SERBIA: Una fiaba di capodanno per gli assassini

traduzione di Filip Stefanović

di Zoran Janić
e Miroslav Bojčić

La parola d’ordine per la cassaforte segreta

In Serbia negli ultimi vent’anni esiste un tema di fondamentale importanza. È la questione di una estranea, segreta forza che dirige la vita di questo paese e dei suoi cittadini. Questo potere decide della vita e della morte, colloca in posizioni di comando o sostituisce, manda in prigione e conferisce riconoscimenti pubblici e premi. Esso traccia i destini e decide su tutto, come fosse sopra i cittadini, sopra le istituzioni, le leggi ed il parlamento, sopra di tutto. I tentacoli di questo potere arrivano ovunque, ed il suo tocco è freddo.

Prima di capodanno è comparsa nella stampa una notizia in cui si trovavano la chiave ed il codice per la cassaforte segreta in cui giace custodito tale potere. Chi voleva, poteva iniziare ad aprire tale cassaforte, nella quale avrebbe trovato risposte a tutte quelle domande che per anni hanno torturato l’opinione pubblica: chi e perché, su mandato di chi, uccide gli avversari politici, organizza i processi di tribunale, traffica con i clan criminali, libera i criminali, distrugge gli uomini onesti? Chi colloca ministri, direttori, leader di partito, vescovi e preti, mufti e allenatori di calcio? Chi si impossessa delle proprietà pubbliche, prende senza un soldo in mano le aziende, gli alberghi, i complessi ed i terreni? Chi nasconde gli oscuri segreti delle guerre recenti? Chi nasconde Mladić? Chi sta dietro l’omicidio del premier Djindjić? In qualsiasi società che si rispetti tutto ciò susciterebbe un vero putiferio politico, a seguito del quale seguirebbero non solo la caduta del governo e l’arresto di membri eccellenti dei vertici di potere, ma anche una radicale riforma dello stato stesso e dei suoi servizi segreti. Andiamo con ordine.

La notizia di capodanno

L’ultimo giorno del 2010, mentre tutti si preparavano per i festeggiamenti dell’anno nuovo, i quotidiani Blic e Press hanno pubblicato una notizia che è passata inosservata sull’arresto a Novi Sad il giorno prima di Veselin Vukotić, killer professionista della Sicurezza di Stato. L’arresto è avvenuto a seguito del mandato degli organi giudiziari del Montenegro e della sentenza inappellabile del tribunale di quel paese, secondo la quale Vukotić è stato condannato a 20 anni per l’omicidio del capitano di marina Duško Bošković nel 1997 in una discoteca delle Bocche di Cattaro.

L’arresto di Veselin Vukotić in quelle prime notizie non è stato presentato tanto quanto la dimostrazione del fatto che la polizia serba svolge bene i propri compiti, ma piuttosto come solo un episodio di una serie di disaccordi ed accuse reciproche tra la Serbia ed il Montenegro per il mancato rispetto degli accordi bilaterali in merito all’estradizione. La fonte di Blic pronosticava che la disputa tra i due piccoli paesi avrebbe avuto un esito felice: “Vukotić verrà estradato in Montenegro, dal quale ora ci si aspetta un maggiore impegno nell’arresto di coloro dei quali la Serbia richiede a sua volta l’estradizione”.

Ciò nonostante, l’arresto di Veselin Vukotić non è l’happy end della disputa tra Serbia e Montenegro, quanto una fiaba di capodanno per gli assassini. Vukotić è stato arrestato per una clausola legale secondo la quale, a seguito dell’arresto di soggetti ricercati dall’Interpol, il mandato di cattura nei loro confronti decade automaticamente. Quindi, con l’atto d’arresto (“durante un controllo di routine a Novi Sad”) è caduto il mandato d’arresto dell’Interpol emanato dal Montenegro per Vukotić più di un decennio fa. Come in una vera fiaba, il pubblico ministero a seguito dell’arresto non ha richiesto l’incarcerazione (si parla di un pluriomicida e latitante della legge), cosicché Vukotić presso l’alto tribunale di Novi Sad è stato sentito in tutto per 15 minuti, e la sera stessa rilasciato per difendersi da uomo libero. Il mandato di cattura dell’Interpol a suo nome è stato ritirato; il lavoro è stato fatto in maniera pulita (proprio perché tutto passasse quanto più inosservato, è stato scelto un momento prima dei festeggiamenti per capodanno).

