Il mestiere della penna nell'Europa del dopo Charlie

“Niente sarà più come prima” – è ciò che si dice dopo ogni tragedia o evento di una certa dimensione e rilevanza per l’opinione pubblica. Lo si è sentito anche nel gennaio 2015 dopo l’attentato che ha decimato la redazione di Charlie Hebdo, e dopo l’imponente manifestazione di risposta e a favore della libertà di stampa e di espressione tenutasi a Parigi. Eppure, sono bastate un paio di settimane e lo slogan unanime #JeSuisCharlie si è frammentato in decine di slogan diversi: da #JeSuisAhmed a #JeSuisNigeria a #JeSuisVolnovakha.

Spenti i riflettori, esaurite le copie dell’edizione speciale di Charlie Hebdo, i problemi del giornalismo, soprattutto quello d’inchiesta, rimangono. Se ne è discusso mercoledì 28 gennaio a Bruxelles, per la presentazione del progetto Safety Net for European Journalists coordinato da Osservatorio Balcani e Caucaso (OBC) e sostenuto dalla Commissione Europea, conclusosi con un rapporto di ricerca e con un manuale per giornalisti a rischio, con consigli pratici, da come proteggere le fonti  a come limitare le minacce online.

La più grande minaccia per la libertà d’informazione resta chi detiene il potere, non gli estremisti. Giornali vengono chiusi, social media bloccati, giornalisti arrestati. E l’Europa non fa eccezione,” ha ricordato l’eurodeputata Kati Piri (S&D/Paesi Bassi). “La situazione dell’informazione in sud-est Europa si sta deteriorando – ma anche all’interno dell’UE: ad esempio in Ungheria,” ha aggiunto l’eurodeputata Tanja Fajon (S&D/Slovenia).

Il progetto Safety Net ha portato a lavorare insieme, per un anno, giornalisti da 11 paesi diversi, dall’Italia alla Turchia, un’area che per libertà d’informazione è normalmente classificata come parzialmente o non libera. “Abbiamo voluto parlare direttamente coi giornalisti minacciati, per comprendere come poter rispondere ai loro bisogni,” spiega Luisa Chiodi, direttrice di OBC. I problemi strutturali sono sempre gli stessi: la concentrazione della proprietà dei media, gli interessi privati, le denunce per diffamazione e calunnia quando non la violenza fisica. Ma ci sono anche tendenze perniciose e meno note: dalla deregolamentazione delle condizioni di lavoro alla de-professionalizzazione del mestiere.

“C’è bisogno di assistenza legale e sostegno finanziario, per chi è soggetto a casi giudiziari. Serve trasparenza sulla proprietà, distribuzione e pubblicità sui media. E poi serve una revisione delle normative, e una loro applicazione concreta”, continua Chiodi. “Ma soprattutto serve solidarietà professionale verso i giornalisti, da parte dei sindacati e dell’opinione pubblica, e questo va di pari passo con una ri-legittimazione della professione per ri-guadagnare sostegno pubblico.

“Negli ultimi due anni abbiamo visto un deterioramento della libertà d’espressione in Europa, e in particolare nell’Europa sud-orientale e in Turchia – dove già non era particolarmente buona” ha sottolineato la vicepresidente del Parlamento europeo, Ulrike Lunacek (Verdi/Austria). Gli esempi, purtroppo, non mancano.

Nel dicembre 2013 è stato fatto esplodere mezzo chilo di esplosivo militare sotto la mia finestra, a mezzanotte, mentre stavo chiudendo la prima pagina del giornale – ha ricordato Mihailo Jovovic, direttore del principale giornale del Montenegro, Vijesti. – Nel febbraio 2014 una nostra auto è andata a fuoco, dei miei colleghi e io stesso siamo stati minacciati e attaccati fisicamente. Ormai non teniamo neanche più il conto delle minacce di morte ricevute. E nella maggioranza dei casi, non ci sono responsabili.

“Proviamo paura, rabbia, frustrazione, ma non ci arrenderemo, – continua Jovovic. – Siamo sotto attacco da parte del governo, della mafia, e dei tycoon. E il primo ministro è il primo della schiera, quando ci chiama “mafia dell’informazione, mostri” mentre siamo riconosciuti come il giornale più professionale del Montenegro. Guardacaso, i giornalisti che pubblicano solo storie rosee e “patriottiche” su come in Montenegro tutto va bene non vengono attaccati.”

