POLONIA: Clima ed energia dopo l’Accordo di Parigi

Cantano vittoria i partecipanti alla Cop 21 per l’Accordo di Parigi definito storico. Raggiunta dopo due settimane di negoziati, l’intesa entrerà in vigore dopo la firma e la ratifica dei paesi responsabili delle emissioni di CO2. Vista la condotta avuta sino ad ora, gli obiettivi sembrano ambiziosi ma non si avevano poi alternative alla salvaguardia del pianeta. L’Europa ha esercitato la sua influenza dispiegando le figure chiave al vertice: Carole Dieschbourg, ministro dell’Ambiente del Lussemburgo e rappresentante dell’Unione in quanto il paese detiene la presidenza a rotazione del Consiglio, Miguel Arias Canete, commissario europeo per il clima, e Laurent Fabius, ministro degli Esteri francese che ha presieduto la Conferenza delle Parti.

Un’Unione che si è mostrata coesa nonostante si nutrissero non poche riserve sulla Polonia, pecora nera tra i 28 in fatto di inquinamento. Le paure non derivavano soltanto dai dati allarmanti ma anche dalle dichiarazioni del governo e del presidente Duda che non lasciavano presagire nulla di buono. Prima dei lavori, infatti, hanno più volte richiamato alla necessità di proteggere l’economia e la sovranità energetica del paese. Una sovranità, però, altamente vulnerabile e per nulla differenziata dato che l’energia nazionale dipende per il 90% dal carbone. Difficile rinunciare a un settore che ha trainato la crescita in assenza di un piano b. Nonostante le vittime, circa 43.000 ogni anno, per l’aria inquinata e i richiami dell’Ue – che ha rinviato la Polonia alla Corte di Giustizia europea proprio lo scorso 10 dicembre per aver continuamente superato i limiti alle emissioni di polveri– la Polonia ha investito davvero poco sulle rinnovabili, malgrado il flebile miglioramento rispetto allo scorso anno. Difficile uscire dalla morsa del carbone anche per questioni interne. Il settore è in crisi per via di stabilimenti ormai datati e l’estrazione è diventata troppo costosa. Così le esportazioni sono crollate ed è divenuto conveniente importare carbone da Russia, Repubblica Ceca e Ucraina. Se gli investimenti in fonti alternative continuano a mancare non rimane che proteggere l’uso del combustibile per salvare i lavoratori. Eppure, la Polonia è riuscita a ridurre le emissioni di CO2 più di quanto promesso dalla ratifica del Protocollo di Kyoto: da un impegno del 6% ha raggiunto una riduzione del 30%. Di conseguenza la Polonia ha venduto le sue quote di emissione a paesi che non sono stati in grado di rispettare i propri obblighi, tra cui l’Italia, e a utilizzare il ricavato per la termo-modernizzazione degli edifici scolastici.

Inoltre, il carbone ha un suo valore anche in politica estera ed energetica: mantiene entro livelli tollerabili la dipendenza dal gas russo. È pure vero che per ovviare a questo problema la Polonia e i paesi baltici costruiranno un nuovo gasdotto che attraverserà solo i loro territori. Per di più, risale agli inizi di dicembre la notizia che annuncia l’arrivo della prima fornitura di gas naturale liquefatto dal Qatar a Świnoujście, in Pomerania, a nord-ovest, per l’impianto di rigassificazione che entrerà a pieno regime l’anno prossimo per conciliare sicurezza e diversificazione energetica. Si vedrà in seguito se i prezzi saranno competitivi.

La Polonia mansueta a Parigi lo è stata – indiscrezioni rivelano che insieme ad alcuni paesi non europei si è detta contraria all’opzione de-carbonizzazione – ma un pensiero malizioso ipotizza che alzerà la voce più tardi, a Bruxelles, quando bisognerà dividere le quote di emissioni e dalle parole si passerà ai fatti. Su questo punto, almeno per il sostegno politico, giocherà la sua parte anche la società civile sebbene quella polacca non sia tra le più sensibili al tema del cambiamento climatico. Intanto il Consiglio Comunale di Varsavia ha adottato un provvedimento per tagliare l’impronta di carbonio della capitale di un quinto nei prossimi cinque anni investendo nel trasporto pubblico e nelle risorse energetiche sostenibili. Una decisione che rientra tra le aspirazioni “green” della città polacca candidata a Capitale Verde Europea per il 2018.

