SDF Siria

TURCHIA: accordo tra SDF e Damasco, un successo per Ankara

Il 18 gennaio 2026, in seguito a settimane di scontri tra le due parti, è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco tra le forze governative di Damasco e le Forze Democratiche Siriane. L’accordo prevede che le province di Raqqa, Deir Ezzor e Hasakah, situate a nord-est del Paese, finiscano sotto il controllo del governo centrale dopo nove anni di amministrazione autonoma curda. Inoltre, l’intesa stabilisce l’inserimento del personale militare delle SDF nei ministeri della Difesa e dell’Interno. La gestione delle carceri, note per la forte presenza di miliziani di Daesh, verrà affidata al governo centrale, che ha inoltre promesso di impegnarsi nel riconoscimento del curdo come lingua ufficiale nazionale insieme all’arabo e all’istituzione del Nowruz, il Capodanno celebrato dai curdi, come festa nazionale.

L’integrazione delle forze curde negli apparati militari governativi siriani rappresenta un nuovo successo per Ankara, che vede così la risoluzione del più delicato dossier siriano rimasto aperto dopo la caduta di Assad. Diversa è la situazione per i curdi di Turchia, che ora temono che la fase di ricostruzione possa coincidere con un loro notevole ridimensionamento politico.

Turchia: il miglior inizio d’anno 

Nel corso degli ultimi dodici mesi la questione curda ha subito degli sconvolgimenti di magnitudo storica. Nel maggio scorso, a seguito delle dichiarazioni di Abdullah Öcalan di febbraio, il PKK poneva fine alla lotta armata, chiudendo un capitolo di storia lungo quarantasei anni: una svolta auspicata ed accolta con estremo favore dalla Turchia. Il recente accordo, in quest’ottica, si pone nella stessa traiettoria. Nei giorni successivi all’intesa, Erdoğan ha dichiarato che le forze curde-siriane devono necessariamente deporre le armi e smantellare le proprie strutture militari. Della stessa opinione è il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, che ha mostrato totale supporto alla decisione, affermando che la sicurezza dei confini turchi rappresenti un elemento di vitale importanza per il Paese. 

Proprio l’attuale ministro degli Esteri turco ha avuto un ruolo fondamentale nell’attuale evoluzione della questione curda in Siria. Hakan Fidan, dopo essere stato a capo dell’intelligence turca dal 2010 al 2023, e aver guidato per oltre un decennio la strategia di Ankara in Siria diventando il punto di riferimento per i cosiddetti ribelli siriani, in particolare per HTS, da inizio 2025 ha iniziato a dialogare con Tom Barrack, noto imprenditore statunitense che oggi presta servizio come ambasciatore USA in Turchia ed inviato speciale per la Siria.

Negli incontri tenutisi tra i due, cominciati solamente un mese dopo la caduta del regime Baathista, il tema principale è stato la gestione della Siria post-Assad, in particolare per quanto riguarda il futuro ruolo delle SDF all’interno del Paese.

Nella narrazione ufficiale dello Stato turco, le SDF hanno sempre rappresentato un prolungamento siriano del PKK. Il Rojava rappresentava per la Turchia un fattore di instabilità lungo il proprio confine meridionale. L’interruzione della continuità territoriale tra le forze curde presenti in Turchia – che nel mentre hanno deposto le armi – e le SDF rappresenta per Ankara una vittoria strategica di primo piano. Data anche la forte vicinanza all’attuale governo siriano, Ankara potrà avere un maggiore spazio di manovra militare, controllare più efficacemente le cosiddette “aree cuscinetto” e gestire i propri confini in assenza di attori militari non statali. 

I curdi sono stati traditi?

L’asse strategico fra le forze curde e quelle americane è stato uno degli elementi chiave che ha contribuito a determinare gli equilibri politici e geografici rivoluzionati dai recenti avvenimenti. Dopo aver concesso ai curdi supporto logistico-militare contro lo Stato Islamico tra il 2014 e il 2016, a partire dal 2019 le forze statunitensi hanno progressivamente ridotto la loro presenza militare diretta sul territorio, permettendo alla Turchia di lanciare l’operazione “Sorgente di Pace”, che ha consentito ad Ankara di conquistare diverse porzioni di territorio nell’area. Nel dicembre 2025, secondo alcune fonti, vi è stata la definitiva cessazione del coordinamento e delle operazioni tra le Forze Democratiche Siriane e la coalizione guidata dagli Stati Uniti.

