RUSSIA: Multiculturalismo e integrazione. Oltre la retorica, niente?

Quando si parla di Russia ci si riferisce a questo paese come ad un grande blocco omogeneo, dimenticando la sua estensione e dimenticando le immense diversità che esistono tra le culture, religioni ed etnie che convivono nella federazione. Considerando l’eterogeneità della popolazione si può definire la Russia non solo come un paese multietnico, ma anche come un paese multiculturale: le diverse culture, infatti, non corrispondono ad altrettante etnie, ma sono piuttosto nate a seguito di fattori fisici, come la vicinanza geografica, o da fattori sociali, come l’istruzione.

Il governo di Mosca porta avanti da anni l’idea che il multiculturalismo sia una delle ricchezze della Russia e che la ricerca dell’armonia fra le diverse popolazioni e le diverse culture sia uno dei suoi principali obiettivi, come affermato in un’intervista rilasciata a Yaroslav da Dimitri Medvedev nel 2011. Nella realtà la situazione è ben diversa, sia per quanto concerne l’opinione pubblica [inclusi i “dissidenti” quali Navalnyj; ndr] che per quanto riguarda  le istituzioni ci si confronta con un’idea negativa dell’immigrazione nell’ambito della quale il multiculturalismo non è considerato come una risorsa. Un sondaggio dell’Istituto di Sociologia dell’Accademia delle Scienze Russa del 2012 ha evidenziato, infatti, che il 30% dei russi pensi che i cittadini di etnia russa debbano godere di maggiori privilegi rispetto agli altri. Questo modo di pensare è supportato da una serie di stereotipi ben radicati nella società russa secondo cui l’immigrato ha un comportamento rozzo, vive in modo incivile e contribuisce ad aumentare la criminalità, soprattutto nelle grandi città [Si veda il pogrom di Biryulevo, nell’ottobre 2013; ndr].

Appare evidente come l’integrazione risulti estremamente difficile in un tessuto sociale così chiuso, ma sarebbe necessaria in uno stato come la Russia, dove si registra una massiccia migrazione interna, sia dalle campagne alla città sia da alcune zone ad altre. La maggior parte dei migranti sceglie di spostarsi verso le due città più importanti: Mosca e San Pietroburgo; in entrambe, però, la vita è notevolmente più cara che nel resto del paese e la corsa ai migliori posti di lavoro è riservata a chi è in possesso di titoli di studio e qualifiche professionali. Il destino che attende quasi tutti gli immigrati che si trasferiscono nelle maggiori città russe è quello di lavorare come manovali o come donne delle pulizie per poche centinaia di rubli al giorno, con orari di lavoro disumani. Anche le condizioni abitative non sono delle migliori: spesso vivono in container direttamente nei cantieri o in stanze condivise, dove abitano fino a otto persone, come evidenziato anche dal Human Rights Watch nel rapporto di febbraio 2013 in occasione dei giochi olimpici di Sochi. [Sulla condizione dei lavoratori migranti in Russia, il Tagikistan e gli altri governi dell’Asia centrale avevano protestato negli anni scorsi; ndr]

Il problema principale si presenta nelle scuole, dove ci sono molti alunni figli di immigrati: è ancora aperto il dibattito sulla possibilità di dedicare loro classi separate per “non russi” o se invece integrarli all’interno delle normali classi. La posizione favorevole alle classi separate è sostenuta dalla maggior parte degli insegnanti che vedono in un gruppo omogeneo una maggiore possibilità di apprendimento. In alcune scuole, invece, sono stati organizzati dei seminari per i docenti e delle attività creative, come ad esempio degli spettacoli teatrali, per favorire l’integrazione tra gli alunni di diverse etnie e culture; purtroppo questo genere di iniziative rimangono dei casi isolati e non sono sovvenzionate o incoraggiate dalle istituzioni.

L’aspetto scolastico rappresenta un problema anche per la minoranza rom, che vive in Russia da secoli e che nel 1956 è stata costretta ad abbandonare il nomadismo, per vivere in villaggi alle periferie delle città. Essi faticano notevolmente ad inserirsi nel tessuto sociale russo, principalmente a causa della mancata scolarizzazione. Per promuoverla sono nate alcune associazioni, la più conosciuta delle quali è la Roma Union. Questa organizzazione vede nell’istruzione una priorità assoluta e ha creato alcuni laboratori di ricerca, che si occupano non solo di studiare un modo per promuovere l’integrazione dei rom nella società russa, ma anche di assisterli nei problemi pratici legati alla scolarizzazione. Purtroppo, questi laboratori godono di poche risorse economiche: quelli attivi sono infatti solo due in tutto il territorio russo, su cui si stima la presenza di un numero di rom tra i 180.000 e i 400.000.*

Vista la situazione, parlare di integrazione in Russia sembrerebbe quanto mai fuori luogo, e la condizione dei migranti è solo uno dei tanti problemi sociali di fronte ai quali Mosca chiude gli occhi.

* I dati si riferiscono a questo articolo di Le Figaro, nel quale è stata raccolta un’intervista a Marianna Sleslavinskaya, attivista di Roma Union.

