1985. Trent’anni fa cominciava la disgregazione della Jugoslavia

Quest’anno si ricorderanno senz’altro gli accordi di Dayton del 1995, dal nome della base dell’Air Force nell’Ohio in cui i presidenti serbo, bosniaco e croato chiusero la guerra – durata quattro anni – che insanguinò la Bosnia Erzegovina. E con tali accordi si concludevano anche le cosiddette guerre jugoslave, anche se già l’anno dopo si sarebbe acceso il conflitto in Kosovo.

Ma quando è iniziata – visibilmente – la disgregazione della Jugoslavia socialista? E’ sempre difficile ed arbitrario porre delle date nette su processi così complessi: la storia non è mai un rubinetto che si apre e si chiude. Ma pur semplificando è possibile individuare il 1985 come la data critica, la curva in cui la storia sembra deragliare chiudendo un periodo ed aprendone un altro. Perché trent’anni fa giungeva a maturazione quel processo (per molti versi originale) di modernizzazione e di benessere iniziato faticosamente negli anni cinquanta. “Non sono mai stata meglio”: così scrisse nel bollettino sindacale Kata Rasnek, operaia specializzata alla fabbrica di scarpe Borovo di Vukovar nell’inverno 1984-1985. Nonostante la penuria di beni e  l’inflazione montante, era il periodo in cui si era potuto fare l’esperienza di un inusitato consumismo grazie al picco toccato dai redditi reali alla fine degli anni settanta. Malgrado i marxisti eretici di Praxis avessero avvertito che lo scopo del socialismo non è lo sviluppo ottimale delle merci, l’occidentalizzazione dei consumi galoppava attraverso lo shopping a Trieste e soprattutto nella moda, nella cultura dell’auto e nella televisione. Infatti i modelli di consumo capitalistici veicolavano comportamenti ed estetiche sempre più omologati all’occidente, anche se con una polarizzazione evidente tra Slovenia e Croazia da un lato e Kosovo e Macedonia dall’altro.

Al di là di un quadro macroeconomico che si faceva vieppiù insostenibile, nell’85 – proprio il 25 maggio, giorno in cui si ricordava Tito con grandi manifestazioni giovanili – si avviò la scrittura del famoso Memorandum dell’Accademia serba delle scienze e delle arti (Sanu) che in una quarantina di pagine parlò di “una coalizione antiserba” che avrebbe discriminato economicamente la maggior repubblica del paese che, per di più, è l’unica a non avere un suo Stato, mentre dalla provincia del Kosovo verrebbe condotta una “guerra totale”. E concludeva: “è impensabile una sconfitta storica peggiore in tempo di pace”.

Iniziava così un revisionismo storico che mandava a gambe all’aria la compassata storiografia ufficiale comunista con una lamentazione che aveva le sue ragioni, dato che la costituzione del 1974 aveva limato la sovranità serba attraverso la paralizzante “vetocrazia” delle province di Kosovo e Vojvodina. Revisionismo e vittimismo – i futuri percussori del nazionalismo granserbo – si traducono letterariamente nel Libro di Milutin, un best seller di Danko Popovic apparso sempre nell’85. Vi si narra la saga di un contadino serbo trascinato in eventi storici sempre segnati dal destino dell’eterna sconfitta. Un feuilleton che affronta argomenti tabù come le stragi degli ustascia croati contro i serbi durante la seconda guerra mondiale, tanto è vero che verrà poi generosamente “sponsorizzato” da Milosevic. E tabù era anche la battaglia dello Srem, una battaglia inutile che avviene quando i tedeschi sono già in ritirata e che inghiotte nel fango pannonico migliaia di giovani belgradesi mandati allo sbaraglio. Un mistero su cui entra il romanzo dello scrittore Slobodan Selenic – Avi e padri – edito anch’esso nell’85. Perché con l’85 si chiude un lustro di aperture e liberalità che poi saranno gelate dalle tensioni nazionalistiche, dalle guerre e dai processi di “ri-tradizionalizzazione” negli anni novanta.

Anche il cinema segnava il momento storico. Esce in quell’anno Papà è in viaggio d’affari di Emir Kusturica, che pure solleva il velo sulle persecuzioni dei cominformisti filostaliniani, sulle violenze dell’Udba e sul ricorso ai lavori forzati (vedi il caso di Goli otok, di cui si cominciava a parlare). Compare anche E… la vita è bella di Boro Draskovic, film dove in un crescendo granguignolesco già si presenta la metafora amara della vicina disgregazione del paese.

Il 1985 avviava così la spirale distruttiva, simboleggiata politicamente dalle dimissioni (sia pure respinte) in ottobre del primo ministro Milka Planinc, in difficoltà nel gestire l’impasse economica del paese. “Dopo Tito, Tito”: non sarà così, lo stari sarà velocemente soppiantato da altri leader. Nazionali se non nazionalisti. Convinti, nello spirito romantico di Herder, che i propri popoli avessero una missione da compiere. Trasformando le differenze etniche in identità. Trent’anni fa iniziava il decennio della disintegrazione balcanica: ma se le guerre furono poi tappate dagli accordi di Dayton, i veleni distillati in quegli inquieti anni ottanta non sono stati ancora del tutto metabolizzati.

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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2 commenti

  1. Gran bell’articolo, informato ed equilibrato

  2. Complimenti all’autore per l’ottimo articolo.

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