UNGHERIA: intervista ad Alessandro, in cammino con i migranti

Da Budapest – “Ma non aveva niente di meglio da fare?” ha commentato qualcuno, leggendo di Alessandro, l’italiano residente a Budapest che sabato in tarda mattinata si è incamminato insieme ai migranti diretti verso l’Austria, percorrendo in circa 8 otto ore i 25 km verso la stazione di Biatorbagy.

Ci ho pensato, da persona che conosce Alessandro abbastanza bene da sapere che di certo non lo ha fatto per esibizionismo né senza una conoscenza approfondita di quanto sta accadendo in Europa nelle ultime settimane: a qualcuno sembra incomprensibile quello che ritengo un atto di grande intelligenza, se non altro per vivere la storia che ci sta passando davanti proprio adesso, qui, oltre che per capire davvero queste persone, rendersi conto che sono come noi che ci sentiamo invasi. La mia conclusione è che no, Alessandro non aveva niente di meglio da fare sabato scorso, perché difficilmente poteva trovare qualcosa di più utile, interessante e bello da fare, adesso, qui a Budapest.

Era la cosa giusta da fare e gli ha insegnato molto. La fortuna, per noi, è che ha tutta l’intenzione di condividere la sua esperienza, offrendoci un punto di vista davvero non comune sulla questione immigrati. Ci incontriamo a Keleti, “dove sennò” scrive Alessandro, e in effetti. “Keleti – racconta – è diventata un villaggio, con la piazza principale, la strada, il mercato, il ristorante, il campo da pallone…è incredibile come sia nato questo piccolo paese davanti alla stazione, con la gente che si ferma ad osservare dal passaggio sopraelevato.” Oggi ci sono molte meno persone qui, l’atmosfera è cambiata, ma permane una sensazione, quella che questo sia the place to be, il posto dove stare, in questi giorni. Una considerazione che va oltre l’interesse giornalistico e che deve essere passata per la testa anche ad Alessandro.

Credo che Keleti stia facendo bene agli ungheresi. Sta insegnando qualcosa. Qualcosa di cui c’era bisogno”. Migration Aid continua a distribuire cibo, acqua, materassini, coperte e prodotti per l’igiene personale, raccogliendo allo stesso tempo le donazioni dei tanti, veramente tanti, che fanno del loro meglio per contribuire. Arriva una signora di una certa età con due cuscini in grandi buste, mi spiega che viene dall’Inghilterra, è qui per pochi giorni e li sta passando a comprare cose e portarle qui in stazione, al punto di raccolta. E’ cordiale, facciamo due chiacchiere: “Ero passata solo a dare un’occhiata, – mi spiega – ma è impossibile non sentire il bisogno di aiutare, dopo aver visto queste persone.”. Sembra contenta, non le importa di aver rinunciato alla visita della città. Arriva Alessandro, con la faccia di uno che è appena entrato in casa sua, controlla che tutto sia a posto, nota i cambiamenti rispetto a ieri, calcola quante persone ci sono.

Alessandro, cosa ti ha spinto a metterti in cammino, sabato scorso?
Passo spesso da Keleti in questi giorni, per vedere come va. Sabato era un giorno strano, già dalla notte quando con un colpo di scena il governo ha inviato i bus per l’Austria, dopo un lungo stallo. Sono arrivato presto, alle 6.30-7 e il piazzale era quasi vuoto. Sono andato a riposare e alle 11.30 quando sono tornato ho visto persone incamminarsi, una scena che il giorno prima avevo seguito dal televisore di una bettola qui vicino. Ho capito dove andavano e li ho seguiti.
Perché?
Vivo qui da molti anni e quando posso mi piace raccontare, testimoniare i fatti, la vita qui ma anche gli avvenimenti.
Hai parlato con tante persone?
Ho fatto amicizia con alcuni di loro, quelli con un buon inglese, ma non ho violato il privato di quanti non hanno voglia di parlare. Per molti questo viaggio è una tragedia… ma a volte basta essere pazienti e sono loro ad aver voglia di sapere chi sei e perché ti sei unito a loro.
E che cosa hai risposto a chi te l’ha chiesto?
Scherzando ho ripetuto che mi piace camminare, fare sport all’aria aperta.
Cosa pensi della posizione del governo ungherese nei confronti dei migranti?
Questa mattina Orbán ha parlato a lungo e senza giri di parole. Secondo me il primo ministro ungherese le cose le vede in modo molto chiaro. Il sistema di Dublino è al collasso. Ho provato a chiedere anche ai migranti cosa ne pensano e in generale rispondono che non andrebbero in un Paese imposto dal sistema delle quote.
Orbán si è mantenuto coerente, ha detto che nelle prossime due settimane dobbiamo chiederci se vogliamo o meno scegliere accanto a chi vivere e ricordato che l’Ungheria non ha confini naturali come l’Italia, la Francia, la Germania…quindi è suo diritto alzare un epitemeny, una costruzione, parola che ho trovato abbastanza vaga e inquietante.
Sei d’accordo?
No. Per provocazione gli suggerirei di mettere una cupola sull’Ungheria per impedire agli ungheresi di andare a lavorare in Inghilterra, allora. Sono problemi complicati, questo sì, ma un muro non li risolve. Anzi: i muri sono fatti per essere scavalcati, sono quasi un invito a venire più numerosi. I profughi non smetteranno di arrivare. Adesso c’è da vedere, credo, se a livello europeo abbiamo la forza di trovare una soluzione condivisa.
Come ti è sembrato l’atteggiamento dei cittadini ungheresi nei confronti dei migranti?
La società è divisa tra quanti, fomentati dalle parole del governo, sono presi dal panico e da una paura e una diffidenza del tutto irrazionali e coloro che invece aiutano e sostengono. Lungo la strada verso Biatorbagy sembra di stare a una maratona: c’era chi ci aspettava con pizze giganti già affettate o con buste di cibo e bottiglie acqua, ma anche persone ad incitarci.
Le tue impressioni dopo aver passato tante ore con i migranti?
Sono persone in viaggio, niente di più. Si sono avviate senza immaginare che superare i confini sarebbe stato tanto difficile. Tra loro ci sono benestanti e poveri, sono siriani, ma anche afghani, iracheni, eccetera.

