Distruzione e riciclo in Tadeusz Różewicz

Introduzione

La poesia polacca del Novecento si può forse considerare una poesia della “crisi”, prodotta da una cultura e da una società che, da sempre abituata a vivere sul limes della storia, prima di altre ne ha percepito i mutamenti e vissuto le tragedie. Autori come Alexander Wat (Lucifero disoccupato,1927 ) e Stanislaw Witkiewicz (Insaziabilità 1927) prefigurano nella loro opera, e con largo anticipo, gli orrori della seconda guerra mondiale e della successiva epoca stalinista e proprio in un contesto storico apparentemente favorevole alla Polonia, nuovamente indipendente e democratica dopo secoli di oppressione russo-tedesca.
Witkiewicz sostiene una posizione che anticipa in modo lineare l’analisi di tanti studiosi futuri del totalitarismo, e che sembra molto più avanzata di quella che sosterrà pochi anni dopo Wilhelm Reich nella sua Psicologia di massa del fascismo (1933). In un momento di totale sincerità, il suo protagonista pensa a voce alta: «Che infernale voluttà avere un capo; poter credere in qualcuno al di sopra di se stessi e di ogni cosa! (…) essere un atomo della sua potenza, una fibrilla di un suo fascio muscolare. E nel fondo, un sentimento vile: scaricarsi di ogni responsabilità!». Hannah Arendt ha solo vent’anni quando l’autore polacco giunge a formulare una simile affermazione; Canetti ne ha ventuno. La Polonia, insomma, è in grado di creare una letteratura fondata su un profondo senso della “crisi”, e molta della migliore poesia polacca del secolo appena trascorso si può situare in questo solco. Non bisogna però dimenticare che poeti come Wislawa Szymborska, che del Novecento poetico polacco -e non solo- è stata sicura protagonista, sembrano piuttosto rifarsi a una coscienza affermativa, fondata sull’ottimistica adesione alla realtà. Alla lettura di Różewicz, dunque, è necessario chiedersi se siamo di fronte a una coscienza “affermativa” o una coscienza “in crisi”. Ma se la prima si manifesta in opere che costruiscono e rispecchiano un’immagine del mondo chiara o, perlomeno, relativamente armonica e coerente al suo interno, in cui l’artista scopre l’esistenza di un senso superiore, fondato da Dio o costituito dalla natura o dalla storia, una coscienza “in crisi” invece nasce da un’esperienza negativa dell’umanità, rigetta la consolazione della religione essa si mette in attesa di una fine ineluttabile. Ciascuna delle due visioni del mondo e dell’uomo si pone in modo diverso nei confronti dei valori etici comuni: l’affermazione del mondo porta a una conseguente fiducia nell’indistruttibilità del principio del bene; una coscienza in crisi non può che constatare la superiorità del male. E Tadeusz Różewicz sembra far parte di questa seconda categoria.

La distruzione del mondo

Fin dalla sua prima raccolta di versi, Niepokój (Inquietudine) del 1947, Tadeusz Różewicz descrive la presenza del male, ne registra le manifestazioni e và alla ricerca degli antidoti. La dimensione etica è presente nell’opera di molti altri poeti polacchi contemporanei, Miłosz e Herbert per esempio, ma la poesia di Różewicz sembra profondamente caratterizzata dall’immutabilità della diagnosi espressa già nella prima raccolta e riconfermata più volte fino alle opere più recenti: il male è onnipresente. Le modifiche che man mano vengono apportate dall’autore all’idea elaborata in gioventù si manifestano sotto forma di svelamento dei diversi volti che il male assume, nel prendere coscienza della sua incessante e distruttiva erosione.
Il primo dei volti con cui il male si manifestò nella vita dell’autore fu senza dubbio la guerra, dalla quale il giovane, contrariamente al contemporaneo Baczyński, uscì vivo ma segnato per sempre nel profondo della psiche. Il trauma, la ferita inguaribile della memoria, diventa il segno distintivo della sua poetica:

«Ho ventiquattr’anni / sono sopravvissuto / portato al macello. / Questi sono nomi vuoti e uguali di significato: / uomo e bestia / amore e odio / nemico e amico / oscurità e luce. / L’uomo lo si uccide come l’animale / ho visto: / furgoni di gente macellata / che non verrà salvata.» [Sopravvissuto, dalla raccolta Inquietudine]

Non abbandonano il “sopravvissuto” i ricordi dell’ incubo, nel sonno sente ancora le grida dei moribondi. Ha conservato la propria vita ma in compenso ha perduto i valori più importanti: una casa sicura, la fiducia nelle parole date, la fede nell’uomo. Deve riconquistare tutto, ricostruire, ed è a questa immane opera di rifondazione che l’autore dedica per anni le sue energie poetiche. Tuttavia i continui tentativi di riappropriarsi della fiducia nell’Umanità sembrano fallire ogni volta. Arriva fino alla constatazione del fallimento della più piccola ma più importante forma di comunità tra uomini: la famiglia. La disgregazione dei tradizionali legami generazionali e gerarchici sarà analizzata da Różewicz nei suoi drammi (Il vecchietto buffo e La trappola) e in poesia, giungendo a concludere che la famiglia non è che una cellula provvisoria, un approdo momentaneo e improvvisato, per nulla sicuro e affidabile:

«una lacuna nella vita famigliare / il bambino vorrebbe avere un papà / che venisse ad abitare / nella casa. / Abbiamo stretto con il figlioletto un patto / che quando un qualche papà verrà ad abitare / nella casa / noi gli vorremo bene»
[da San Valentino dalla raccolta Sempre un frammento]

L’autore dell’Inquietudine smaschera coerentemente la banalità dei legami interpersonali. Egli giunge così a mettere in dubbio la base che rende possibili le relazioni tra persone: la capacità stessa della parola di veicolare efficacemente i sentimenti e di rappresentare l’essenza delle cose. La distruzione investe in tal modo la stessa pratica letteraria, la poesia e la sua possibilità comunicativa. E senza la parola il rapporto tra gli individui diventa impossibile. La distruzione della poesia, (gesto estremo e risolutivo, si pensi ai tagli di Lucio Fontana) diventa per Różewicz l’unico modo di rappresentare la distruzione del mondo e degli uomini che, deprivati di una reale possibilità comunicativa , sono destinati ad una irrimediabile solitudine.

La distruzione della poesia

Di fronte alla svalutazione della parola e della sua funzione comunicativa si rende necessario un ritorno alla semplicità più elementare e in particolar modo un rifiuto della metafora, volto a una ridefinizione del ruolo della poesia e del poeta. Różewicz annuncia la morte della poesia per come è comunemente intesa, come discorso elevato e multiforme, aperto a una molteplicità di significati. Egli costruisce i suoi versi a partire da un coacervo linguistico di termini colloquiali, comunicati stampa, citazioni e autocitazioni. Raccoglie, insomma, nella discarica della lingua tutti i brandelli informi con i quali non si può certo ornare una poesia. E questo perché non è tra le finalità del poeta raggiungere un effetto esteticamente gradevole: «nella poesia come in una rosa / si è annidata /una bianca noia» come leggiamo nella poesia Ancora una prova. L’obiettivo dell’arte dovrebbe essere la verità della vita, la realtà da rappresentare anche attraverso il brutto (e qui fa propria quell’estetica del brutto che in Germania ha trovato mirabile conferma in Benn e Grünbein) affermando che il poeta della spazzatura è più vicino alla realtà della vita. Nel suo Poema artistico Różewicz constata come «il mondo ridotto / è sempre / di più concentrato» motivando la tecnica del collage da lui adoperata come unica scelta possibile per presentare la realtà. Essa permette al poeta di conservare la distanza necessaria all’obiettività e con il tempo egli assume un tono quasi ironico, o meglio, autoironico:

