UCRAINA: Il caso Kolomoisky e gli arresti in Parlamento

Igor Kolomoisky si è dimesso da governatore della regione di Dnepropetrovsk. Sembra questo il risultato più significativo degli ultimi avvenimenti politici in ucraina. Era diventata insostenibile la posizione dell’oligarca che meglio degli altri è riuscito a cavalcare il caos post-maidan, finanziando numerosi battaglioni paramilitari e rifornendo di carburante l’esercito ucraino impegnato nella sua azione anti-terrorismo nel Donbass. Dopo che Poroshenko ha accettato le sue dimissioni, è stato lo stesso Kolomoisky ad evidenziare come si fosse spesso ”comportato in maniera troppo indipendente”, non rispettando le gerarchie di potere e le indicazioni del Presidente.

Il controllo sul settore petrolifero ed i fragili equilibri governativi

Ad esacerbare definitivamente i rapporti politici tra il Presidente e il governatore, incaricato di mantenere ordine e stabilita nel suo feudo di Dnepropetrovsk all’alba della rivolta nel Donbass, è stato il recente contenzioso intorno a due delle maggiori società di produzione petrolifera. Il doppio colpo agli interessi di Kolomoisky è arrivato prima con il cambio dirigenziale ai vertici di UkrTransNafta (società posseduta interamente dalla statale NaftoGaz) e poi attraverso una legge, promossa con grande difficoltà dalla Verkhovna Rada, volta a riportare sotto il pieno controllo statale UkrNafta, il primo produttore petrolifero nel paese.

La nomina di un nuovo amministratore generale di UkrTransNafta ha visto il conseguente allontanamento di Aleksander Lozorko, fedele alleato dell’oligarca di Dnepropetrovsk e rappresentante dei suoi interessi all’interno della società. Lozorko, che ha respinto la decisione questionandone la regolarità, si è fisicamente barricato all’interno del proprio ufficio, mentre l’intero edificio è stato circondato da uomini armati appartenenti, secondo alcuni, al battaglione Dniepr-1. Nella tarda serata anche Kolomoisky si è recato sul luogo, denunciando l’irregolarità del cambio dirigenziale e accusando uomini vicini all’amministrazione presidenziale.

Il recente cambio ai vertici di UkrTransNafta riflette, però, anche la lotta di potere all’interno della coalizione di governo e specialmente tra il Presidente e il Primo ministro. Come affermato da Yuriy Lutsenko, braccio destro di Poroshenko, proprio il Ministero dell’Energia e la conseguente influenza sul settore della produzione e del trasporto dei prodotti petroliferi è “al centro di serrate trattative tra il Premier e il Presidente”. L’attuale ministro Volodimyr Demchyshyn sembra in procinto di essere rimpiazzato dall’amico e collega in affari di Poroshenko, proprio l’Igor Konenko accusato da Kolomoisky.

Da alleato a nemico?

Altro caso è stato quello legato a UkrNafta, società a maggioranza statale di cui Kolomoisky possiede circa il 43%, detenendone, però, praticamente il controllo a causa del perverso meccanismo che fissa il quorum necessario per la convocazione dell’assemblea degli azionisti al 60%. Lo stato, che possiede il 50%+1 delle azioni, resta cosi impossibilitato a convocare l’assemblea (senza il beneplacito di Kolomoisky), unico modo per procedere, ad esempio, al cambio d’amministrazione ai vertici della compagnia. L’abrogazione di questa legge e l’abbassamento del quorum al 50%+1, promosso nonostante l’ostruzionismo della Verkhovna Rada, han provocato l’ira di Kolomoisky. Come qualche giorno prima con UkrTransNafta, anche in questo caso uomini armati al servizio dell’oligarca hanno bloccato per alcuni giorni l’ingresso iniziando a costruire, addirittura, una nuova recinzione intorno all’edificio.

La situazione legata a Kolomoisky appare preoccupante sotto diversi punti di vista. In primo luogo, nonostante l’evidente abuso di potere e la risonanza mediatica provocata dall’azione dell’oligarca, Poroshenko ha dimostrato tutta la sua titubanza politica nell’affrontare direttamente Kolomoisky. Rimane incerta la futura azione politico-economica dell’oligarca e la sua collocazione negli attuali schemi di potere. Il “clan di Kolomoisky” ha dimostrato, infatti, tutta la sua forza nel difendere anche fisicamente i propri interessi, compito facilitato da uomini armati provenienti dai numerosi battaglioni paramilitari finanziati direttamente dall’ormai ex-governatore di Dnepropetrovsk. Altro terreno di scontro potrebbe diventare proprio il destino dell’esercito privato dell’oligarca, ora che i vari battaglioni dovrebbero essere lentamente incorporati nelle strutture della Guardia Nazionale.

