MACEDONIA: Lo stallo. A un punto morto le trattative tra governo e opposizione

Sembrano arrivate ad un punto morto le trattative tra governo e opposizione in Macedonia, mediate dall’Unione europea. Dopo un primo accordo su elezioni anticipate, le due parti sono più lontane che mai. In ballo, c’è l’organizzazione del paese da qui all’appuntamento elettorale previsto per il 2016.

Il 3 giugno, dopo una visita-lampo a Skopje e l’incontro con il premier Nikola Gruevski (VMRO) e il leader dell’opposizione Zoran Zaev (SDSM), il Commissario UE all’allargamento Johannes Hahn si mostravafiducioso. “E’ stato concordato che entro la fine di aprile dell’anno prossimo [2016] ci saranno elezioni anticipate“. E prima di allora, continuava Hahn, sarà importante preparare il paese: “norme elettorali efficaci, una lista degli elettori revisionata, il rispetto dei diritti delle minoranze”, assieme alle “raccomandazioni della Commissione europea sull’indipendenza della magistratura”. E per arrivarci, “abbiamo concordato di utilizzare la metodologia in uso per la negoziazione dei capitoli 23 e 24. Non abbiamo ancora negoziati [aperti] ma si tratta dello stato di diritto, dell’indipendenza della giustizia, della libertà dei media”. Insomma, l’UE ci metteva la faccia, con dei negoziati-ombra per aggirare il veto greco, come già era stato provato negli anni precedenti tramite il meccanismo di High Level Accession Dialogue (HLAD). Ma troppi dettagli restavano ancora aperti, a partire da chi avrebbe avuto il compito di condurre il paese fino all’appuntamento elettorale

Passata una settimana, l’accordo sembra essersi volatilizzato. L’incontro a quattro, il 9 giugno a Bruxelles, tra i leader dei principali partiti macedoni (Gruevski e Zaev, ma anche Ali Ahmeti e Mendu Thaçi) non ha prodotto risultati. Hahn non ha trattenuto il disappunto: “Nessun accordo finale; sono molto deluso dalla mancanza di responsabilità e leadership di alcuni. I cittadini [macedoni] si meritano di più: democrazia, stato di diritto, e un futuro europeo.” La Commissione ha chiesto ai partiti macedoni di trovare un compromesso in base all’accordo di massima del 2 giugno, e di portare proposte concrete per la sua messa in atto. Ma sembra solo una formula diplomatica per coprire il fatto che i negoziati mediati da Bruxelles non riprenderanno a breve. I leader macedoni sono tornati a Skopje e non ci sono date future previste.

Oggetto fondamentale del contendere è la direzione del paese fino al prossimo appuntamento elettorale. Lo spiega bene Kamen Kraev su Vox OrientalisGruevski “non vede altra possibilità che restare primo ministro, anche a capo di un governo di transizione o di grande coalizione. L’obiettivo è di avere le urne organizzate sotto la sua supervisione. Questo è esattamente il punto che trova la vigorosa opposizione di Zaev, dato che ci sono serie accuse che Gruevski e il suo partito abbiano truccato le elezioni in passato tramite brogli e pratiche illecite. La condizione principale del leader socialdemocratico è che Gruevski lasci il premierato il prima possibile. Qui, chiaramente, le posizioni dei due partiti divergono immensamente.”

Per Zaev, il governo Gruevski ha già perso legittimità in seguito allo scandalo intercettazioni e alle rivelazioni di pratiche estreme di corruzione e cattura dello stato, e non può restare impunemente al suo posto; serve un governo tecnico o di unità nazionale per organizzare il periodo pre-elettorale in maniera imparziale. Gruevski, al contrario, intende mantenersi al potere fino alle urne, sorretto dalla legittimità degli ultimi risultati elettorali e dall’ancora forte sostegno nel paese (come dimostrato dalla contromanifestazione del 18 maggio), presentandosi in una posizione di forza e sperando così di vincere anche la prossima competizione elettorale, come tutte le precedenti dal 2006 ad oggi. Dal punto di vista del governo, la crisi ha avuto inizio con la pubblicazione delle intercettazioni da parte dell’opposizione, contro gli interessi dello stato. Sotto pressione UE, Gruevski ha accettato in principio di andare ad elezioni anticipate, ma continua a voler controllare la struttura di un eventuale governo tecnico e la tempistica del voto. “Conoscendo le pesanti accuse di corruzione e abuso di potere durante il suo mandato, Gruevski ha motivo di temere di essere perseguito [in tribunale], una volta che dovesse perdere il controllo sulle istituzioni statali e sulla magistratura”, scrive Kraev. Per questo “la sua preoccupazione principale al momento è di mantenere il potere più a lungo possibile e, se necessario, garantirsi una ‘buona uscita’”.