Foto: Kacper Pempel, Reuters

Chi è Paola Di Marzo

Nata nel 1989 in Sicilia, ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà "R. Ruffilli" di Forlì. Si è appassionata alla Polonia dopo un soggiorno di studio a Varsavia ma guarda con interesse all'intera area del Visegrád. Per East Journal scrive di argomenti polacchi.

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9 commenti

  1. Rinaldo Sorgenti

    L’informazione e l’approfondimento su questi temi sono sempre inadeguati e così si parla di inquinamento e si focalizza l’attenzione sulle emissioni di CO2 che non sono certo un inquinante convenzionale e non nuoce affatto alla salute.

    Che la Polonia debba continuare a basare le proprie necessità energetiche sul Carbone (di cui dispone di importanti riserve sul proprio territorio), parrebbe logica ai più, ma evidentemente la fuorviante demagogia pseudo-climatica ha reso impossibile anche approfondire l’ovvio.

    Peraltro, che la Polonia debba sensibilmente migliorare la tipologia di impianti (ormai vecchi ed obsoleti) per la produzione elettrica è una certezza e lo deve e può fare sempre considerando il Carbone come fonte primaria. Inbfatti, oggi le moderne tecnologie esistenti consentono di notevolmente migliorare l’efficienza di combustione e di conversione del combustibile in elettricità, passando da rendimenti del 30% medio dei vecchi impianti a quelli del 45% ed oltre dei nuovi impianti. In tale caso, le emissioni davvero inquinanti (SO2, NOx, Particolato fine) si ridurrebbero drasticamente, grazie alle tecnologie insite in tali moderni impianti e, parallelamente, si ridurrebbero drasticamente (-35%) anche le emissioni di CO2, a parità di elettricità prodotta.
    Non dimentichiamo peraltro, che avviare una drastica sostituzione di tutte le vecchie Centrali obsolete contribuirebbe non poco a sostenere e sviluppare l’attività produttiva e manifatturiera dell’industria di riferimento, con relativa occupazione molto qualificata.

    Questo è quello che una saggia Ue dovrebbe sostenere, non la caccia alle nuvole od il seguito ai “pifferai magici”, … disinformati!

    Forse sarebbe davvero il caso di approfondire l’argomento, nell’interesse davvero di tutti.

    • Egr. sig. Sorgenti

      la ringraziamo per il suo puntuale commento. Una domanda, se permette. Lei è lo stesso Rinaldo Sorgenti vicepresidente di Assocarboni, ente che si occupa del settore carbonifero in Italia? In tal caso credo comprenda come il suo parere, di cui apprezziamo la professionalità, sia anche necessariamente di parte. E’ importante che i lettori sappiano se l’autore di un commento in difesa dell’utilizzo del carbone sia anche un esponente di spicco dell’industria carbonifera. Cordialmente

      Matteo Zola

      • Rinaldo Sorgenti

        Egregio Sigh. Matteo Zola,

        La ringrazio per le cortesi considerazioni.
        Mi stupisce però che per valutare quanto io ho espresso (peraltro a titolo del tutto personale, altrimenti – come solito – uso qualificarmi anche nell’altra “veste” che mi onoro di rappresentare seppure a titolo totalmente volontaristico) si debba ipotizzare di chissà quali interessi distorti, mentre invece dovrebbe valere ed essere considerato per quanto esprime con l’evidenza dei fatti, non dei possibili pregiudizi.

        Infatti, le mie considerazioni si focalizzavano sul tema dell’inquinamento (nocivo!) e sull’efficienza energetica, due aspetti che valgono per tutti, a prescindere.

        Poi, non casualmente, se si applicasse la seconda soluzione, i vantaggi sarebbero molteplici e per tutti sia per:

        – la riduzione dell’inquinamento nocivo (SO2, NOx, Particolato Fine);
        – minor consumo di combustibili fossili;
        – molto minori emissioni anche di CO2, a parità di Elettricità prodotta;
        – il sostegno all’occupazione (quella vera, produttiva);
        – la ripresa economica in Europa;
        – la necessità di portare quelle tecnologie ed il combustibile nei troppi Paesi sottosviluppati che ancora mancano della “banale” elettricità e da cui – anche per le misere condizioni di vita – provengono molti dei problemi che l’Europa sta affrontando.
        – ecc. ecc..

