SIRIA: Urge un “deus ex machina”

Dopo quattro anni esatti di conflitto, la situazione siriana risulta quanto mai complessa e, di mese in mese, gli esiti della crisi si fanno via via più imprevedibili e le prospettive di una soluzione sembrano essere sempre più remote.

Le prime manifestazioni che si verificano a Darʿā –cittadina del sud della Siria, posta vicino ai confini con la Giordania e in prossimità del Golan-, sull’onda della nascente primavera araba, sono di natura pacifica; la risposta del governo, però, è di tutt’altro avviso: Assad millanta riforme ma spara sulla folla. Anziché essere stroncati sul nascere, i cortei si diffondono in tutto il paese con maggior veemenza e si fa strada l’idea di organizzare una risposta anti-governativa in senso militare: cittadini comuni e disertori delle milizie governative si uniscono spontaneamente e nasce l’Esercito di Liberazione Siriano.

Il fronte rivoluzionario, a dispetto dei suoi iniziali propositi di svolta in senso democratico, è però gravemente logorato da dissidi interni e dall’assenza di un progetto politico unificato, oltre che dalle infiltrazioni che, facilmente, s’insinuano tra le crepe di una società in frantumi, stremata dalla guerra: in tal senso, trovano terreno fertile sia bande di criminali comuni, sia, soprattutto, formazioni jihadiste. Tra queste, risulta particolarmente significativa Ǧabhat al Nuṣra, ala siriana di Al Qa’ida.

Infatti, proprio grazie all’appoggio di tale organizzazione, nell’aprile del 2013 l’ormai celeberrimo Stato Islamico muove i suoi primi, bellicosi passi dall’Iraq alla Siria, includendo quest’ultima nel suo progetto espansionistico. In poco più di un anno, conquista buona parte della Siria orientale e nord-orientale, eliminando il confine con l’Iraq e garantendosi l’accesso a importanti infrastrutture (tre aeroporti militari) e alla principale risorsa idrica del paese, oltre che ad alcuni giacimenti di gas e di petrolio. L’IS si impone con la violenza ma, d’altra parte, riesce a relazionarsi con le élite locali preesistenti: agendo proprio come uno Stato, garantisce servizi alla popolazione e ricostruisce un apparato burocratico in grado di riscuotere tasse. Forte di tali successi militari e di un incremento esponenziale dei suoi adepti, il suo leader, Abū Bakr al-Baghdādī, può permettersi di emanciparsi da Al Qa’ida e di proclamare la nascita del “califfato”.

Una politica così aggressiva si scontra con un altro importante attore di questa complessa scacchiera: il Partito dell’Unione Democratica (PYD), identificabile come la sezione siriana del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Tale formazione politica, dalla forte connotazione ideologica prima ancora che etnica, è riemersa dall’ambiguità che ha caratterizzato la sua posizione nei primi anni di guerra civile siriana, ponendosi come unico avversario in grado di contenere l’avanzata dell’IS.
Se, infatti, molti giovani curdi hanno deciso di disertare l’esercito regolare siriano e di aderire alle proteste contro il regime, il PYD ha preferito tenersi ai margini della “dialettica” Assad-ELS: con il tacito assenso del regime, troppo impegnato su altri fronti più strategici, ha approfittato di un vuoto di potere prendendo il controllo delle regioni a maggioranza curda e, nel novembre 2013, ha creato tre cantoni autonomi: Ǧazira, Kobani e Afrin.

Forti della loro esperienza di guerriglieri e di un buon radicamento sul territorio, le Unità di Difesa Popolari (YPG), ala militare del PYD, sono riuscite a resistere agli attacchi dell’IS, sollevando un dibattito globale su possibili modalità di intervento nell’area: in primo luogo, sorge spontaneo chiedersi che fine faranno i “terroristi” curdi e le loro comunità egualitarie, allorché non serviranno più a combattere al-Baghdādī. Inoltre, ancora una volta, si evidenzia un certo opportunismo della comunità internazionale la quale, di fatto, ha ignorato per anni le istanze di una popolazione –quella siriana- che invoca il suo appoggio contro un dittatore che si è macchiato di crimini orrendi.

Infatti, le reazioni dinanzi alle stragi che, via via, si sono susseguite negli anni, riflettono evidentemente la non-volontà di destituire Assad dal suo incarico: gli Stati Uniti, sostenuti da alleati quali Francia e Regno Unito, fin dall’inizio hanno criticato aspramente il regime ma ogni proposta di sanzione è stata ostacolata dal veto di Russia e Cina.
In particolare, nell’agosto 2013, l’utilizzo di gas nervino su alcune aree di Damasco accende il dibattito internazionale e porta a sfiorare la possibilità di un intervento militare da parte degli Stati Uniti; tuttavia, come emerge dal G20 di San Pietroburgo, Obama rimane isolato e prevale la proposta diplomatica della Russia: si avvia lo smantellamento dell’arsenale chimico di Damasco, dopodiché i riflettori si spengono nuovamente e Assad può continuare a colpire la popolazione con armi più o meno convenzionali.

Chi è Sara Trusciglio

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Giornalista e attivista siriana, Zaina Erhaim ha formato oltre cento reporter "sul campo", addestrati a raccontare il conflitto in Siria in maniera indipendente e accurata. Costretta a riparare in Gran Bretagna, continua da lì la sua battaglia per la verità.

3 commenti

  1. è certo una situazione molto delicata e scottante e nessuno vuole bruciarsi le dita, almeno apertamente. Del resto si è visto cosa è successo in tutte le guerre, armando vari fronde secondarie, dai Mao in ex-Indocina (che ancora combattono) ai Discepoli di Bin Laden armato dalla Cia in Afghanistan et cetera et cetera. Insomma… è un bel casino. Io sono del parere che se un paese è governato da un dittatore, è che ci sono grossi problemi di fazioni che non vanno d’accordo e che possono essere tenute a bada solo da un dittatore. Vedi Saddam o il caso recentissimo della Libia… mi pare che anche Gheddaffi riuscisse a tenere a bada la situazione solo sparando. Insomma, sembra che la democrazia elettiva sia per paesi vecchi e stanchi (vedi l’Italia)

    • Fazioni e popoli diversi dentro uno stesso stato, ce ne sono tanti in Europa (vedi Spagna, Belgio, Lettonia, Bulgaria) non mi sembra che ci siano dittature in nessuno di questi paesi, eppure i contrasti non degenerano in guerra.

  2. E io penso proprio che lasciare che l’ISIS commetta atrocità di ogni sorta non sia altro che una strategia per arrivare a convincere l’opinione pubblica americana ed europea che tra tutti, probabilmente Assad sia il male minore, e un intervento contro l’ISIS con successivo ripristino del regime sia la miglior opzione per l’Occidente (opportunista come ha detto giustamente Sara)

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