Dove si trovi il libero omicida ora, i giornalisti di Blic di certo non lo verranno a sapere. Al tribunale non interessa; perché se fosse interessato, contro Vukotić negli ultimi due anni, da quando è stato estradato in Serbia, sarebbe stata tenuta almeno un’udienza per il grave reato di cui è accusato. I forti poteri oscuri hanno permesso così a questo killer professionista di rimanere in libertà, senza mandato di cattura, in modo da poter continuare a lavorare per loro. Un ordine del genere è possibile solo con l’approvazione dei maggiori organi di stato, ed il presidente Tadić deve all’opinione pubblica una risposta su chi abbia realmente partecipato alla liberazione di Vukotić.

Lo stesso Vukotić ora come ora è molto probabilmente lontano fuori dai confini serbi (fornito di documenti falsi), da qualche parte al sicuro e tornerà solo quando dovrà compiere un incarico assegnatogli.

L’assassino dell’UDBA: fotoricostruzione

Se guardiamo sul motore di ricerca Google – avremo accesso a decine di documenti col nome di Vukotić. Dal loro incrocio si presenterà ai nostri occhi qualcosa di più significativo di una banale biografia criminale: collegamento tra potere e clandestinità, stato e mafia, riflessa in questa unica persona, che compare come paradigma di servizi segreti taciti e criminali.

Tutti i servizi segreti del mondo si avvalgono dei metodi più sporchi e ingaggiano persone dal passato dubbio. I servizi segreti serbi, comunque – ed in ciò sta la differenza principale – hanno abbandonato da tempo gli ambiti dell’istituzionalità e della legalità. Non dimentichiamo che essi hanno ucciso senza rimorso un premier nel momento stesso in cui ha minacciato di mettere sotto controllo e danneggiare i loro lucrosi, ramificati affari (l’attentatore Zvezdan Jovanović era un colonnello della Sicurezza di stato). Ed un’altra differenza di fondamentale importanza: i Servizi (militari e civili) hanno compiuto tale pesantissimo gesto antistatale con la collaborazione ed il suggerimento del più ampio fronte di oppositori politici del primo premier democraticamente eletto. Gli interessi di questi due gruppi, dei servizi segreti criminali, civili e militari, e della maggioranza dei politici serbi, in ciò combaciavano perfettamente. Ed ancora, questi interessi comuni si sono strettamente legati con la collaborazione nel comune delitto, e l’intesa diventa ogni giorno più forte con ogni nuova corruzione, nuova rapina, nuovo reato sul quale pubblici ministeri e giudici sorvolano tacendo, essi stessi corrotti e terrorizzati.

Il presunto latitante della legge (i Servizi l’hanno protetto e difeso per ben diciotto anni), Vukotić, ritorna al centro dell’attenzione pubblica nazionale nel febbraio 2006, quando viene arrestato all’aeroporto di Madrid, all’atterraggio da Parigi. Nel momento dell’arresto portava un passaporto croato a nome di Ludvig Bulić. Il numero di tale passaporto era di una cifra più alto dell’altrettanto falso passaporto croato del criminale di guerra Ante Gotovina, che, sempre in Spagna, era stato arrestato un mese prima.

L’arresto di Vukotić nel 2006 è stata una notizia da prima pagina in molti paesi europei, nel contesto di una sua possibile testimonianza al processo dell’Aja contro Milošević, perché era stato annunciato che lui avrebbe potuto essere in possesso della lista di persone liquidate su ordine di Milošević. Ciò è stato sufficiente perché l’inviato di Novosti (giornale tradizionalmente vicino ai Servizi serbi) annunciasse con un titolo di panico “Arrestato pericoloso testimone e criminale”, e perché anche i restanti media sotto il controllo della Sicurezza di Stato riprendessero la notizia, con titoli quali “Arrestato il testimone principale contro Sloba”, “Killer a pagamento testimone contro Milošević”, ecc.
Al momento dell’arresto di Vukotić egli era ricercato da tre paesi: Belgio, Montenegro e Serbia. Il Belgio richiedeva la sua estradizione per l’omicidio di Enver Hadri, storico kosovaro i presidente del Comitato per la difesa dei diritti umani in Kosovo, che Vuković, su ordine del ramo serbo della Sicurezza di Stato, liquiderà a Bruxelles nel febbraio 1990. Non molto tempo prima dell’omicidio Hadri aveva una borsa con le prove dell’omicidio di 34 albanesi del Kosovo condotti duranti gli anni ’80 dalla polizia segreta serba, al tempo della resa dei conti di Milošević con “i separatisti albanesi e terroristi”; a seguito dell’attentato, la borsa è scomparsa.