«socchiusi gli occhi / “forse…” pensai / “forse riuscirà…” / sorrisi a me stesso / al Sole ad Apollo / che deforme gobbo / zoppo cieco / sgattaiolava verso il XXI secolo / si è fermato sopra il cestino / della spazzatura e degli scarti / ne ha tirato fuori una decrepita metafora / l’ha condita con della bellezza / ed iniziò ad ingurgitare»
[dal poemetto L’acqua nel pentolino, Niagara e autoironia, dalla raccolta Sempre un frammento]

La metafora della spazzatura diventerà un segno ricorrente della poetica dell’autore che se ne servirà in diverse occasioni attribuendole ruoli e significati diversi. Essa illustra lo stato della lingua ma anche lo stato della cultura. Per Różewicz il bello non ha una dimensione etica ma, al contrario, non pone un segno di equivalenza tra il brutto e il male. Egli separa nettamente etica ed estetica, attribuendo una superiorità alla prima. La poesia come bellezza, per dirla con Adorno, dopo Auschwitz non è più praticabile. È possibile invece la verità e proprio la verità dovrebbe divenire il principale obiettivo dell’arte.
Attenzione però, l’ironia permette al poeta di conservare -come si è detto- la distanza necessaria all’obiettività. Ma vien da chiedersi: è davvero possibile minare lo sfacelo (per dirla con Zanzotto) della società e della cultura, criticando e irridendo, restandone tutto sommato fuori? In un certo senso anche Różewicz sembra chiuso in casa come Białoszewski, con la paura di uscire per strada, con la differenza che Miron patisce il suo stato e ne è consapevole. Tadeusz invece sembra troppo in preda a un furore palingenetico per rendersi conto della propria distanza dalle cose.

Recycling
(ovvero il consumo dell’oggetto)

Un atteggiamento edonistico si manifesta in un crescendo dei comportamenti consumistici e questi, a loro volta, fanno sì che il mondo sia sommerso dalle cose, dagli oggetti di volta in volta desiderati, posseduti, gettati. C’è tanto, troppo, di tutto; tutto è disponibile all’acquisto, tutto diventa indispensabile e desiderato. E, sebbene in Polonia il consumismo si sia manifestato sicuramente assai più tardi rispetto ai Paesi occidentali, Różewicz già negli anni sessanta avvertiva che questo mondo-supermercato è a tutti gli effetti una gigantesca discarica di rifiuti. Questa invasione della spazzatura diventa l’immagine della società contemporanea in cui si mischiano caoticamente, come in una discarica, brandelli di valori elevati e bassezze, di capolavori e di kitch, e sono le persone a dover rovistare alla ricerca di qualcosa di interessante. Questo aspetto di mescolanza, di collage, della cultura può essere riconosciuto come il carattere distintivo dell’estetica postmoderna alla quale non sembra però possibile ascrivere la produzione di Różewicz. Ostacolo a tale assimilazione è infatti la posizione dell’autore nei confronti dell’aspetto etico. Egli infatti non rappresenta, come nel postmodernismo, una visione nichilistica né relativistica della realtà contemporanea:

«Il “nulla” che compare nelle poesie di Różewicz non deve essere assimilato al nichilismo, inteso come una sorta di estasi suscitata dalla liberazione da qualcosa (norme morali, convenzioni sociali, abitudini). Il “nulla” è enormemente drammatico e l’esperienza della sua realtà ha in sé qualcosa di un’oscura illuminazione grazie alla quale l’uomo prende coscienza della grandezza e del carattere della perdita che ha subito con la morte di Dio, della cultura e dell’arte.» [A. Legeżyńska, P. Śliwiński ]