I più critici hanno commentato gli ultimi avvenimenti come la conseguenza di un tradimento da parte degli Stati Uniti, ritenuti colpevoli di aver sostenuto il sogno indipendentista curdo finché funzionale alla sconfitta dello Stato Islamico, per poi abbandonare i curdi nelle mani di un ex-jihadista.

Nei giorni scorsi, lo stesso Tom Barrack ha affermato in un lungo post su X che l’alleanza tra Stati Uniti e SDF fosse nata esclusivamente in un’ottica anti-ISIS, con l’obiettivo aggiunto di indebolire le influenze russe e iraniane nel Paese. Secondo gli Stati Uniti, il governo di Damasco è ora in grado di gestire in autonomia la lotta al fondamentalismo islamico e per i curdi si presenta la più grande opportunità di integrazione all’interno della Siria, anche se i casi di violenza che si sono verificati ad Aleppo nei confronti della popolazione curda sembrano indicare che il percorso di integrazione sia estremamente arduo. La situazione resta estremamente incerta sul territorio, e anche se l’accordo raggiunto sembra porre fine all’esperienza di autonomia curda in Siria, bisogna ricordare che la minoranza curda in Siria costituisce il 10% della popolazione totale, e che nonostante vi sia spesso una distanza geografica che separa i curdi distribuiti in Siria in diversi governatorati, l’instabilità sociale e politica del Paese potrebbe far emergere nei prossimi anni nuove spinte autonomiste.

L’operazione militare siriana ha portato nelle strade manifestanti curdi anche in Europa, soprattutto in Germania, dove manifestazioni pacifiche sono state accompagnate da diversi episodi di violenza da parte dei manifestanti, in particolare contro ristoranti e negozi gestiti da siriani.

A quindici anni dall’inizio delle proteste in Siria che hanno condotto ad una guerra civile decennale terminata con il rovesciamento del regime di Assad, Ankara sembra aver volto la situazione totalmente a suo favore.

Il successo di Ankara

Nel contesto turco, gli avvenimenti relativi alla questione curda degli ultimi otto mesi potrebbero rappresentare un fattore importante anche sul piano della politica interna. Nel 2003 Erdoğan ereditò un Paese con il PKK che aveva momentaneamente sospeso la lotta armata dal 1999 in seguito all’arresto di Öcalan, ma la questione era tutt’altro che risolta.

Ventitré anni dopo, all’interno della sua narrazione politica, il rais turco può arrogarsi il merito di aver preso un Paese con un conflitto irrisolto e averlo condotto alla deposizione delle armi del principale attore coinvolto (PKK) e alla fine degli esperimenti di autonomia curda nella confinante Siria. Il presidente turco potrà anche mettere in evidenza come la minoranza curda abbia assistito ad un presunto miglioramento della propria condizione, in particolare attraverso le aperture sui diritti civili e all’utilizzo della lingua curda nei media e contesti ufficiali dei primi anni dello scorso decennio. Nonostante ciò, la realtà politica turca dimostra come i leader curdi d’opposizione siano costantemente sotto il mirino del governo, finendo spesso incarcerati con condanne di entità eccezionale.

L’integrazione delle SDF nell’esercito siriano rappresenta per Ankara un successo anche di tipo geopolitico. Oltre ad aver momentaneamente neutralizzato l’esperimento autonomista curdo ai propri confini, questo accordo amplifica notevolmente il peso turco all’interno della Siria, un Paese che fino a qualche anno fa era legato a filo diretto con l’Iran e che dall’8 dicembre 2024 ha cambiato la propria postura geopolitica spostandola a favore di Ankara.

Con la Siria sotto la propria sfera d’influenza e un maggiore controllo della questione curda, la Turchia nei prossimi anni potrà concedersi il lusso di esplorare terreni ancora poco battuti ed aumentare ancora di più il proprio peso politico all’interno della regione.

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Chi è Marco Pedone

Classe 1999, una Laurea Magistrale in "Lingue e Civiltà Orientali" e un Master di II livello in "Geopolitica e Sicurezza Globale" presso l'Università La Sapienza di Roma. Appassionato di Vicino Oriente, area MENA e sport.

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