Gli altri due paesi ricercavano Vukotić ciascuno per le proprie ragioni: il Montenegro sulla base della sentenza inappellabile per l’omicidio del capitano di marina Duško Bošković nel 1997 nella discoteca Fleš (Flash) alle Bocche di Cattaro (in quell’occasione ha ferito un’altra persona, e ucciso lo stesso Bošković, come sta scritto nella sentenza di giudizio, perché “gli dava fastidio sulla pista da ballo”). Ha evitato l’arresto lasciando il paese con l’aiuto dell’Esercito Jugoslavo e della Sicurezza di Stato serba. La Serbia lo ricercava per la presunta partecipazione all’omicidio di Andrija Lakonić nel club belgradese Nana, compiuto in tutto un mese dopo l’azione di gruppo di Vukotić, Lakonić ed un altro criminale, Darko Ašanin, a Bruxelles, quando hanno liquidato Hadri; Vukotić, che era stato accusato di avervi solo collaborato, in realtà ha ucciso Lakonić, “suo migliore amico dall’infanzia”. Sia Ašanin, che in prima istanza era stato accusato di tale omicidio, sia il coordinatore del gruppo dell’attentato, l’ispettore di polizia Miroslav Bižić (accusato di “prevaricazione degli ordini”), sono stati assolti dalle accuse, e successivamente liquidati.

Giochi attorno alla cittadinanza

Vukotić ha passato nella prigione belga di Saint-Gilles meno di tre anni, per essere estradato a metà dicembre 2008 in Serbia. Già in gennaio ufficialmente parte per scontare la ventennale condanna, sentenziata in Montenegro quasi un decennio prima, notizia che, ovviamente, viene passata da voci vicine ai Servizi.

Solo per riuscire ad ottenere l’estradizione di Vukotić, l’apparato della Sicurezza di Stato ed il Gabinetto di Vojislav Koštunica hanno dovuto mettere in moto tutti i meccanismi: oltre ad aver iniziato la procedura per il conferimento della cittadinanza serba a Vukotić ed inoltrato la richiesta per la sua estradizione, l’Agenzia informativa per la Sicurezza, per ordine dello stesso direttore e membro del gabinetto ristretto di Koštunica, Rade Bulatović, forma un team apposito con l’unico obiettivo di portare, come sa, Vukotić a Belgrado. Partono per colloqui diretti con lui in Belgio rappresentanti speciali dell’Agenzia informativa per la Sicurezza, della polizia e del pubblico ministero. Nei trattati viene coinvolto anche il Ministero degli Esteri, l’ambasciata serba in Belgio, mentre esercitano pressione anche uomini chiave dell’esecutivo, da Koštunica, tramite Stojković e Jočić, fino a Bulatović. Tutte le loro attività hanno un unico fine: che il killer professionista non arrivi a nessun costo in Montenegro, ma a Belgrado.

Come su comando, tutti i media in Serbia smettono di scrivere sui “documenti che Vukotić possiede contro Milošević”, non viene più citato nemmeno il suo ruolo di “potenziale testimone all’Aja”, e quando, nemmeno due settimane più tardi, Milošević muore all’improvviso in una cella di prigione, Vukotić viene come dimenticato all’istante (nei media serbi).

