TURCHIA: Elezioni, Erdoğan stravince. L’HDP curdo entra in parlamento

L’AKP conquista la maggioranza assoluta e può andare al governo da solo. Alle elezioni anticipate del 1 novembre il partito islamista conservatore del presidente Erdoğan ha conquistato poco meno del 50% dei voti e 316 seggi in parlamento. Abbastanza per formare un esecutivo monocolore. Ma non per cambiare la costituzione né per indire referendum costituzionale. Il presidenzialismo forte è l’obiettivo dichiarato di Erdoğan, per ottenerlo però serve un accordo con l’opposizione.

Il balzo dell’AKP lascia al palo le opposizioni

Male gli altri partiti. I repubblicani del CHP confermano il 25% raccolto nella tornata del 7 giugno. Per il partito nazionalista MHP il tonfo è pesante: scende al 12% lasciando per strada quasi 2 milioni di voti. Spoglio con le dita incrociate per i filo-curdi dell’HDP, che riescono a superare la soglia di sbarramento per un soffio e si fermano appena sopra il 10%. Un risultato ben lontano dal 13% ottenuto lo scorso giugno, che ad ogni modo consegna al partito di Demirtaş almeno 59 deputati e la possibilità di farsi sentire nell’emiciclo.

L’ombra dei brogli

Nessun sondaggio aveva previsto risultati di questo tipo. Sotto i riflettori finisce soprattutto il balzo in avanti dell’AKP: rispetto a 5 mesi fa guadagna ben il 9%, quasi 5 milioni di voti. Il pensiero di molti va subito al rischio di brogli. Nel momento in cui scriviamo, però, non sono giunte notizie di irregolarità diffuse o sistematiche violazioni delle procedure elettorali. Sia chiaro: visto l’autoritarismo di Erdoğan e di molti esponenti del suo partito, è bene lasciare aperta la porta al dubbio. Ma se le elezioni sono state truccate, allora perché non tenere l’HDP fuori dal parlamento e garantirsi la tanto agognata super-maggioranza? Sarebbero sembrate ‘troppo’ truccate, penserà qualcuno. Ma per riuscire a tenere l’HDP appena sopra la soglia di sbarramento servirebbe una capillare ‘macchina dell’imbroglio’ diffusa in ogni provincia, ben coordinata ed efficiente. Non è uno scenario un po’ irrealistico?

I mal di pancia di Demirtaş

Nelle regioni del sud-est a maggioranza curda i seggi erano presidiati da esercito e forze di sicurezza, ma ciò nonostante l’affluenza è stata molto alta (più dell’85% il dato nazionale). Nella tornata di giugno e alle presidenziali dell’agosto 2014 le denunce di brogli erano state ben più forti. In conferenza stampa, il leader dell’HDP ha dichiarato che le elezioni non sono state libere e regolari, ma non ha citato irregolarità durante il voto: Demirtaş ha denunciato di non aver potuto fare campagna elettorale in un clima sereno.

E forse è proprio alle vicende degli ultimi mesi che bisogna guardare per iniziare a capire il voto del 1 novembre. L’HDP ha subìto pesanti condizionamenti: sindaci arrestati, manifesti elettorali dichiarati fuorilegge, città sotto assedio e province del sud-est militarizzate per la lotta con il PKK. Il governo targato AKP ha fatto di tutto per minare la base di consenso dell’HDP. Nelle parole di Demirtaş: “Abbiamo affrontato un’enorme piovra [l’AKP, ndr] ma siamo riusciti lo stesso a entrare in parlamento”.

Da dove vengono i voti dell’AKP?

Qualcuno dirà che la repressione avrebbe dovuto compattare ancora di più la minoranza curda attorno al suo partito di riferimento. Ma bisogna ricordare che fino a qualche anno fa l’AKP in molte zone del sud-est era maggioranza: basta riprendere in mano i risultati del voto del 2011. In altre parole, l’HDP non raccoglie né rappresenta l’intero elettorato curdo. Inoltre, parte del successo di giugno dipendeva dai buoni risultati nelle principali città del paese, che escono ridimensionati da questa tornata. Per converso, la ripresa del conflitto con PKK avrà permesso all’AKP di togliere voti ai nazionalisti. Per il momento queste sono solo ipotesi, in attesa di un’analisi dei dati scorporati per provincia e dello studio dei flussi elettorali.

Una democrazia non vive di sole elezioni

Quello che è certo è che la Turchia avrà finalmente un governo. Ma a quale prezzo? Il PKK può riprendere le armi (aveva dichiarato un cessate il fuoco a due settimane dalle elezioni). I media di opposizione sono in ginocchio. La repressione del governo è stata pesantissima, l’ultimo caso è l’irruzione in diretta della polizia negli studi di Bugün TV e Kanalturk, mentre il gruppo editoriale di riferimento, la holding Koza İpek, è finita sotto amministrazione controllata. Il tutto pochi giorni prima del voto. Siamo sicuri che i brogli vadano cercati durante le elezioni e non in tutto ciò che è successo nei mesi precedenti? E da domani, in una Turchia con meno voci critiche, chi potrà fare la guardia al potere?

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Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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