        Non mi pare poco e forse prescinde dal fatto che io non ho certo paura di sostenere il Carbone, un prodotto che indubitabilmente proviene dal mondo vegetale che ricopriva ampie aree del pianeta nel lontano passato e che, ancora oggi, fornisce il 40% di tutta l’elettricità sul Pianeta.
        E’ proprio questo che mi piacerebbe venisse anche considerato quando si parla di energia e di sostenibilità, quella vera.

        Cordialità.

  2. Sara’ che la Polonia sia fanalino in Europa (esiste un Europa???) ,intanto qua in Italia siamo sommersi dallo smog e dobbiamo comprare quote verdi dalla Polonia (cane che si morde la coda). E le rinnovabili ho paura che siano una bufala! Eolico dannoso per i volatili migratori,fotovoltaico = spreco di suolo e poi i pannelli da smaltire a fine ciclo???? Bah !!! Vado spesso in Polonia e posso dire di vergognarmi di essere italiano per cio’ che riguarda pulizia e ambiente !!!! Polonia ……lascia perdere la UE !!!!

    • Rinaldo Sorgenti

      Gentile Guido,

      Lo smog (che vuol dire Particolato Fine e che dipende da molteplici attività legate alla COMBUSTIONE, MA NON SOLO) è certo un problema, ma anche in questo caso bisogna dare al tema una valenza che, per fortuna, è ben diversa da quanto viene sovra-enfatizzato.

      Infatti, salvo condizioni molto casuali e che si presentano davvero raramente, le condizioni dell’aria in Italia e nelle ns. grandi città, sono drasticamente migliorate negli ultimi 30 anni. Sono ISPRA e le varie ARPA a documentarlo scientificamente.
      Poi, abbiamo ridotto drasticamente il limite di riferimento ed è quindi più facile superarlo, soprattutto in casi eccezionali. Infatti, negli U.K. (un paio di migliaia di km. di distanza a Nord) c’è il problema delle eccezionali intenze piogge e da noi, scarsità casuale di precipitazioni, quando invece 2 anni fa sono state più abbondanti (infatti, poi aumentò sensibilmente anche la produzione idroelettrica in quell’anno!).
      Che poi l’Italia abbia bisogno di – eventualmente – comperare delle quote di emissioni di CO2 (la fantastica borsa delle emissioni – un giochino tipo “Monopoli” per gli illusi) sembrerebbe davvero strano, visto che, dopo gli U.K., l’Italia ha la migliore intensità energetica, vale a dire consuma meno energia a parità di PIL in Europa; consuma molta meno elettricità che produce con il maggiore contributo % delle Rinnovabili ed ha impianti Termoelettrici più efficienti rispetto ai ns. cugini europei. Allora, vuoi vedere che ci hanno dato un’altra FREGATURA, quando in Ue decisero le quote di riduzione delle emissioni? Evidentemente, in Ue sanno che, se vogliamo, sappiamo correre veloce in avanti (a volte col rischio di “schiantarci”) e quindi ce ne hanno attribuite una quantità molto inferiore a quanto ci sarebbe spettato con una ripartizione (delle riduzioni) più obiettiva e proporzionale? Si tratta di sole 100 MILIONI di tonn./anno che ci mancano e che sono state invece distribuite in più a Germania, Francioa, U.K. e Olanda! Numeri, non parole al … vento!