In mancanza di un accordo, lo stallo tra le parti a Skopje rischia di estendersi per tutta la stagione estiva. Ma chi ne avrebbe più beneficio? Se non dovesse essergli permesso di guidare un governo di transizione,Gruevski cercherà di posporre ogni possibile soluzione. Tirare avanti i negoziati, e rafforzare la propaganda filogovernativa, potrebbe demoralizzare il campo dell’opposizione; inoltre, con una minore pressione dal basso verrebbero meno anche le ragioni perché si debba dimettere; infine, mantenendosi al potere Gruevski potrebbe cercare di far dimenticare le accuse di corruzione e crearsi un salvacondotto per il futuro. Dall’altra parte, Zaevsostiene di avere ancora altre intercettazioni-”bomba” da rendere pubbliche, mantenendo alta la pressione sul governo. Non è inoltre chiaro fino a quando il partito albanese-macedone alleato di Gruevski, il DUI, potrà accettare di restare nella coalizione di governo, soprattutto in caso di nuove rivelazioni relative alcaso “Monstra” – l’omicidio di cinque pescatori macedoni nel 2012, per il quale sei cittadini della minoranza albanese sono stati condannati all’ergastolo, che aveva già fatto gridare alla discriminazione giudiziaria. In alternativa, un ricorso anticipato alle urne potrebbe funzionare per Gruevski per mobilitare il proprio elettorato prima di ulteriori danni d’immagine. Ovviamente Zaev si oppone ad uno scenario in cui le elezioni anticipate sono organizzate dal partito al potere – da cui, lo stallo.

Per la società civile, che è stata la vera anima dietro al movimenti di piazza di #protestiram, la continuazione della crisi è l’opzione peggiore. Instabilità interna ed isolamento esterno non faranno niente per migliorare le condizioni socioeconomiche dei cittadini macedoni. Come ricorda Ivana Jordanovska, il documento stilato da 80 ONG, 15 partiti e vari attivisti, riuniti nella piattaforma “Cittadini per la Macedonia”, indica le linee rosse non solo per il governo ma anche per l’opposizione parlamentare del SDSM:

Chiediamo immediatamente un governo di transizione che ripulisca l’elenco degli elettori, liberi la tv pubblica MRT dal controllo del governo, nomini un Pubblico Ministero indipendente e organizzi elezioni completamente libere e democratiche, che riflettano l’attuale volontà politica dei cittadini della Macedonia. La composizione del governo di transizione è materia di accordo tra i partiti politici, ma tale governo deve escludere tutti i membri del governo attuale, che sono largamente compromessi tramite le loro parole e azioni registrate dalle intercettazioni pubblicate dall’opposizione. La partecipazione di qualsiasi membro del governo attuale in un governo di transizione minerebbe la credibilità del processo di transizione e la fiducia in una giusta risoluzione della crisi politica”.

La protesta era iniziata come una rivolta contro corruzione e nepotismo, ma l’esaurimento della spinta civica potrebbe lasciare spazio ad elementi radicali o ad influenze esterne. La polarizzazione politica e l’assenza di media indipendenti, come scrive Ivan Krastev, rendono più semplice al governo sopravvivere alla crisi. “Zaev avrà bisogno di ancora più coraggio per trasformare il suo partito, i socialdemocratici, verso i quali non solo il governo ma anche buona parte dei manifestanti nutrono profonda sfiducia perché li considerano troppo parte del sistema”.

L’UE, d’altra parte, non può risolvere da sola i problemi interni della Macedonia. La mediazione offerta dal Commissario Hahn va già al di là delle prerogative fisiologiche della Commissione europea. L’UE non può forzare una soluzione alla crisi, nonostante i sempre maggiori inviti ad “usare il bastone” oltre che la carota da parte di osservatori esterni ed interni. Lo stesso ex Rappresentante Speciale UE in Macedonia, il diplomatico belga Erwan Fouéré, ha criticato il Commissario Hahn per essere troppo timido con il governo di Skopje sulla manipolazione dei risultati elettorali e sulla politicizzazione del pubblico impiego. Sempre secondo Krastev, l’UE e gli USA non potranno essere partner affidabili per i dimostranti nelle loro domande di cambiamento radicale. “L’UE è limitata non solo dal timore che la crisi si trasformi un conflitto etnico e dalle visioni divergenti degli stati membri, ma anche dalla contronarrativa propagandata dalla Russia, secondo cui le proteste sono inscenate dall’esterno”.

La posta in gioco rimane alta, con l’autorevolezza dell’UE che potrebbe uscirne notevolmente indebolita, se non dovesse riuscire a far fronte ad una crisi politica in un paese tanto piccolo e vicino come la Macedonia. Un coinvolgimento più profondo e più duraturo da parte delle autorità europee – ad esempio attraverso la riapertura dell’ufficio del Rappresentante Speciale (EUSR) all’interno della Delegazione UE a Skopje – potrebbe essere una prima mossa.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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