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3 commenti

  1. Al di la del nome (Federazione Russa) la cultura, lingua e tradizione di riferimento è esclusivamente quella russa, anzi visto il peso e lo spazio crescenti del patriarcato di Mosca, quella russo ortodossa. Il non essere russi (e ortodossi del patriarcato moscovita) sta diventando realmente un problema ed una discriminante “pesante” nelle grandi città al di qua degli Urali.
    Un esempio spicciolo sono i programmi e le prove per ottenere la cittadinanza russa, recentemente sono stati inasprire così tanto che molti “veri” russi sarebbero “bocciati”.
    Però non bisogna dimenticare che questo ritorno alle “vere tradizioni” russe è parte integrante, direi basilare, della costruzione del regime putiniano. Una delle ragioni per cui lo strappo di Kyiv (e in sottordine, di Minsk) rappresenta un nervo scoperto per Mosca, è proprio questa: non ci possono essere 2 Russie. Una deve essere fasulla, uno scherzo della Storia, un disegno malvagio dei nemici di sempre.

  2. E’ un compito piuttosto difficile parlare di multiculturalismo in Russia in poche righe. Appare però importante non confondere quella che è (o quella che dovrebbe essere) la composizione multietnica e multiculturale della Federazione Russa (Rossiyskaya, e non Russkaya, Federaziya) con la teoria del multiculturalismo nata negli ambienti accademici anglosassoni negli anni ’70. Nel primo caso le entità federative possiedono, a seconda della loro natura (rep. autonoma, oblast, okrug, krai ecc) un certo grado di autonomia. Le repubbliche autonome ad esempio hanno la possibilità di definire la loro lingua, da utilizzare parallelamente al russo negli atti pubblici, oltre ad avere proprie costituzioni e mantenere la propria identità culturale. Ovvio, questa sistemazione appare spesso come non del tutto adeguata, considerando la natura del “federalismo imperfetto” e la forte verticalità dell’assetto specifico russo con la presenza di un “centro” molto forte, rappresentato da Mosca. Le istituzioni però non sono universali e andrebbero valutate a seconda del contesto storico. Nel analisi dell’assetto federativo russo non andrebbe dimenticata, quindi, l’influenza delle numerose rivendicazioni indipendentiste degli anni ‘90, (il caso della Cecenia è stato il più caldo, ma di gran lunga non l’unico), la diversa distribuzione di risorse petrolifere (come nel caso della Cecenia, ma anche del Tatarstan ad esempio) e la parallela ricerca da parte del Cremlino di un forte collante sociale/ideologico, attraverso la riscoperta del passato zarista e di quello sovietico amalgamati dall’ortodossia. D’altra parte, la ricerca di una “nuova” identità nazionale è stata caratteristica comune a tutti i paesi dello spazio post-sovietico e fino al 2014 e stata declinata in Russia più con elementi sovranazionali (passato sovietico ed imperiale) che etnico.
    Per quanto riguarda la teoria del multiculturalismo e la difficile integrazione dell’immigrazione (proveniente soprattutto dalle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale) nelle grandi città, per analizzare il caso russo potrebbe essere utile prendere come spunto di riflessione l’esempio europeo, quello tedesco e francese su tutti. La Russia si trova ad affrontare problematiche simili a quelle che in Europa hanno portato a ridimensionare e a rivedere l’idea del multiculturalismo come risorsa e come completa ed idilliaca integrazione delle diverse culture sotto un unico ombrello statale. Più che gli stereotipi, direi comuni un po’ a tutti i paesi europei, sarà molto interessante vedere che sviluppo avrà il nazionalismo di matrice etnica nel prossimo futuro, alla luce della crisi ucraina e del rapido abbandono dell’idea della Novorossia nella retorica ufficiale.

  3. Il problema, quello che c’è, non mi sembra molto grande, da quello che osservo. Non è una epidemia e non è ingestibile. Il discorso di una sola Russia ha un senso. Pure nelle diversità e lingue locali, rimane che la grande forza unificatrice sia la lingua, l’educazione scolastica e le forze armate. Sono solo un osservatore, ma a Ufa si sta costruendo una grande e bella moschea, tatari e baschiri mantengono la loro cultura musicale e teatrale. Uno spettacolo di musica di 4 ore vedeva un teatro stracolmo. Poi per strada comunicano tutti in russo. La sola cosa che ho notato è che a volte, nei pressi delle stazioni metropolitane, si vedono poliziotti spulciare fra i documenti di qualcuno dell’ “est” con pelle scura. Evidente che ci siano dei permessi necessari per essere a Pietroburgo o Mosca ma la stessa scena la si vede nella metropolitana di Milano. Le forze di mercato spingono domanda ed offerta ad incontrarsi. Il problema nasce quando l’offerta viene sfruttata perché il lavoratore non ha le carte in regola. Allora si alimenta l’illegalità e si toglie lavoro a un moscovita, per fare una ipotesi. Ma questo accade dappertutto, la cosa non ci consola, ma accade. Non è un fenomeno solo russo. L’ho osservato in altre parti del mondo, dalla Arabia Saudita alla Malesia.

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