      • Egr. sig. Sorgenti,

        il problema risiede nell’accumulazione di CO2 e nel conseguente innalzamento delle temperature da cui deriva lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello dei mari. L’effetto serra è naturale, avviene normalmente in natura, ma quando eccessivo provoca surriscaldamento. La terra poi ha diminuito la sua capacità di assorbimento a causa della deforestazione e l’equilibrio dell’ecosistema risulta così mutato e in maniera assai grave. Lei parla dei moderni impianti di combustione che riducono le emissioni di SO2 e NOX ma a me risulta che questi aumentino le emissioni di monossido di carbonio e metalli pesanti che innocui sicuramente non sono. La difesa del lavoro a cui si riferisce sembra mascherare un preciso interesse economico facendosi scudo col negazionismo climatico. Sarebbe più interessante parlare di conversione energetica in un’ottica sostenibile e sana per l’uomo e per l’ambiente. Il fatto che il carbone sia un prodotto vegetale utilizzato sia in passato che oggi da molti paesi non lo rende inoffensivo, e l’accumulo del gas serra, una volta diminuite le aree verdi, non consente il ripristino dell’equilibrio. Questo spiega perché i limiti di riferimento si abbassino. Non dimentichiamo poi le “nuove” emissioni, i paesi di nuova industrializzazione, e la questione degli sprechi che incide parecchio nelle emissioni di sostanze inquinanti. Lei parla di distribuzione delle quote. Queste dipendono non solo dalle negoziazioni e dalle annesse questioni politiche ma anche dalla forza industriale del paese e dal numero di abitanti. Sempre per citare la Polonia i livelli di emissioni sono vicini a quelli tedeschi, peccato però che la popolazione polacca sia la metà.

        Cordialmente

        • Rinaldo Sorgenti

          Gentile Dott.ssa Paola Di Marzo,
          La ringrazio per l’attenzione e per il suo commento alle mie precedenti riflessioni.
          Che il periodo che stiamo vivendo sia caratterizzato da un “Cambiamento Climatico” è difficile da non osservare e riconoscere, ma è altrettanto opportuno considerare che i “Cambiamenti Climatici” ci sono sempre stati, anche in passato e ben prima che l’uomo potesse avere u8n’incidenza significativa su questi, quindi chiaramente e prevalentemente dovuti a fattori esterni al Pianeta, sui quali – per fortuna – l’uomo ha ben poco a che fare.
          Quindi considerare, come sembra lei fare, che tali cambiamenti siano essenzialmente dovuti all’aumento delle emissioni di CO2 mi pare davvero eccessivo. Infatti, chissà perché se questo fosse vero, si osservi solo tale molecola – CO2 e quasi nulla si dica del terzo gas ad effetto serra: la CH4 ed ancor meno si dica e si approfondisca di quelle che sono le emissioni della fase “pre-combustione”, in particolare dovute all’estrazione degli idrocarburi dai giacimenti, dove: CO2, H2S, N20, CH4 sono liberati in atmosfera, senza essere affatto monitorati, ne conteggiati. Provi a domandarsi perché?

          Lei parla di “deforestazione”, che sappiamo essere un’azione portata avanti in alcuni Paesi, ma contemporaneamente pare totalmente disconoscere quello che è il sensibile “greeening” in corso da decenni e che ha portato la vegetazione sul pianeta a crescere del 40% circa negli ultimi 35 anni. Le risulta infatti che vi siano più di 200 alberi per ciascuno degli abitanti sul pianeta? E le risulta che la “deforestazione” era arrivata a tal punto nei secoli XVIII e XIX (prima della sostanziale scoperta del Carbone come combustibile primario) in Europa?

          Che l’ecosistema sia in continuo cambiamento è quindi assodato, ma definire assai grave la situazione attuale è davvero discutibile e frutto di una visione preconcetta e fuorviante.

          Parlo dei moderni impianti di combustione, perché è indubbio che con l’evoluzione delle tecnologie, oggi si possa produrre la stessa quantità di elettricità – vettore fondamentale di benessere e di sviluppo, che è dikfficile non riconoscere, visto i benefici che ne sono derivati per tutti i Paesi che hanno potuto disporre di abbondante energia nell’ultimo secolo e condizione che invece massicciamente ancora manca nei troppi Paesi sotto sviluppati del pianeta, dove un terzo della popolazione mondiale vive in condizioni davvero miserevoli.