Ma il caso di Vijesti non è l’unico, negli ultimi mesi. Si va dal raid della polizia bosniaca – atto condannato da OSCE e UE – nella sede del principale portale online del paese, Klix.ba, per aver pubblicato intercettazioni in cui la premier della Republika Srpska, Zeljka Cvijanovic, sembra comprare il voto a favore di un paio di parlamentari. Al caso di Anuška Delic in Slovenia, messa sotto accusa per pubblicazioni di segreto per aver esposto i legami tra il partito dell’ex premier Jansa e gruppi neonazi, al fine di farle rivelare le proprie fonti. O alle intimidazioni al quotidiano d’opposizione Cumhuriyet, in Turchia, con la polizia che ne ha circondato la sede, inizialmente per impedire la distribuzione delle copie tradotte di Charlie Hebdo, prima che per opporsi alla folla che minacciava la redazione. O, infine, al caso della Serbia, in cui il Difensore Civico (Ombudsman) del paese è sotto attacco da parte del governo e del partito di maggioranza per aver fatto il suo dovere, chiedendo trasparenza sull’uso dei servizi segreti militari.

“Le autorità direbbero che la censura non esiste, ma poi fanno qualunque cosa per mettere pressione ai media,” commenta Radomir Diklić, direttore dell’agenzia Beta di Belgrado. E la situazione economica, difficile nei Balcani come nel resto d’Europa, è un ulteriore fattore di fragilità e di rischio di autocensura per i giornalisti, spesso freelance o legati a media la cui sopravvivenza è costantemente a rischio.

La questione della proprietà dei mezzi d’informazione, in questo, è cruciale. In Serbia, le privatizzazioni dei media locali sono ancora a metà strada, e restano a rischio. “C’è il caso di Studio B, un importante canale tv di Belgrado, che da sola fa un terzo della Serbia; il governo ha ricevuto due offerte: una di una società sconosciuta, l’altra di una piccola impresa. E giura che non ce ne sono altre!”, continua Diklić.

In questo senso, la solidarietà delle organizzazioni internazionali non va sottostimata: “OSCE, UE, Consiglio d’Europa, Parlamento e Commissione europea: sono importanti tanto come meccanismi di controllo, quanto come cassa di risonanza per dare visibilità alla questione”, spiega Chiodi. “L’UE dovrebbe essere più presente nel sistema dei media in sud-est Europa. Oggi ci sono i canali locali di Al Jazeera, CNN, della televisione russa; quelli europei dove sono?”

“L’UE non dovrebbe esitare ad utilizzare una clausola di bilanciamento per stoppare il progresso dei negoziati d’adesione, se la libertà d’informazione in Montenegro non migliorasse e gli aggressori continuassero a non essere perseguiti, – sostiene Jovovic. – Solo la pressione internazionale è efficace sul governo montenegrino, e potrebbe essere cruciale per la sopravvivenza dei media liberi”. Concorda Diklić: “alle autorità [serbe] non interessa l’opinione pubblica, sono già abbastanza popolari. L’unica di cui hanno paura è l’UE.”

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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2 commenti

  1. Bel pezzo. Manca tuttavia una parte che spero venga trattata in futuro: quella dell’autocensura del giornalista, volontaria o meno. Scrivi ri-legittimazione della professione per ri-guadagnare sostegno pubblico. VERISSIMO ma il problema non si risolve con le leggi, agli occhi della gente i giornalisti (come i politici) sono diventati una figura negativa. Servi dei poteri forti, faziosi, parte di un processo di distacco delle elite dal popolo. I giornalisti sono uomini, questo il punto di partenza. Ed in questa epoca storica gli uomini stanno peggiorando, la rete ha tirato fuori il peggio delle persone, giornalisti compresi. Se affronti il problema solo in termini di leggi, diritti ecc non fai che confinare il problema all’interno di un discorso di elite. Serve il sostegno di chi elite non e’, ma questo non lo si capisce, troppo distante il mondo reale da quello delle universita’, degli studi e delle elite appunto. Non confondiamo l’essere emarginati DENTRO l’elite con l’esserlo tour court. In politica a colmare questo spazio sono arrivati i Salvini, nel giornalismo i Saviani. Se uno come Magdi Allam viene ritenuto giornalista ed io fossi giornalista mi metterei a riflettere. Il rischio e’ che rivendicare diritti non faccia che allontanare ancora piu’ i giornalisti dall’unica salvezza: l’opinione pubblica. Forse e’ il tempo di tornare umilmente a parlare di doveri, giornalisti compresi. Ma doveri civili, non stupide imposizioni di stupidi governanti. Se poi si vuole prescindere dalla gente, massa, popolo o come la si voglia chiamare allora e’ tutto un altro discorso. My2c

  2. articolo preoccupante sulla situazione della stampa… ben scritto e preciso

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