Settant'anni fa Yalta. Quando Stalin ottenne la sua sfera d'influenza

A settanta anni dalla Conferenza di Yalta si ritorna a parlare di equilibrio europeo, ma cosa comportò quel vertice e quale ordine mondiale post-bellico delineò?

A conflitto ancora in corso, Churchill, Roosevelt e Stalin si incontrarono dal 4 all’11 Febbraio 1945 a Yalta per decidere il futuro assetto di quell’Europa devastata da un conflitto mondiale – il secondo nell’arco di una sola generazione – scatenatosi dopo l’attacco alla Polonia nel settembre del 1939, frutto del patto di non-aggressione tra Unione Sovietica e Germania. Ed è proprio a quell’evento che bisogna risalire per cogliere la portata e la novità delle decisioni che furono prese in Crimea anni dopo. L’accordo nazi-sovietico, infatti, conteneva i protocolli segreti per la spartizione della Polonia e per la divisione in sfere d’influenza dell’Europa Centrale: ben prima, dunque, che alle conferenze di Teheran e Yalta si decidesse la divisione dell’Europa post-bellica.

Con la dissoluzione della potenza tedesca e il crollo della Francia, Gran Bretagna e Unione Sovietica rimasero gli ultimi protagonisti sul palcoscenico europeo, ma, poiché la debolezza inglese si era palesemente manifestata durante la guerra, l’unico degno concorrente al gigante sovietico erano gli Stati Uniti. «L’inedita geografia di potenza» [Romero, 2009] non presupponeva un automatico antagonismo ma era necessario che i tre grandi trasponessero la collaborazione in guerra in una comune visione post-bellica. Tuttavia, sebbene alcuni punti fossero condivisi (impedire il risorgere dell’egemonia tedesca, stabilire la pace, eliminare il nazismo), rimaneva incerto il modo con cui pervenire agli sperati assetti. Così, se da una parte si concordò sulla nascita delle Nazioni Unite e sul ruolo e la composizione del Consiglio di Sicurezza, dall’altra  era di difficile attuazione una gestione del condominio europeo tale da integrare l’Unione Sovietica nel sistema internazionale senza che essa accrescesse la sua influenza.

Gli anglo-americani non misero mai in dubbio la legittimità della preminenza sovietica nell’area ma volevano che tale ruolo non violasse apertamente i principi di autodeterminazione e democrazia, capisaldi dell’ideologia statunitense sin dai tempi di Wilson. Tuttavia l’Unione Sovietica, per costituzione e condizione, non poteva che utilizzare il pugno di ferro nei territori liberati dall’Armata Rossa, specie in Polonia dove le forze comuniste non godevano dell’appoggio popolare né tanto meno del sostegno del governo in esilio. Proprio il paese per cui l’Europa scese in guerra divenne il test del futuro assetto del mondo liberato poiché non erano tanto i confini a preoccupare Churchill e Roosevelt quanto la definizione dell’ordinamento politico.

La questione polacca arrivò sui tavoli diplomatici in ben sette sessioni plenarie su otto. I confini orientali rispettarono la “formula” Teheran ovvero la linea Curzon spostata di qualche chilometro in favore della Polonia (per quelli occidentali si accordarono su una vaga espressione, “compensazioni ad ovest”, attendendo un incontro futuro che sarà poi quello di Potsdam) ma fu proprio il tema del governo provvisorio, il “Governo di Lublino”, ad animare e dilungare il dibattito. Churchill e Roosevelt premevano per la nascita di un nuovo governo polacco in cui le forze non comuniste avrebbero dovuto avere una posizione di rilievo, mentre la controproposta abbozzata da Molotov stravolgeva il progetto anglo-americano contemplando un allargamento del governo provvisorio e l’indizione delle elezioni solo dopo la riorganizzazione dello stesso. Se Churchill rimase fermo sulla sua posizione, Roosevelt, rassicurato da Stalin sui tempi delle elezioni – entrò un mese dall’allargamento – e animato da uno spirito compromissorio accettò le richieste del dittatore sovietico. L’intesa sulla Polonia divenne il sinistro «presagio di una soluzione che avrebbe potuto essere imposta […] a tutti gli altri paesi dell’Est europeo, presidiati dalle forze vittoriose dell’Armata Rossa» [Vaccarino, 1981].

Di fatto i principi democratici della Dichiarazione sull’Europa liberata firmata a Yalta non potevano trovare applicazione in quella parte d’Europa in cui l’Unione Sovietica godeva di una speciale posizione grazie alla liberazione da parte dell’Armata Rossa. In questo senso, le speranze di Roosevelt si infransero sulle repressioni staliniane e la diffidenza e il sospetto che queste suscitarono circa il rispetto degli impegni presi, annacquarono le relazioni tra URSS e USA andando a configurare lo scenario bipolare noto come Guerra Fredda. Si dice che a Yalta l’Europa Orientale fu venduta a Stalin, ma quale alternativa poteva trionfare se non quella che effettivamente si realizzò? Nessuno voleva una guerra fredda, nessuno l’aveva prevista ma la distanza ideologica, i reciproci sospetti e gli interessi divergenti finirono per dividere il mondo in due blocchi. E come 70 anni fa si decise il futuro del nostro continente in Crimea, così oggi da quella stessa penisola è scaturita una crisi i cui nodi l’Unione Europea tenta di sbrogliare per salvaguardare il precario equilibrio europeo.

Chi è Paola Di Marzo

Nata nel 1989 in Sicilia, ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà "R. Ruffilli" di Forlì. Si è appassionata alla Polonia dopo un soggiorno di studio a Varsavia ma guarda con interesse all'intera area del Visegrád. Per East Journal scrive di argomenti polacchi.

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