LIBIA: Sirte in mano all’ISIS? L’Italia potrebbe intervenire

Le milizie jihadiste che venerdì 13 febbraio hanno conquistato la città libica di Sirte sarebbero legate allo Stato Islamico. Benché la situazione sul campo non sia del tutto chiara, è possibile fissare alcuni punti. L’offensiva è iniziata nella notte e ha portato al controllo, almeno temporaneo, di alcune emittenti televisive e radio. Da quest’ultima i miliziani hanno trasmesso messaggi del “califfo” al-Baghdadi e del suo portavoce, il siriano Abu Mohammad al-Adnani. Nel corso della giornata sono state poi diffuse fotografie che ritraggono 21 prigionieri nelle ormai consuete tute arancioni su una spiaggia. Gli ostaggi, tutti egiziani copti, erano stati catturati proprio a Sirte fra dicembre e gennaio. Sabato 14 un convoglio con bandiere dello Stato Islamico avrebbe circondato l’ospedale “Ibn Sina” della città, difeso dalle milizie islamiche del Central Libya Shield, ottenendo lo sgombero dell’edificio. Nella serata di domenica 15 è stato diffuso il video dell’uccisione degli ostaggi. La registrazione, che ha come titolo “Un messaggio firmato con il sangue alla nazione della Croce”, reca il simbolo della Hayat Media Foundation con cui vengono solitamente distribuiti i video dello Stato Islamico.

Ma chi ha conquistato Sirte? La città è da tempo luogo di scontri tra formazioni di diverso orientamento [leggi il riassunto dei gruppi che combattono in Libia]. Fra le principali vanno ricordati il gruppo salafita Ansar al-Shari’a (Sostenitori della Legge islamica), la cui azione più eclatante fu l’assalto all’ambasciata americana a Tripoli nel 2012, e Fajr Libya (Alba libica), gruppo islamista legato al governo di Tripoli. La presenza di elementi caratterizzanti come la trasmissione della voce di al-Baghdadi e l’allestimento scenico dell’esecuzione degli ostaggi fa propendere verso una formazione legata allo Stato Islamico. Tuttavia, non tutte le milizie che hanno richiesto l’affiliazione ufficiale allo Stato Islamico l’hanno poi effettivamente ottenuta. Al-Baghdadi avrebbe accettato lo scorso 10 novembre il giuramento di fedeltà (bay’at) di un gruppo jihadista di base a Derna, guidato da Abu al-Baraa el-Azdi. Le altre milizie jihadiste presenti in città sarebbero state annientate o costrette alla resa. Una situazione simile si è verificata venerdì a Sirte, quando la fazione che si sta imponendo ha intimato a tutti gli altri gruppi di lasciare la città.

In mancanza di riscontri certi, le ipotesi sul tavolo sono due. Sirte potrebbe essere caduta in mano a uno dei tanti gruppi jihadisti, che vuole approfittare del successo per ottenere un riconoscimento dallo Stato Islamico che ancora non ha. Se invece il gruppo è effettivamente legato a al-Baghdadi, potrebbe trattarsi di una fazione che ha accettato di unirsi ai jihadisti di Derna combattendo per loro in altre zone della Libia. In questo caso l’opera di proselitismo che certamente Derna sta portando avanti avrebbe dato i primi frutti. Al momento attuale, tuttavia, non vi è notizia di nuove alleanze.

Intanto nelle ultime settimane scontri e attentati si sono verificati in tutto il Paese. Venerdì due pozzi petroliferi della regione di Sirte sono stati attaccati, uno a El-Bahi nei pressi del terminal costiero di Ras Lanuf, e l’altro a el-Dahra, nel sud ovest. Il 4 febbraio altri miliziani jihadisti avevano attaccato un pozzo a Mabrouk, a circa 170 km a sud di Sirte, facendo almeno 10 morti. Pochi giorni prima un commando aveva compiuto l’attentato all’hotel Corinthia di Tripoli. Se venisse confermata la presa di Sirte, lo Stato Islamico avrebbe il controllo di una parte rilevante della costa ovest. Se la roccaforte è Derna, circa 300 km dal confine con l’Egitto, esistono presenze jihadiste rilevanti anche a Bengasi, dove le diverse milizie sono riunite nel Consiglio dei Rivoluzionari di Bengasi.

Proprio la capitale della Cirenaica è teatro in queste settimane di violenti scontri che oppongono i jihadisti alle truppe del generale Khalifa Haftar. L’ex comandante dell’esercito di Gheddafi ha lanciato nel maggio 2014 l’operazione militare Dignità, sostenuto dal governo internazionalmente riconosciuto di Tobruk e dalle brigate di Zintan, con l’obiettivo di liberare il Paese dai gruppi islamisti estremi e porre fine al caos che dura ormai da 4 anni. Nonostante Haftar abbia potuto contare a lungo sull’appoggio di Tobruk, durante i primi giorni di febbraio il generale ha tentato di forzare la mano con l’unico risultato di spaccare il già fragile governo. Alcuni suoi portavoce infatti hanno lanciato un ultimatum all’esecutivo: impongono la costituzione di un Consiglio militare, dotato di poteri superiori a quelli del governo stesso e guidato appunto dal generale Haftar. In pratica si è trattato di un tentativo di colpo di Stato, ma alcuni esponenti di primo piano come il ministro dell’Interno Omar al-Sinki si sono opposti. Il premier al-Thani ha cercato poi di ricucire lo strappo destituendo al-Sinki e rinnovando la fiducia nel generale. Haftar però ha ottenuto un risultato: è stata revocata la legge sull’isolamento politico, che impediva a chi aveva avuto un ruolo sotto il regime di Gheddafi di occupare cariche pubbliche. La misura riguardava anche Haftar stesso, che ora può puntare ad ampliare il suo potere.

Nonostante la situazione sia stata tutt’altro che pacifica negli ultimi tempi, come mostra questa ricostruzione per sommi capi, l’attenzione dei media si è riaccesa soltanto con la presunta avanzata dello Stato Islamico. Eppure pochi giorni prima della caduta di Sirte si era svolto a Ghadames il secondo round dei colloqui di pace fra i governi antagonisti di Tripoli e Tobruk, con la mediazione dell’inviato speciale dell’Onu Bernardino Léon. I recenti sviluppi, interpretati come un estremo deterioramento delle condizioni di sicurezza, hanno invece spinto Egitto e Italia a consigliare ai propri cittadini di lasciare immediatamente la Libia. L’Italia, per voce del ministro degli Esteri Gentiloni, ha dichiarato di essere disposta a intervenire direttamente, impegnando fino a 5000 uomini, ma soltanto se l’operazione avesse un ampio consenso internazionale e la legittimazione dell’ONU.

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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