          Ora, non so a quali riferimenti tecnici lei faccia menzione, ma è indubbio che le moderne tecnologie oggi disponibili (vi sono alcuni impianti a testimoniarlo ed uno di questi anche in Italia – a Civitavecchia con la Centrale di TVN alimentata a Carbone – che hanno un’efficienza del 45%, mentre i vecchi ed obsoleti impianti (che ancora numerosi sono presenti in diversi Paesi ed in particolare in Cina, India, ma anche in Europa), hanno un’efficienza che fatica ad arrivare al 30%. Facile quindi immaginare quale sia il vantaggio in termini sia ambientali (grazie alle tecnologie di cui questi moderni impianti sono equipaggiati) ed al minore consumo di combustibile a parità di elettricità prodotta, con parallele sostanziali emissioni dei veri inquinanti ed anche della CO2.

          Suggerirei altresì di andare ad approfondire l’argomento che riguarda le produzioni agricole mondiali (elemento fondamentale, per quanto riguarda proprio lo sviluppo del benessere ed il concreto superamento delle misere condizioni di fame che riguardano ancora oltre 800 milioni di esseri umani (dati FAO), produzioni che sono sensibilmente aumentate nel recente passato anche grazie alla marginale maggiore concentrazione di CO2 in atmosfera. Ridurre tale concentrazione al livello del 1850 vorrebbe dire invertire la rotta con danni davvero notevoli ed indesiderati.
          Al riguardo le vorrei suggerire di andare a cercare e leggere l’interessante articolo scritto dal Prof. Luigi Mariani dal titolo:
          ” AGRICOLTURA COME TECNOLOGIA: PASSATO, ATTUALITÀ E PROSPETTIVE ”
          Luigi Mariani
          Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura e Università degli studi di Milano – Disaa

          Il suo riferimento su un eventuale mio “interesse economico” come motivazione per le mie considerazioni, al punto da definirlo “negazionismo climatico” è sintomo di un preconcetto che mi porterebbe a definire il suo come “catastrofismo fuorviante”, ma penso che non le piacerebbe e quindi suggerirei di lasciare da parte i soliti fuorvianti luoghi comuni e soffermarci invece su dati inconfutabili di fatto, possibilmente con una visione non mono direzionale e solo negativa.

          Al riguardo, infatti, condiviso il suo auspicio ad una conversione in un’ottica davvero sostenibile, ed è proprio questo che mi sforzo di far osservare quando parlo della necessità di stimolare la sostituzione dei vecchi ed obsoleti impianti con nuovi a prescindere dal combustibile utilizzato, ma guardando con obiettività alle reali necessità del pianeta e della sua popolazione globale. Sarebbe infatti davvero fuori luogo immaginare che quei 2,7 miliardi di ns. simili che ancora non dispongono di moderne forme di energia e metà di loro sono tuttora privi della “banale” elettricità, mentre sono costretti a cucinare e riscaldare le loro misere abitazioni con Biomasse vegetali ed animali – con risultati davvero estremamente negativi per la loro salute ed esistenza – possano uscire dalla loro miserevole condizione facendo ricorso a tecnologie ancora inadeguate ed insufficienti (Solare FV ed Eolico) ad affrontare tale enorme problema. Queste fonti, infatti, possono per il presente rappresentare solo un contributo marginale e complementare (vada a vedere i dati globali sulla produzione elettrica mondiale) e non dimentichi di valutarne anche i reali costi (l’esame delle Bollette in Italia, Germania, U.K., Spagna, sono un eclatante esempio non eludibile).

          Il Carbone è quindi un nobile combustibile, come lo sono il Gas Naturale ed il Petrolio e quello che conta è il loro utilizzo con le necessarie moderne tecnologie, per consentire all’umanità quella indispensabile “transizione” che non è possibile evitare, salvo davvero un salto nel buio.

          Infine, per quanto riguarda le quote di emissione riconosciute al nostro Paese, è evidente che i miei dati facciano riferimento ad una ripartizione “equa e proporzionale” (come peraltro ben definito dalle stesse Direttive Ue) che, però, nel caso specifico sono state sostanzialmente disattese per ragioni di opportunismo e di “mestiere” che i rappresentanti degli altri grandi Paesi Ue hanno evidentemente saputo giocare a loro vantaggio al tempo dei “negoziati”, magari anche perché non resi “ciechi” da fuorvianti teorie e paraocchi ideologici.
          Se vuole averne una evidenza, le suggerisco di andare a cercare nel sito della SSC (Stazione Sperimentale per i Combustibili: ww.ssc.it dove potrà trovare un interessante studio a suo tempo sviluppato per documentare come l’Italia sia stata chiaramente svantaggiata al tempo del BSA (Burden Sharing Agreement), quando ci furono sottratti circa 100 milioni di tonn./anno di quote di emissioni, forse speculando sul fatto che l’Italia fosse già e tuttora è uno dei Paesi con le migliori efficienze nei diversi processi produttivi industriali. Ma questo non giustifica un inopportuno vantaggio assegnato a Germania, Francia, U.K. ed Olanda a nostro chiaro danno.
          Infine, la Polonia: evidente che quel Paese debba fare unb grande sforzo per ammodernare la propria struttura produttiva, ma demonizzare il Carbone che hanno in abbondanza sul loro territorio, sarebbe solo una fuorviante beffa per loro, ma anche per noi tutti.

