunse a chiedere provvedimenti straordinari contro l’Ungheria, in alcuni casi addirittura l’estromissione dalla UE. Oggi però, appena due mesi dopo, la pratica di costruire recinzioni è stata presa ad esempio da altri paesi. Paesi guidati da governi di centro-sinistra, e forse per questo la loro decisione ha avuto meno risalto internazionale e meno conseguenze politiche, almeno per ora.

Certo nell’intenzione dei due premier, Miro Cerar a Ljubljana e Werner Faymann a Vienna, il filo spinato è un provvedimento temporaneo che ha come unico scopo quello di incanalare e controllare il flusso dei migranti, a differenza della barriera ungherese, anche quella considerata temporanea, ma dall’intento più chiaro di sbarrare la strada. Ed è proprio la costruzione ungherese che ha messo in difficoltà i paesi dei Balcani occidentali. Da quando il confine ungherese è stato chiuso la rotta dei rifugiati, quasi 10.000 ingressi al giorno, si è spostata ad ovest, investendo Croazia e Slovenia.

Ljubljana inizialmente si è dimostrata reattiva agli arrivi, organizzando un veloce servizio di trasporto che permetteva di bypassare il piccolo paese e portare immediatamente i profughi verso l’Austria. Dopo alcuni mesi però, la costanza degli arrivi (quasi 300.000 quest’anno), insieme a non pochi problemi diplomatici con la vicina Croazia hanno fatto optare il governo di Cerar per la costruzione di una recinzione. La sistemazione del filo spinato era inizialmente prevista solo nelle zone considerate sensibili (ad est), ma velocemente ha preso piede l’idea di estendere la barriera. Il progetto ora prevede di fortificare 550 km di confine su un totale di 671.

Un filo spinato che sta aumentando la tensione con Zagabria, che già a ottobre aveva accusato la Slovenia di aver costruito la barriera sul suo suolo. La Croazia ha ora chiesto l’apertura di una procedura d’infrazione ambientale all’UE. Perchè ad ora chi è stato più danneggiato dal filo spinato sono stati proprio gli animali selvatici, a decine morti nel tentativo di superarlo. A Ljubljana però non battono ciglio: né le critiche croate né le proteste dei movimenti della società civile hanno fatto indietreggiare il governo, preso dalla paura di un flusso di migranti che non si attesta a diminuire neanche nei mesi invernali.

Ancora più grave è forse la recinzione costruita dall’Austria, paese capofila dello slogan “refugees welcome” in estate. Ora anche a Vienna il clima sembra cambiato (i sondaggi danno in forte crescita i partiti della destra anti-immigrati) tanto da indurre il governo socialista alla costruzione di una recinzione con un altro paese aderente a Schengen, fatto inaudito e mai successo prima. Certo la recinzione, per ora, è lunga solamente 3,5 chilometri, ma questo non muta il dato politico.

Nel frattempo però ha iniziato a muoversi anche la società civile. Se nel caso della recinzione ungherese critiche e proteste non dettero vita a un movimento strutturato, nel caso sloveno stiamo assistendo ad una forte presa di coscienza, in particolare in Istria. Nei giorni scorsi sono state numerose le prese di posizione di sindaci, direttori di musei e uomini di cultura contro la barriera. L’arte e la cultura si sono mobilitate anche attraverso happening artistici come l’addobbo del filo spinato in occasione del Natale o l’organizzazione di una partita di volley fra i due confini.

Rimane però insoluto il problema di fondo. Ad oggi non ci sono serie proposte, idee o strumenti in Europa per risolvere il problema del transito dei profughi che ha coinvolto i paesi meridionali e centro-orientali. I flussi continuano ad aumentare, ed i paesi lasciati da soli ad affrontare la situazione non hanno potuto far altro che tentare di sbarrare la strada ai rifugiati erigendo barriere. Fino a quando questo basterà non lo sappiamo, ma dobbiamo essere consapevoli che tutti i “muri” prima o poi sono destinati a cadere.



Di muri e filo spinato, così come della rotta balcanica, abbiamo parlato più approfonditamente nell’ultimo numero di Most, rivista di politica internazionale

Chi è Aron Coceancig

nato a Cormons-Krmin (GO) nel 1981. Nel 2014 ho conseguito all'Università di Modena e Reggio Emilia il Ph.D. in Storia dell'Europa orientale. In particolare mi interesso di minoranze e storia dell'Europa centrale. Collaboro con il Centro Studi Adria-Danubia e l'Istituto per gli incontri Culturali Mitteleuropei.

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