TUNISIA: Islamo-banditismo, l'intreccio fra contrabbando e jihad

La Tunisia torna protagonista di scontri e violenze. C’è un nesso fra le proteste iniziate il 6 febbraio a Ben Guerdane, vicino al valico con la Libia di Ras Jedir, e l’attentato del 17 febbraio a Boulaaba, nel governatorato di Kasserine al confine con l’Algeria, in cui sono stati uccisi 4 agenti della guardia nazionale. È l’intreccio fra contrabbando e jihad.

30 dinari, una tassa sul contrabbando

Iniziamo con i fatti delle settimane scorse: il premier tunisino Habib Essid, da poco insediato, istituisce una tassa di 30 dinari tunisini (circa 15 euro) sulle merci in entrata e in uscita dalle frontiere con la Libia e aumenta i controlli doganieri sui camion. È una tassa relativamente modesta ma che vuole colpire, e ci riesce, tutte quelle macchine, a migliaia, che ogni giorno fanno la spola tra Ben Guerdane, Ras Jedir e Tripoli, Misurata, Zliten in Libia, per contrabbandare ogni sorta di merce. Le prime proteste non tardano ad arrivare: a Ben Guerdane il commercio informale occupava nel 2013 quasi 20.000 persone, il 20% della popolazione attiva. C’è una prima manifestazione sabato 7, nella quale una persona viene uccisa dalla polizia e a cui seguono altre manifestazioni e uno sciopero generale lunedì 10. Il governo tunisino a questo punto ritira la tassa dei 30 dinari, ma la situazione al confine non torna tranquilla.

In un report del 2003 la Banca Mondiale valuta in 508 milioni di dollari il giro d’affari del commercio illecito (di prodotti legali) trans-frontaliero con la Libia. Una stima del volume del traffico di beni illegali invece è molto più difficile. Si contrabbanda innanzitutto carburante, perché in Libia l’80% del costo è sussidiato dallo Stato e quindi può essere rivenduto con ampi margini di profitto. Poi frutta e verdura, elettrodomestici, pneumatici, sigarette, tappeti. L’alcol dell’Algeria. L’hashish del Marocco. In pratica, un’intera regione vive (male) grazie ai traffici illeciti. I governi dal 2011 a oggi non sono stati in grado di invertire la rotta. Pochi piani per aumentare l’occupazione, pochi investimenti. Anche Essid sta mettendo fra parentesi i governatorati meridionali di Medenine e Tataouine (che avevano votato in massa per i rivali di Ennahdha): ha stanziato risorse solo per il nord-ovest del Paese, in particolare per la zona del Kef, proprio per indebolire il connubio fra contrabbandieri locali e cellule jihadiste. Ma senza un intervento anche nel sud, il governo non fa che incentivare le attività illecite, perché non propone un’alternativa valida agli abitanti.

Le armi della jihad

E attraverso la frontiera con la Libia arrivano anche le armi per le cellule jihadiste attive in Tunisia. Con la caduta di Gheddafi chi controllava il traffico a Ben Guerdane, il clan dei Touazine, ha perso peso. Impossibile quindi per le autorità rinnovare il tacito accordo che reggeva da anni: trafficate, ma non fate passare armi e terroristi. Così dal 2011 in Tunisia sono entrati kalashnikov, RPG, pistole automatiche da 9mm, mine antipersona, esplosivi, persino missili terra-aria. A beneficiarne è soprattutto Uqba ibn Nafaa, gruppo jihadista attivo sul monte Shaambi (fra Kef e Kasserine) al confine con l’Algeria, che collabora con al-Qa’ida nel Maghreb Islamico nonostante abbia giurato fedeltà allo Stato Islamico (IS) il 20 settembre scorso. Per rifornirsi, questo gruppo si affida proprio ai contrabbandieri, per i quali rappresenta una fonte di reddito importante. Il risultato è che trafficanti e jihadisti stringono alleanze di comodo perché trovano un reciproco vantaggio.