Tutti questi sforzi del Gabinetto e dei Servizi hanno portato i loro frutti (come in ogni fiaba): nel dicembre 2008, nel più rigoroso silenzio, accanto a particolari misure di sicurezza, il killer incallito viene condotto con un aereo speciale a Belgrado. Per la popolazione è stato messa in piedi la solita rappresentazione –mostrata già tre anni prima in occasione della consegna di Sreten Jocić (alias Joca Amsterdam) – con la necessaria partecipazione di centinaia di statisti e una ricca coreografia. L’aeroporto viene chiuso al traffico, l’aereo speciale atterra, sulla pista gli vengono incontro a tutta birra gli “hummer”, specialisti con le calze in testa da tutte le parti, un elicottero sorvola gli “hummer”, una colonna di circa 50 veicoli e tre cellulari (e solo in uno siede Vukotić) parte dall’aeroporto, tutto il tragitto lungo l’autostrada è bloccato, la polizia sta ad ogni angolo, i cellulari sparati a tutta velocità entrano e spariscono dietro i cancelli del carcere in via Bačvanska. Non molto tempo dopo, quegli stessi criminali incalliti e nemici dello stato sarebbero usciti in libertà, avrebbero passeggiato per le strade di Belgrado, partecipato alle privatizzazioni, comprato industrie, immobili e ristoranti, si sarebbero seduti in compagnia di poliziotti, giudici, politici e deputati.

Lo stesso Vukotić, meno di un anno più tardi, esce in libertà grazie a una nuova macchinazione dei Servizi. Il pretesto questa volta viene trovato nei suoi problemi cardiaci. Si pone, ovviamente, la domanda su chi abbia mai potuto firmare l’ordine di rilascio per Vukotić, su quali basi legali, come anche la domanda sulla responsabilità penale per tale gesto (i problemi di salute non possono essere motivo per il rilascio dei colpevoli dei crimini più gravi).

Il risanamento del danno

E così Vukotić, come un convalescente senza preoccupazione, praticamente un pensionato, vivrà in libertà fino agli ultimi giorni di dicembre 2010, quando compare la notizia del suo finto arresto. Poiché la notizia era già apparsa (qualcuno verrà severamente sanzionato per questa distrazione), e per aggiunta, in essa si dice che il killer è stato rilasciato la sera stessa, nel risanamento del danno si lancia subito il giornale di regime Novosti. Nel primo numero dell’anno nuovo, lo scandalo viene interpretato nello spirito dell’ottimismo generale col quale i cittadini serbi devono iniziare il 2011. Già il 4 gennaio compare un testo sotto il titolo “Vesko testimone principale del traffico di sigarette”, e subito il giorno dopo (su ricetta collaudata dell’UDBA), segue la storia, perché ai cittadini si ficchi bene la verità in testa – che dell’annunciata estradizione, di cui i giornali avevano dato annuncio solo cinque giorni prima, non si farà nulla.

In questo articolo aggiuntivo del 5 gennaio, sotto al titolo “La trappola del cartello del tabacco“, campeggia in corsivo: “Agenti stranieri hanno passato l’informazione che la vita di Veselin Vukotić sarebbe in pericolo in Montenegro. Il testimone potenziale riceve la protezione della polizia. La cella di Spuž (carcere montenegrino) rimarrà vuota a lungo”.

In questo modo, come vediamo, il testimone potenziale contro Milošević diventa nel giro di una notte testimone potenziale contro Milo Djukanović (di questo ci rende partecipi l’omonimo di Vukotić, il redattore di Novosti Manojlo). Ovviamente, questo testimone potenziale non è altro che un killer professionista condannato in un altro stato alla più alta pena carceraria, la cui estradizione (ha scoperto Novosti), la Serbia rifiuta con una motivazione montata fantasiosamente per la quale questo assassino, a seguito del rispetto degli accordi bilaterali sull’estradizione tra i due stati, verrebbe liquidato da Darko Šarić, Milo Djukanović e Cane Subotić (“cartello del tabacco e della cocaina”). E da dove avrebbero ottenuto tale informazione le autorità serbe? Glie l’hanno riferito i servizi segreti di un paese straniero, riferisce Novosti.

Annunciando il rilascio di Vukotić in libertà, per presunte ragioni procedurali (“contro di lui è già stata avviata un’inchiesta del tribunale”), il giudice di Novi Sad Svetlana Tomić-Jokić non ha detto una sola parola in merito al fatto che già da due anni il tribunale di competenza non ha fissato una sola udienza per l’assassinio compiuto in Montenegro, ed il giornalista ha tralasciato di chiedere in cosa consista, quando già la situazione è questa, “l’avviamento dell’inchiesta”? E come i cittadini possano sapere che il tribunale non li stia penalizzando, in confronto a criminali e politici?

