IRAN: Nessuna donna allo stadio. Le proteste dei conservatori frenano il governo

Non c’era nessuna iraniana sugli spalti dello stadio Azadi, a Teheran, a fare il tifo per la nazionale maschile di pallavolo nella sfida contro gli Usa. Venerdì 19 giugno sono rimaste fuori dalla struttura in 200, biglietto regolarmente acquistato in mano, tenute a distanza dalla polizia. La cauta apertura del governo sulla partecipazione delle donne ad alcuni eventi sportivi, ottenuta dalla vice-presidente con delega alla donna e agli affari familiari Shahindokht Molaverdi a inizio mese, è morta sul nascere. La vicenda sta lentamente facendo crescere il movimento di protesta ma, soprattutto, mette in luce le difficoltà del governo Rohani nel raggiungere alcuni degli obiettivi riformisti della sua agenda. In questo caso si è fatta sentire l’opposizione compatta e a tratti rabbiosa delle frange più conservatrici della politica e della società iraniana.

Tifose o prostitute?

In tribuna dovevano sedere circa 200 donne, soprattutto familiari degli atleti e impiegate della Federazione di pallavolo iraniana. Lo aveva annunciato Molaverdi il 9 giugno, specificando che la misura si applicava solo ad alcuni sport fra cui basket e tennis, ma non ad altri come calcio e nuoto, e che le donne avrebbero comunque avuto un settore a loro riservato. Alle donne è stato generalmente impedito l’ingresso negli stadi dal 1979 con diverse motivazioni. Innanzitutto l’atmosfera non sarebbe stata adatta a loro vista l’abbondanza di cori a sfondo sessuale e violento che caratterizzerebbe il tifo maschile. Per questo stesso motivo, le donne straniere possono accedere agli stadi perché non comprenderebbero la lingua. E poi ancora per via dell’abbigliamento spesso succinto degli atleti e la promiscuità sugli spalti. Il Governo sperava di sottrarsi alle polemiche dei conservatori introducendo queste modifiche gradualmente, ma la risposta non si è fatta attendere.

Nelle ultime settimane in centro Teheran sono comparsi manifesti dove le donne che assistono ai match sono definite, senza mezzi termini, come prostitute. In rete sono circolati anche avvertimenti più pesanti dove si prefiguravano spargimenti di sangue e si ricordava che la decisione del Governo è in contrasto con alcune fatwa emanate dalla Guida Suprema Khamenei. Fatto sta che i biglietti sono stati venduti, ma senza il via libera della polizia che quindi ha presidiato i tornelli. La Federazione internazionale di pallavolo, che aveva promesso di annullare la partita se non fossero stati venduti biglietti alle donne, in realtà non si è mossa. Per la cronaca l’Iran ha battuto gli Usa 3-0 davanti a 12mila spettatori.

Le proteste e il caso Ghavami

Come spesso succede in questi casi, la protesta è montata soprattutto sui social network. Sotto l’hashtag#LetWomenGoToStadium si sono moltiplicati gli appelli di molti utenti di Twitter, non solo iraniani. Un lancio dell’agenzia stampa governativa Fars è suonato come una beffa, comunicando che alla partita avevano assistito alcune impiegate delle ambasciate russa, ungherese e italiana a Teheran. D’altronde la partecipazione femminile ai match di pallavolo è tornato argomento sensibile dal giugno dell’anno scorso, quando l’avvocato con doppio passaporto iraniano e britannico Ghomcheh Ghavami era stata fermata per aver tentato di assistere a Iran-Italia nello stadio Azadi, poi rilasciata in giornata. Una settimana dopo però è stata nuovamente arrestata e messa in isolamento nel carcere di Evin. L’accusa ufficiale era di propaganda contro il regime. Il suo nome è tornato sugli striscioni di protesta durante altri match di questi mondiali di pallavolo, quando la nazionale era impegnata all’estero.

Un messaggio per le elezioni del 2016?

Il caso Ghavami è l’ultimo di una serie di proteste che nel corso degli anni hanno preso di mira il divieto di ingresso allo stadio per le donne, che hanno avuto alterne fortune. Per un breve periodo Ahmadinejad aveva provato ad aprire gli spalti, salvo poi fare dietrofront ai primi brontolii di parte del clero di Qom. Sotto Khatami alcune donne vestite con abiti maschili erano entrate in tribuna durante la partita di calcio dove la nazionale si giocava contro il Bahrein l’accesso ai mondiali del 2006. La stessa partita durante la quale erano state girate alcune scene di “Offside” di Jafar Panahi, che denunciava proprio questo divieto.

Qualche cosa era cambiato di recente. Solo pochi mesi fa ad alcune donne era stato permesso di assistere a una partita di basket. Sembrava un inizio, un primo cambio di direzione. L’amministrazione Rohani sta indubbiamente dimostrando di voler introdurre misure di stampo riformista, di cui queste sullo sport non sono che un capitolo e, sotto molti aspetti e senza nulla togliere al tema della condizione femminile in Iran, hanno più che altro un significato simbolico. Ma proprio per questo motivo le barricate innalzate dall’opposizione acquistano ancora più significato. È chiara la volontà di non concedere spazio di manovra a Rohani, che si trova impegnato ogni volta in un braccio di ferro. Un messaggio da leggere sullo sfondo delle prossime elezioni legislative, previste per febbraio 2016. Per ottenere qualcosa di concreto probabilmente il Governo dovrà procedere in modo ancora più graduale di quanto si aspettava.

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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