Avere un confine altamente poroso con la Libia, da un lato, e con l’Algeria dall’altro non vuol dire soltanto la proliferazione di un mercato illecito di merci legali e illegali. A passare da quei confini non sono solo sigarette e droga, ma anche jihadisti. Venerdì 13 Rafik Chelly, segretario di stato del ministero dell’Interno, ha affermato che i jihadisti tunisini di ritorno dalla jihad a fianco dell’IS sono 500, e da quei confini di Ras Jedir e Dhehiba devono essere passati. Come da lì volevano passare i 10mila tunisini fermati, nel corso di questi mesi, che volevano raggiungere lo Stato Islamico in Iraq e Siria.

Perciò gli attentati e le retate di esercito e forze speciali tunisini dovrebbero essere letti in parallelo con il proliferare del contrabbando. Nella notte tra il 17 e il 18 febbraio, quattro agenti della guardia nazionale vengono uccisi in un attacco terroristico a Boulabaa, nella regione di Kasserine, vicino al confine con l’Algeria, dopo che erano state annunciate – e applicate – misure forti per la lotta al terrorismo. L’attentato è rivendicato su twitter da Uqba ibn Nafaa. È l’ultimo di una lunga serie, che comprende l’uccisione di 16 soldati tunisini avvenuta il 16 luglio scorso nei boschi dello Shaambi, il più grave atto terroristico dall’indipendenza del Paese.

Sicurezza? No, welfare

Su quei confini allora sono tre le forze che ci vivono, che ci guadagnano e che non hanno nessun interesse affinché vengano chiusi o controllati. Innanzitutto ci sono le persone “comuni”, chi quei conflitti (in Libia, in Siria, in Iraq) non ha cercato né contribuito a crearli, ma che si è ritrovato a vivere su confini sensibili e aperti, e ora ne sfrutta le potenzialità economiche come meglio può, trafficando quello che trova, vendendo frutta e verdura, comprando carburante, alcol e la cui alternativa sarebbe (forse) la disoccupazione.

Seguono i gruppi più grandi che controllano questi traffici, gruppi organizzati che non hanno certo creato le condizioni di disordine internazionali di cui beneficiano, ma che hanno tutto il vantaggio affinché la situazione non muti, la Libia resti nel caos e il mercato nero prosperi. Altri gruppi ancora sono invece di matrice islamista, contrabbandano per procurarsi denaro e armi e ad oggi, non solo beneficiano della situazione di instabilità diffusa, ma con molta probabilità hanno una parte di responsabilità nell’aver creato ed alimentato la situazione di violenza.
Non si può stabilire esattamente dove inizino le attività dei gruppi terroristici e dove quelle dei gruppi criminali, né se e come i primi siano poi mutati nei secondi o a quale livello le due dimensioni siano inestricabilmente intrecciate tra loro, ma rimane assodato che islamismo radicale e criminalità tendono a consociarsi a dare luogo al fenomeno dell’ “islamo-banditismo”. Rimane inquietante ed emblematico come, un esempio su tutti, Mokhtar Bel Mokhtar, uno dei leader terroristi più “proficui” che il Maghreb abbia conosciuto negli ultimi decenni, fosse soprannominato “il re delle Marlboro” (oltre a trafficare in hashish, cocaina, diamanti,…).

L’ostacolo più grande per questo governo non sarà forse arginare la porosità dei confini, e il rischio ormai evidente che da quei confini entrino terroristi, quanto piuttosto che il contrabbando (più o meno lecito, più o meno islamista) veda il favore di una buona parte della popolazione civile perché è la più grande fonte di profitto e impiego in una regione economicamente depressa. Il rischio sarà che si stringa e si consolidi sempre di più il legame tra popolazione e gruppi criminali/terroristici che gestiscono il contrabbando e che i gruppi in questione diventino i migliori alleati, datori di lavoro, fornitori di welfare, che quella regione abbia visto negli ultimi decenni. Un legame che, se fosse così, diventerebbe pericolosamente inscindibile.

Foto: Nawaat

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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