Assieme alle Novosti e a Vukotić (il redattore, non l’assassino), si fa vivo con una dichiarazione per la stampa anche il Pubblico ministero della Repubblica, asserendo di non essere responsabile per non aver depositato al tribunale la domanda affinché il killer professionista, condannato senza possibilità di appello a 20 anni di prigione e latitante, non venisse rilasciato in libertà. L’accusa, pertanto, dichiara di non essere responsabile, anche se era doveroso che tale richiesta venisse presentata. Lo stesso alto tribunale che ha deciso di rilasciare Vukotić (il nome del giudice che ha disposto ciò non è stato reso noto), è stato critico nei confronti dell’accusa, ammettendo che si è trattato di un “passo rischioso”, mentre il Ministero di giustizia, nella persona della Signora Malović, è rimasto irraggiungibile per i media, sordo quando si tratta di domande relative a temi scomodi.

L’alto tribunale di Novi Sad non solo ha rilasciato Vukotić, ma ha anche dichiarato pubblicamente che non verrà processato per l’omicidio di Lakonić (anche se la Serbia ne aveva chiesto l’estradizione dal Belgio proprio per questa ragione). In questo modo – avviando un nuovo processo per un omicidio per il quale ha già avuto la pena massima in Montenegro (che era allora parte dello stesso stato con la Serbia) – è stato compiuto anche l’ultimo passo per evitare la sua estradizione, in quanto nel frattempo Vukotić ha già ottenuto la cittadinanza serba. Bisogna dire, Vesko Vukotić è diventato cittadino serbo del tutto giustificatamente: per legge, la cittadinanza serba con rito veloce può essere concessa solo per meriti di estrema importanza per la repubblica. Non è solamente chiaro se in questo caso concreto la decisione relativa sia stata firmata dal presidente della repubblica o solo dal ministro per gli affari interni. Ciò che è del tutto evidente è che il Ministero degli interni ha emesso la nuova carta d’identità al latitante della legge e soggetto di un mandato di cattura dell’Interpol, Veselin Vukotić, il 10 gennaio 2010 – al tempo in cui il ministro della polizia era Ivica Dačić, il presidente Boris Tadić.

L’assassino nel bordello dell’UDBA

Agli inizi degli anni ’90, Vukotić acquista spazi nell’hotel Putnik di Novi Sad, dove apre il casinò Rojal e una casa chiusa esclusiva. Più precisamente, tutto ciò è già di proprietà dei Servizi, che mettono semplicemente Vukotić al posto di “direttore” del casinò e del bordello. Qui il novello direttore organizza incontri segreti e divertimenti per i vertici politici, per i membri della Sicurezza di Stato, per criminali e singoli scrittori (Brana Crnčević). Grazie alla vicinanza con Marko e Marija Milošević (figli di), la sua istituzione si guadagna una discreta fama, e il direttore non si può certo lamentare che gli manchino i clienti.

Secondo le parole del testimone protetto del tribunale dell’Aja C-48 (al processo di Milošević), tra i clienti abituali c’erano Milorad Vučelić, allora direttore della televisione pubblica RTS, poi Mihalj Kertes, ai tempi sostituto del ministro degli interni della federazione (poi direttore delle dogane), Milovan Popivoda, capo del centro di Novi Sad per la Sicurezza di Stato (come suo fratello, Milutin Popivoda, capo marketing della Televisione serba), Franko Simatović, comandante dell’Unità per le operazioni speciali dei Servizi segreti, e Jovica Stanišić, capo della polizia segreta. Una volta è stato ospite anche Slobodan Milošević, per essere poi condotto nell’ala più esclusiva dell’appartamento, arredata con mobili originali Luigi XIV.

Il testimone ha dichiarato che i Servizi della Sicurezza di stato, tra l’altro, utilizzavano il casinò di Novi Sad per “ottenere il controllo di alcuni personaggi”. In sette anni e mezzo, lì non è entrata la polizia finanziaria, permettendo così un’evasione fiscale di circa due milioni di marchi. “Nell’estate del 1998”, dichiara il testimone protetto, “nel casinò entrano dei partner russi, con una partecipazione del 50%”.