Dal futuro rapporto tra il Presidente e l’oligarca dipende con molta probabilità anche la stabilità dell’Ucraina orientale. Il “clan di Kolomoisky” è stato fin’ora il principale alleato di Kiev e garante della stabilità nella regione di Dnepropetrovsk, confinante con quella di Donetsk e snodo fondamentale dal punto di vista energetico ed industriale. Con una situazione piuttosto tesa negli altri due grandi centri dell’Ucraina sud-orientale come Kharkiv e Odessa, dove di recente si sono verificati diversi attentati ed esplosioni, Dnepropetrovsk rimane il perno della stabilità dell’intera regione.

Ma una definitiva rottura tra i due vecchi compagni d’affari potrebbe avere effetti destabilizzanti anche per il governo. Non è un mistero, infatti, che l’oligarca abbia i suoi “rappresentanti” all’interno dei principali partiti politici della coalizione di governo, fattore che potrebbe spostare i delicati equilibri di potere. Alcuni deputati del Blocco di Petro Poroshenko si sono già dimessi in segno di sostegno a Kolomoisky.

Arresto in diretta tv

Intanto a Kiev prosegue l’epurazione dei vertici di diverse compagnie statali. Uno degli ultimi è stato Sergey Bochkovsky capo del Servizio Statale per le Emergenze, arrestato in diretta tv durante una seduta della Verkhovna Rada con l’accusa di corruzione. Il caso Bochkovsky è parso un episodio ampiamente teatrale, studiato a tavolino e con scarse basi giuridiche, dato che il procuratore non aveva chiesto l’arresto e non è riuscito a formalizzare le accuse iniziali. Un interessante parallelismo potrebbe essere tracciato con molti episodi simili avvenuti in Georgia durante la prima ondata della lotta alla corruzione lanciata da Saakashvili, attualmente ricercato in patria ed uno dei consigliere del Presidente ucraino.

I politologi concordano generalmente sul fatto che l’azione sia stata “puramente dimostrativa”. Il dipartimento anti-corruzione, creato dopo l’elezione di Poroshenko e l’unico teoricamente in grado di affrontare la piaga in maniera sistemica e trasparente, rimane ancora senza compiti e poteri precisi. Più che una genuina azione contro la corruzione, gli ultimi arresti sembrano rappresentare, infatti, una risposta alle recenti accuse piovute sul governo di Yatseniuk e al suo evidente calo di consensi popolari. Appena qualche giorno prima l’ex direttore dell’Ufficio Statale di Ispezioni Finanziarie aveva pubblicamente accusato proprio il Primo Ministro di aver coperto alcuni illeciti riscontrati durante il recente controllo sulla privatizzazione di Ukrtelecom, avvenuta tra il 2011 e il 2013. Non solo. Secondo il Direttore dell’Ufficio, Nikolay Gordienko, anche il suo allontanamento è legato alla scoperta di “numerosi fatti di corruzione” nell’attività di EnergoAtom, messi a tacere dal governo.

Ma ci sono anche altri interlocutori ai quali Kiev deve dare dimostrazione di forza nella lotta contro la corruzione e il potere degli oligarchi. Questi sono i suoi sostenitori e creditori occidentali, apparsi di recente piuttosto contrariati dall’incapacità del governo di affrontare concretamente le riforme richieste. Secondo quanto sostiene il giornalista di Ukrainska Pravda e attualmente deputato nelle liste del Blocco Petro Poroshenko, Sergey Leshchenko, sono state proprio “una serie di telefonate da Washington” a spingere il governo ad adottare i provvedimenti contro Kolomoisky e ad intensificare gli atti dimostrativi del loro impegno nella lotta alla corruzione. Lo stesso ambasciatore americano, Geoffrey Pyatt, ha ammesso, d’altra parte, di aver contribuito alla decisione dell’oligarca di presentare le dimissioni.

I casi Kolomoisky e Bochkovsky con molta probabilità non saranno quindi gli unici del loro genere. La speranza è che alla fase dimostrativa subentri quella sistemica, capace di promuovere una lotta alla corruzione su base ampiamente condivisa da società e governo. Se questo non dovesse avvenire in tempi piuttosto brevi il rischio è quello di vedere l’Ucraina di nuovo sprofondare nella consueta lotta tra i vari rami del potere statale-oligarchico e di perdere definitivamente quel poco di credibilità internazionale che la coppia Poroshenko-Yatseniuk ancora possiede.

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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