Mentre parliamo Alessandro vede che un ragazzo siriano, ingegnere agricolo, ha accettato la sua amicizia su Facebook e sta commentando il suo post su sabato. Ride, guardiamo insieme le foto di un ragazzo normalissimo, che in Siria aveva un lavoro, amici, una vita comune.

Come riescono a sopportare i disagi di un viaggio che pare infinito?
Sono organizzati, sanno camminare a lungo, anche i bambini, che non si lamentano. Tutti hanno la loro coperta con sè, è fondamentale. Attraversare stati come la Grecia e la Macedonia è più facile perché lì vengono aiutati e non li fermano, in altri casi, come qui in Ungheria, è più dura, per fortuna ci sono i volontari. Ho visto persone scrivere sui giornali e sui social che i migranti sono degli ingrati perché non accettano cibo e aiuti: molte volte si tratta di persone che hanno soldi e viveri, non fanno l’elemosina, quello che vogliono è solo andarsene!

Come sempre, la chiave è la conoscenza. “Se li vedi e passi del tempo con loro, non puoi odiarli e considerarli dei nemici”.

Qui il reportage di Alessandro sul suo blog “Live in Budapest”.

Chi è Claudia Leporatti

Giornalista, è direttore responsabile del giornale online Economia.hu, il principale magazine in italiano sull'economia ungherese e i rapporti Ungheria-Italia, edito da ITL Group. Offre tour guidati di Budapest in italiano e inglese. Parla inglese e ungherese, ma resta una persona molto difficile da capire. Scrive racconti e sta lavorando (o pensando) al suo primo romanzo. Nata a Bagno a Ripoli (Firenze) senza alcuna ragione, vive a Budapest, per lo stesso motivo.

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3 commenti

  1. roberto ruspanti

    Secondo il mio modesto parere la posizione del Governo Orbán o, meglio, di Orbán va divisa su tre piani.
    Il primo piano riguarda la sua analisi sulla causa che ha determinato questi esodi di massa dal Medio Oriente e, per quel che riguarda l’Italia, anche e soprattutto dall’Africa. E su questa causa si potrebbe anche essere d’accordo perfino con Orbán (in Italia molti, a sinistra, la pensano allo stesso modo). Questa causa è la destabilizzazione dell’area creata prima dall’intervento americano in Iraq, poi dai vari interventi dei Paesi occidentali (soprattutto Gran Bretagna e Francia, oltre agli USA) in Siria e in Libia. Per l’Africa bisognerebbe andare molto indietro fino all’epoca del colonialismo, poi trasformato in sfruttamento economico dagli occidentali.
    2) Il secondo piano è la politica di rispetto della frontiera di Shengen dietro cui si difende il leader ungherese, che a sua volta si erge a difensore dell’Europa e della nazione ungherese, troppo piccola e impreparata a far fronte a questo esodo,e già oberata dalla questione dei Rom, che a suo dire costituiscono un gravissimo problema di integrazione.
    3) Il terzo piano è l’assoluta mancanza di senso umanitario mostrato dal governo ungherese sia nella fase di arrivo dei “migranti illegali” (come li chiama lui), non distinti neppure tra profughi e migranti economici, ai quali lo Stato ungherese non ha prestato la benché minima assistenza, addirittura lasciandoli indifesi in balia dei naziskin (o hooligans, teppisti da stadio) che li hanno assaliti sia alla Stazione Keleti sia nel parco della piazza Giovanni Paolo II (mai nome di papa fu più infangato), non dando un alloggio o rifugio coperto, lasciandoli all’addiaccio nei sotterranei della stazione e nel sopra detto parco ridotti in condizioni igieniche indescrivibili (con pericolo di infezione non solo per loro ma anche per i cittadini ungheresi), non dando neppure vitto e acqua, né assistenza sanitaria. Questa totale mancanza di assistenza che il governo ungherese ha attuato in conseguenza della sua posizione e con cui vorrebbe giustificare l’approccio al problema profughi, è inaccettabile perché non ha rispettato neppure i diritti più elementari dell’uomo e con ciò l’Ungheria si è posta di fatto fuori dall’Unione Europea non rispettandone i princìpi portanti.

    Roberto Ruspanti

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