Ricapitoliamo: in questo periodo, mentre la polizia serba ufficialmente ricerca Vukotić per l’omicidio di Lakonić, questo stesso “soggetto in fuga” e killer professionista gestisce alla luce del sole un casinò ed un bordello a Novi Sad, dove in un’occasione sarà suo ospite anche il capo dello stato. Durante il periodo menzionato viene uccisa anche la giornalista Dada Vujasinović, che nel suo ultimo testo pubblicato aveva citato Vukotić come duplice omicida, non solo di Lakonić ma anche di Hadri, accusando i Servizi come mandanti dell’omicidio e per diversi altri contatti ed affari criminali.

Lo stesso avvocato (Zdenko Tomanović) che ha difeso Milošević e Franko Simatović all’Aja (difensore anche di Mira Marković e Aleksandar Tijanić) è stato conferito anche a Veselin Vukotić. Prima dell’estradizione, Vukotić contro la legge riceve la cittadinanza serba (“sotto l’influenza di alcuni funzionari del Partito Socialista Serbo” – l’ex partito di Milošević). Passa meno di un anno nel carcere circondariale di Novi Sad, dopo di che, come abbiamo visto, viene rilasciato per problemi cardiaci. Il suo trattamento viene pagato nelle più costose cliniche private, mentre nello stesso periodo l’attivista per i diritti umani Biljana Kovačević Vučo muore per un’infezione in un normale ospedale.

Quindi, al momento della scarcerazione di Vukotić, è stata attuata la stessa formula usata nel caso di un altro grosso criminale (trafficante di droga) e assassino, Sreten Jocić (Joca Amsterdam) che nel 2005 è stato a sua volta rilasciato di prigione subito dopo essere stato consegnato su richiesta d’estradizione alla Serbia. Questa volta il mittente era l’Olanda, il destinatario sempre il Partito Socialista Serbo: Jocić si è trasferito nella villa della famiglia Milošević.

Poco dopo, lo stato fornisce a Vukotić la scorta e gli paga tutte le spese, compreso l’alloggiamento all’hotel Kontinental e i soldi per il gioco d’azzardo (non è chiaro da quali posizioni del budget gli vengano conferiti i soldi per tutte queste spese). Durante tutto il periodo che Vukotić passa in fuga (quindi, alla fine degli anni ’90 e inizio anni 2000), mentre si nasconde in Spagna (Barcellona) o bazzica per la Francia (Parigi), l’uomo principale per i suoi contatti con la Serbia e persona di fiducia resta Emir Nemanja Kusturica, regista di cinema; come amici inseparabili, sono rimasti in costante contatto telefonico, e si vedevano anche regolarmente (né l’uno né l’altro ne facevano mistero). Secondo le dichiarazioni di diverse fonti tra le fila dei Servizi, Kusturica faceva da corriere tra i Servizi di Sicurezza serbi (Stanišić) e Vukotić, passandogli messaggi, e spesso anche soldi.

Domande che nascono da sole

Forse è tempo e luogo di ricapitolare tutta questa sequenza di macchinazioni delle quali si sono serviti i Servizi per salvare Vukotić sotto la propria ala: dopo l’omicidio di Lakonić, anche se viene emesso un mandato di cattura per Vukotić, a questi viene concesso di tenere a Novi Sad un casinò ed un bordello (nel frattempo feriva il “re zingaro”, il criminale Iso-Lero Džamba al caffè Marakana, notizia riferita dai giornali); dopo l’assassinio del capitano di lungo corso Dušan Bošković nel 1997 nella discoteca Fleš presso le Bocche di Cattaro, lo spostano per un certo periodo all’estero, e poi, a seguito dell’arresto in Spagna e sua estradizione in Belgio, gli concedono la cittadinanza (in prima istanza negata, e poi, su intervento di qualcuno, concessa giusto un mese prima dell’estradizione), e lo trascinano in Serbia con la scusa di volerlo processare per l’omicidio di Lakonić. In Serbia dopo nemmeno un anno lo lasciano libero (per problemi cardiaci), dichiarando di non poterlo processare per l’omicidio citato in quanto devono prima riprocessarlo per l’omicidio di Bošković avvenuto in Montenegro (?), per poi conferirgli la scorta e pagargli tutte le spese, e alla fine allo scadere del 2010 viene apparentemente arrestato da una pattuglia casuale di polizia, in realtà perché i Servizi, per via degli accordi di collaborazione tra Serbia e Montenegro e la richiesta dei montenegrini dell’estradizione di Vukotić, si assicurino con questo arresto che il suo nome venga tolto dalla lista dell’Interpol.

