ROMANIA: Racconti di malavita e omosessualità nella periferia di Bucarest

Soldaţii. Poveste din Ferentari (I soldati. Racconto di Ferentari) romanzo di Adrian Schiop uscito nel 2013, è la storia tutta privata di due mondi incomunicabili tra loro: Adi (alter ego dello scrittore) è un ex giornalista quarantenne, misantropo, disadattato, con una vita sentimentale distrutta, che abbandona il proprio lavoro e il centro di Bucarest per andare a vivere a Ferentari, il più pericoloso quartiere-ghetto della capitale romena. Prepara una tesi di dottorato sulle manele, un genere musicale di origine orientale molto diffuso in area balcanica, che viene associato al mondo zingaro e, soprattutto, al mondo della malavita.

Adi conosce Alberto, un ex galeotto di etnia rom con alle spalle 14 anni di carcere, dove ha subito numerosi abusi sessuali: è grosso, brutto e sgraziato, non sa fare nulla e ha il vizio del gioco con le macchinette. Alberto abbandona il suo protettore Borcan, un potente cugino, e va ad abitare con il protagonista, che lo illude promettendogli di aiutarlo a trovare un lavoro e una vita migliore trasformandosi in una sorta di Pigmalione della “Bucarest bene”. Ma Alberto è incontenibile: i soldi ben presto finiscono e la convivenza mette in luce l’incompatibilità tra l’inerzia morale di Adi e la sua ignoranza quasi animalesca in un rapporto di potere/dipendenza che lascia continuamente trapelare il dubbio sull’autenticità dei sentimenti di entrambi.

Ecco un estratto dove Adi racconta della lunga “prigionia” con Alberto nel suo piccolo appartamento e senza più un soldo:

In quei giorni non mi ha chiamato proprio nessuno per chiedermi come stessi, e lui dopo alcuni tentativi di chiamare il cugino, aveva rinunciato, che quello non gli rispondeva al telefono. Abbiamo vissuto come sospesi in una bolla insonorizzata e, per riempire il vuoto, gli ho raccontato della mia infanzia […]; non so quanto lo interessassero questi racconti, probabilmente poco – ma ascoltava.

[…]

Sono stati giorni belli e molto tristi, come percorsi da una corrente fredda, sotterranea; la mia faccia era sempre abbattuta, giù come la vite colpita dalla filossera – e per renderla più allegra, faceva quello che sapeva. mi mostrava il cazzo oppure metteva la musica forte e ballava vicino a me – e questo mi intristiva ancora di più, mi faceva pensare al fatto che siamo sony boys entrambi; bambini cresciuti da mamme depresse che cercano disperatamente di rallegrarle; cercano di catturare lo sguardo assente, fanno giravolte e scherzano o fanno smorfie simpatiche attorno, per capirsi, cercano in tutti in modi di farle sorridere; il loro cuore è nero di tristezza, la faccia è moscia, ma, visto che si esercitano sin da piccoli ad imbrogliare, poi diventato artisti, ciarlatani sentimentali o macchine da amore.

Era una macchina da amore, mi circondava con Attenzioni Cuoricini Parole Dolci, come prima io con Lavoro Documenti Affitto – ma questo non migliorava il mio umore. Diceva ti amo stupido, e io rispondevo anche io Alberto ma questo non dà soldi per vivere; diceva mi sei piaciuto da quando ti ho visto la prima volta a Zeicani, e io – anche a me sei piaciuto ma adesso non abbiamo soldi; diceva, vengo con te in campagna, dove vuoi, solo per stare insieme, e io – non ci sono soldi per andare in campagna; e allora lui diceva vengo con te dai tuoi, e io – là non c’è nulla per te, i miei prendono i cani e chiamano la polizia.

[…]

Pensavo malinconicamente che si era creata un’intimità tra noi: non so se può essere chiamato amore, non ho termini di comparazione se non nei libri e nei film – di sicuro era intimità e, in mancanza di un termine di comparazione fissato nella carne della mia vita, bastava.

All’inizio, erano stati solo sesso e baci meccanici, dopo aver scopato, si girava di spalle – I mean lo prendevo in braccio massaggiandolo sul seno e sulla pancia, e lui mi prendeva la mano e diceva non mi accarezzare così che mi fa caldo, fatti più indietro; poi ha iniziato a lasciar fare e poi, quando non lo tenevo più in braccio, si spingeva con il sedere verso di me o cercava maldestramente di accarezzarmi o di pizzicarmi il seno – faceva così quando aveva bisogno di qualcosa, per farmi capire che voleva un massaggio si metteva a massaggiarmi le spalle e le gambe; poi ha iniziato a dormire con la faccia rivolta verso di me / naso contro naso – e quando l’ha fatto ho pensato che fosse un salto qualitativo, visto che in tre anni di relazione non avevo mai potuto dormire così con Ana, potevo soltanto tenerla in braccio come si tengono i bambini, di spalle.

[…]

Vedi Alberto è che mi dispiace averti rubato alla tua famiglia e vedi non possiamo andare da nessuna parte e ora siamo tra quattro mura, questa non è vita Alberto; e lui annuisce con la testa non è vita per niente, è una prigione.

E quando mi sono alzato dal computer e gli ho detto diretto chiama Borcan, quello ti perdona perché è sangue del tuo sangue, ha detto nervosamente neanche morto, voglio farmi una vita con te.
E ha detto: non posso più lasciarti, mi hai insegnato a prendermi in braccio e a mettermi le mani sulle tette, tutti si sono presi gioco di me al di fuori di te e della mia vecchia; sono stato dalle puttane ma loro non mi prendevano in braccio; sono stato in galera ma quelli mi scopavano e invece di una buona parola paff un pugno sul capo se non va bene qualcosa.

E cosa puoi dire davanti a questo.

(Traduzione di Federico Donatiello)

I soldati non è un libro portavoce delle rivendicazioni LGBT in Romania, paese tra i più omofobi dell’Unione Europea, ma è una narrazione problematica e matura, che poco concede all’ottimismo ideologico e molto si concentra sulle individualità di due “inetti”. Sullo sfondo di questo dramma “cameristico” dell’incomunicabilità scopriamo un quartiere e un’umanità che Schiop descrive minuziosamente. È un mondo chiuso, che parla un linguaggio (l’argou) e un codice peculiari (la caterincă): quello che affascina del romanzo è la crudezza linguistica grazie alla riproduzione del romeno parlato nelle periferie, lingua dotata di una sua efficace espressività. Fa da contraltare il mondo della Bucarest di sinistra, mondo descritto impietosamente nelle sue ipocrisie e nei suoi falsi idealismi di maniera, che non si dimostra in grado di risolvere, se non a parole, i grandi problemi degli emarginati.

Foto: Totb.ro

Chi è Federico Donatiello

Sono nato a Padova nel 1986, città in cui mi sono laureato in Letteratura medievale. Sono dottore di ricerca sempre a Padova con una tesi di storia della lingua e della letteratura romena. Attualmente sono assegnista di ricerca a Padova e docente di letteratura romena a "Ca' Foscari" a Venezia. Mi occupo anche di traduzioni letterarie e di storia dell'opera italiana.

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