    • Io in Polonia ci vivo e proprio non mi vergogno di essere italiano per quanto riguarda la protezione dell’ambiente nel nostro Paese rispetto a quanto succede qui. In molte citta’ polacche l’aria di inverno e’ assolutamente irrespirabile, l’odore della combustione del carbone e’ penetrante e non poche persone indigenti per riscaldarsi bruciano le proprie immondizie creando velenosi fumi dei quali nessuna autorita’ si preoccupa. I valori medi di Pm10 sono enormemente e costantemente piu’alti di quelli italiani. Le fonti rinnovabili sono viste principalmente dall’opinione pubblica come un costo per cui la spinta alla loro implementazione e’ bassissima. Io provengo dal Triveneto dove la raccolta differenziata e’ ormai capillare. In Polonia invece la differenziata e’ una grande presa in giro. Vivo nel centro di Varsavia e neppure qui la gente la fa seriamente. I cassonetti sono pieni di elettrodomestici e materiali inquinanti per i quali non esiste un sistema di raccolta efficiente. Nessuno e’ incentivato e controllato al rispetto delle norme. Essendo una raccolta di bassa qualita’ spesso l’immondizia finisce tutta assieme in impianti dove sono gli addetti che provvedono a selezionare sui nastri la plastica o l’alluminio. Quanto si recupera e’ percio’ ben poco. Il resto, il grosso, finisce in discarica. Di conseguenza, caro signor Guido, non vedo cosa ci sia da imparare dalla Polonia. Sarebbe giusto avere cognizione di causa esprimendo dei giudizi.

      • Rinaldo Sorgenti

        Gentile Eugenio,
        Molto utile il suo commento che da una chiara evidenza del livello di sviluppo a cui ancora si trova il Paese Polonia.
        E’ evidente quindi che il problema è principalmente legato alle tecnologie e regole che ancora non sono adeguatamente rese disponibili ed implementate nel Paese.
        Infatti, la vicina Germania (1° Paese manifatturiero d’Europa), fa abbondante ricorso al Carbone per la produzione elettrica, mentre per il riscaldamento è ormai desueto tale uso, proprio perché non è affatto opportuno bruciare il Carbone, come peraltro non lo sarebbe anche di altri combustibili, in camini aperti e privi dei necessari apparati idonei a trattare le relative emissioni per prevenire la loro emissione in atmosfera.

        La Germania, oltre ad essere il Paese che più di tutti ha speso per sviluppare il Solare FV e l’Eolico (peraltro, loro il vento ce l’hanno nel Mare del Nord), ma ad oggi producono circa il 50% dell’elettricità di cui necessitano dal Carbone (Lignite locale + Carbone Sub-bituminoso importato) e la Germania produce oltre il doppio dell’elettricità che produciamo noi in Italia, pur con una popolazione che è del solo 30% più numerosa.

        Riguardo alla selezione dei rifiuti in centri specializzati, non è una prassi del tutto inadeguata, perché è proprio con strumenti e conoscenze più specifiche che si riesce a meglio recuperare i relativi materiali, senza arrivare al fuorviante parossismo che porta per esempio in Italia a raccogliere in forma differenziata la Platica ma che poi ben il 40% di tale raccolta differenziata si dimostra nei fatti non facilmente riciclabile e deve quindi essere destinata ad altro smaltimento (o recupero industriale (come energia o materiali più avanzati, ma che necessitano di nuove tecnologie in via di sviluppo.

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