Già da questo si capisce quale sia la reale natura del potere di questi Servizi: illegali e parastatali, extraistituzionali e paracriminali (o criminali) e, come tali, operanti nel buio, e invece che lo stato ne sia controllore, sono essi a controllare lo stato. La loro ombra è eccessivamente pesante e oscura – sotto di essa avvengono innumerabili crimini, omicidi, avvertimenti e minacce – ed è ora che quest’ombra venga rimossa.

La liberazione di Vukotić si incastra perfettamente nella matrice di tutto ciò che stava dietro l’omicidio di Djindjić, il nascondimento di Ratko Mladić, l’omicidio del giornalista Slavko Ćuruvija, l’omicidio dei due soldati della caserma di Topčider ed è chiaro come tutte le sporche macchinazioni attorno a questo “hitman” pagato dai Servizi siano state condotte con l’obiettivo di riutilizzarlo per scopi amorali.

Cosà apparirà sotto quest’ombra? La mascella digrignata dei servizi, più simile alla Securitate romena, ed il tessuto maligno cresciuto e diffusosi ovunque sul sottile strato sociale dell’ultimo paese d’Europa a non essersi ancora liberato dell’abbraccio dei servizi segreti dai tempi della guerra fredda e non aver aperto i propri dossier. Il filo sottile di questo tessuto è lì lì per strapparsi, e ad ogni passo è visibile l’enorme nudità nascosta di sotto, coperta appena: la diffusione della criminalità e della corruzione, dello stato e della mafia, la sfiducia onnicomprensiva e la diffusa propaganda ufficiale. Ma uno stato che difende assassini come Vukotić, infrangendo al contempo le proprie leggi solo per allettarlo a portare a termine i suoi sporchi affari, uno stato del genere uccide anche l’ultima speranza che uno qualsiasi dei tanto proclamati valori democratici venga mai realizzato in Serbia. In nome di chi il presidente Tadić e i suoi Servizi, invece di permettere che gli organi giudiziari di questo paese utilizzino Vukotić per far luce sull’omicidio di Dada Vujasinović, proteggono questo killer a pagamento del regime di Milošević? E tanti altri omicidi irrisolti, senza la cui risoluzione non ci sarà una Serbia democratica né un suo allacciamento all’Europa. Cosa possono vedere in tutto ciò i cittadini comuni, se non un chiaro segnale e messaggio che lo stato, alzando un assassino a pagamento a persona sopra la legge, praticamente intoccabile ed impunibile, vuole in realtà dirci che lo stesso vale per l’assassino di Slavko Čuruvija, del giudice Nebojša Simeunović, degli organizzatori dell’attentato a Vuk Drašković, degli assassini dei soldati a Topčider, dei responsabili nel caso dei sedici dipendenti di RTS uccisi durante i bombardamenti del 1999 – per non andare oltre con questa lista di sangue. Che speranza possono nutrire i cittadini che si interrogano continuamente su cosa sia la Serbia oggi: stato dei cittadini o stato degli assassini e dei loro aiutanti? Società democratica e stato di diritto o “rifugio sicuro” per liquidatori e criminali?

Chi è Filip Stefanović

Filip Stefanović (1988) è un analista economico italiano, attualmente lavora come consulente all'OCSE di Parigi. Nato a Belgrado si è formato presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano e la Berlin School of Economics, specializzandosi in economia internazionale. Ha lavorato al centro di ricerche economiche Nomisma di Bologna e come research analyst presso il centro per gli studi industriali CSIL di Milano. Per East Journal scrive di economia e politica dei Balcani occidentali.

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