Il secondo atteggiamento della società contemporanea, accanto all’edonismo consumistico è, per Różewicz, la noia: odierna forma di decadentismo. La noia dilaga nella vita dell’uomo e si insinua nell’arte; la poesia perde senso perché nessuno ne avverte più il bisogno e lei stessa non è in grado di riparare il mondo. Nonostante ciò Różewicz continua a scrivere poesie, o meglio poemetti, sempre più lunghe e sostanzialmente sempre con lo stesso tema: egli avverte che «deperiscono la religione la filosofia l’arte» (nella raccolta Bassorilievo). Nonostante ciò, però, egli tenta la sua azione di salvataggio, coltiva un atteggiamento di rinnovamento poetico, nel tentativo di scuotere le coscienze. Riporta alla memoria i quadri del martirologio bellico (soprattutto nella raccolta Il coltellino del professore), accumula argomenti che illustrano, per usare un’espressione di Hannah Arendt, la banalità del male: nella poesia Il cancello afferma «l’inferno è stato smontato», «è stato trasformato in allegoria».

Unde malum? Miłosz contro Różewicz

Il problema più difficile da risolvere è la genesi del male. Come accade, si chiede l’autore, che siamo capaci di compiere tanti delitti, e questo non solo in tempo di guerra ma anche al di fuori di essa? Come è possibile che la vita umana perda di valore fino al punto che possiamo spegnerla come la fiammella di una candela? Nelle sue poesie più datate, risalenti al periodo bellico, il poeta additava il delitto come conseguenza della follia ideologica. Nelle sue raccolte più recenti il delitto perde ogni sua possibile motivazione:

«Un ragazzo 21-enne ( a forma di cuore?) / ha ucciso il figlioletto di anni quattro / alla domanda perché l’abbia fatto / il giovane padre ha risposto / “piangeva così tanto e forte / che mi ha fatto arrabbiare”» [da San Valentino ]

L’infantilismo della nostra cultura porta ad una banalizzazione non soltanto del male ma pure di tutti i concetti ad esso correlati: il peccato, la colpa, la punizione. Ne nasce un mondo vuoto privato dei valori sia positivi che negativi; una zona grigia, una terra desolata.
Il problema dell’incommensurabilità del bene e del male in un mondo creato da Dio è uno dei temi più dibattuti nella riflessione teologica; una teodicea, ossia il tentativo filosofico di spiegare la presenza del male nell’opera di un Creatore che è anche infinito bene, appare impossibile e inarrivabile nella poesia di Różewicz. Egli cerca in qualche modo di eludere il problema inquadrandolo in un ambito esclusivamente contemporaneo, analizzando il male come manifestazione caratterizzante soprattutto la società odierna. Nella poesia Unde malum? Il poeta esplicita le sue convinzioni a riguardo:

«Da dove viene il male? / come da dove / dall’uomo / sempre dall’uomo / e solo dall’uomo. / L’uomo è un incidente / sul lavoro / della natura / è / un errore. / Se il genere umano / si estirperà / da solo / dalla fauna e dalla flora / la terra riconquisterà / il suo splendore e la sua bellezza.»

La tesi sostenuta da Różewicz non è facile da accettare e forse può essere anche ritenuta semplicistica. Questa almeno l’opinione di Czesław Miłosz che rispose all’autore di Unde malum? con una poesia dallo stesso titolo ma privo di segno interrogativo, scrivendo:

«Purtroppo signor Tadeusz / la natura buona e l’uomo malvagio / sono una romantica invenzione / se così fosse / si potrebbe resistere. / Lei dimostra in questo modo la profondità / del suo ottimismo»

Miłosz sembra avere un’opinione dell’uomo più positiva e nei suoi versi ribatte a Różewicz: «in effetti signor Tadeusz / il male ( e il bene) provengono dall’uomo». Quindi, sembra suggerire Miłosz, l’uomo è sì la causa del male ma porta in sé anche la cura.
Różewicz in nome della sua generazione racconta incessantemente il mito dell’infelicità. Questa sorta di autocommiserazione si manifesta comunque in gradi diversi nel tempo: con il passare degli anni il radicale pessimismo del poeta si và via via stemperando grazie al ritorno di valori non tanto riconquistati quanto ricostruiti, rifondati ex novo. Nella raccolta Bassorilievo (ritenuta da molti uno dei migliori esiti della poesia polacca degli anni novanta) troviamo la poesia dal titolo Senza: il tema principale sembra essere qui la ricerca di un sostegno nella dimensione trascendente anche se non vi troveremo di certo una esplicita dichiarazione di rifugio nella religione. Si ripete solamente con monotona insistenza un ritornello paradossale: “ la vita senza Dio è possibile / la vita senza Dio è impossibile”. Dieci anni dopo nel volume La zona grigia Różewicz ritorna su questo motivo, privandolo ormai del tutto della sua elevata oscurità. Nella poesia C’è un monumento scherza così:

«Tu sei rimasto te stesso, non perdi / il tuo buon umore e con una mano / di pietra che ti spunta dalla pancia / come da una botte di granito / benedici me / Giuda Taddeo di Radomsk / del quale dicono / che sia un “ateo” / ma mio Buon Papa / ma quale ateo / mi chiedono sempre / cosa pensa lei di Dio / ed io gli rispondo / non importa cosa penso io di Dio / ma quello che Dio pensa di me.»

La consapevolezza delle perdite subite dall’uomo in conseguenza della perdita della fede è un segno dell’evoluzione del soggetto poetico di Różewicz che nelle ultime raccolte rappresenta una coscienza “catastrofica” che tuttavia conserva il ricordo di un paradiso terrestre, di un passato in cui esistevano un ordine delle cose e un senso.
Questo atteggiamento è illustrato bene in poesie come Alla luce delle lampade filanti dove è evocato il ricordo di quando “il mondo appariva diverso”. E, dopo il recupero di un sentimento del trascendente, il secondo valore recuperato è l’amore. Nella raccolta Sempre un frammento, chiedendosi “di cosa sentiremmo la mancanza” così si risponde:

«del silenzio tra i nostri volti / e delle parole che non sono state / dette / perché quello che c’è di divino / tra gli esseri umani / è sempre alla ricerca / della propria espressione. / Di cosa si sentirebbe la mancanza / “di tutta la vita” / e di qualcosa ancora / di enorme di fantastico / oltre la parola / oltre il corpo»

Affrontando spesso il tema del Nulla il poeta vi racchiudeva il quadro del mondo contemporaneo, svuotato dei valori fondamentali. Il Nulla nella produzione di Różewicz divorava non solo l’esistenza umana del “qui e ora” ma coinvolgeva anche la sfera superiore alla vita, “l’aldilà”. Soltanto da Vecchio Poeta l’autore di Bassorilievo, della raccolta Sempre un frammento e soprattutto de La madre se ne và” (1999), ha apportato dei cambiamenti interessanti alla propria “esegesi del male”. Różewicz in La madre se ne và avverte:

«Grande Don Chisciotte! È rimasto il Nulla. E se noi uomini non rinsaviamo e non impariamo a gestire questo Nulla crescente, allora…allora cosa?! Dimmi, non temere! Cosa succederà…ci prepareremo un tale inferno, in terra, che Lucifero ci sembrerà un angelo, per quanto un angelo caduto, ma non privo di anima, capace di egolatria ma pieno di nostalgia per il cielo perduto, pieno di malinconia e tristezza…la politica si trasformerà in kitch, l’amore in pornografia, la musica in rumore, lo sport in prostituzione, la religione in scienza e la scienza in fede.»

Il memento di Różewicz, che, nella sua visione del mondo monocromatica, in bianco e nero, sicuramente tralascia molti colori e sfumature, suona come un grido nel deserto, come la voce di un uomo che non riesce a tenere il passo dei suoi tempi, non li comprende e di conseguenza si sente pieno di amarezza. Ai giovani questo mondo può comunque apparire anche niente male ma dobbiamo in ogni caso tenere in considerazione questa parola da Grande Moralista, una voce che ci ricorda costantemente la dimensione del male, per non sentirci mai definitivamente tranquilli. Różewicz non ci consente di vivere comodamente, di continuo ci avverte che non possiamo non stare all’erta, perché i demoni ritornano, e il nostro bel mondo può nel volgere di un breve istante cadere nuovamente in cenere.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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