TUNISIA: Quando la giustizia militare condanna i civili. Il blogger Yassine Ayari in carcere

Un anno di prigione per un post su facebook. Si è chiuso così il 20 gennaio il processo a Yassine Ayari, blogger e attivista tunisino, accusato di aver divulgato informazioni militari segrete e di aver diffamato l’esercito. Fra agosto e settembre aveva criticato sui social network sia il ministro della Difesa Ghazi Jeribi per non aver nominato un nuovo responsabile dell’antiterrorismo, sia i vertici dell’esercito per aver ignorato informazioni di intelligence. Secondo Ayari (figlio di un ufficiale caduto in un’imboscata nel maggio 2011 presso Rouhia, nord-ovest del paese), questo provava le responsabilità delle istituzioni nell’agguato del 16 luglio scorso, durante il quale 16 soldati morirono e altri 23 furono feriti per mano di una cellula jihadista nella zona del monte Shaambi.

Rivoluzionario sotto la dittatura, sovversivo in democrazia

L’affaire Ayari, prima ancora che la libertà di espressione, riguarda lo stato della giustizia tunisina. Il blogger infatti è stato giudicato dalla corte penale del tribunale militare di Bab Saadoun. Quindi non secondo il codice civile bensì applicando la legge militare. Un’anomalia che tutta quanta la politica tunisina ha ignorato nonostante le proteste di organizzazioni come Amnesty, Human Rights Watch e Reporters Sans Frontières. Il silenzio attorno alla legittimità del processo può dipendere dai precedenti di Ayari con la giustizia. Il blogger infatti è una figura controversa, nota per i suoi attacchi sprezzanti e spesso sopra le righe. Aveva già subito una condanna a 6 mesi nel gennaio 2014: senza mezzi termini aveva esortato la popolazione a linciare il generale Rashid Ammar e l’ex segretario generale del partito social-liberale (PSL) Mondher Thabet.

La sua carriera da attivista inizia prima della rivoluzione, quando nel 2008 appoggia i minatori di Gafsa e Redeyef nella loro serrata di 6 mesi. Nelle settimane che precedono la fuga di Ben Ali Ayari è uno delle migliaia di hacker che abbattono la censura del regime e contribuiscono a far trapelare informazioni sulle rivolte. Considerato per le sue idee vicino al Congresso della Repubblica (CPR), il partito di Moncef Marzouki, negli ultimi tempi si è scagliato contro i rivali di Nidaa e il nuovo presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi. Difficile però pensare che la condanna sia frutto di un qualche complotto. La sentenza in primo grado è stata emessa il 18 novembre con Marzouki ancora insediato a Cartagine benché nel pieno della campagna elettorale.

D’altronde il caso di Yassine Ayari non è l’unico nel suo genere. Dal 2011 processi e condanne simili hanno colpito Sahbi Jouini, leader di uno dei sindacati di polizia, il blogger Hakim Ghanmi e l’ex consigliere presidenziale Ayoub Massoudi.

Perché il tribunale militare giudica un civile?

Secondo l’analista tunisino Selim Kharrat la vicenda di Yassine Ayari “dovrebbe essere l’occasione per il nuovo parlamento, dopo l’adozione della nuova costituzione, di impegnarsi nella riforma dell’arsenale penale liberticida ereditato dalla dittatura”. Dopo la caduta di Ben Ali il governo provvisorio aveva già messo mano al sistema della giustizia militare. Il decreto 69/2011 ha introdotto numerose riforme importanti, ma non ha soppresso la giurisdizione dei tribunali militari sui civili e sui delitti commessi da membri dell’esercito mente non esercitano le proprie funzioni. Pertanto Ayari è stato giudicato in conformità con la legge vigente. L’articolo 91 del codice penale militare, infatti, proibisce attacchi alla dignità, alla reputazione e al morale dell’esercito e prevede una pena massima di 3 anni di reclusione.

Questa sezione del codice militare contrasta con l’orientamento del diritto internazionale, che vieta ai tribunali militari di giudicare i civili. Poi c’è l’articolo 19 del Patto ONU del 1966 sui diritti civili e politici, a cui la Tunisia ha aderito, che tutela la libertà di espressione. In una guida per gli stati firmatari pubblicata nel 2011, il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani sottolineava il divieto di processare chi critica le istituzioni pubbliche, esercito compreso. L’inghippo sta nella Costituzione tunisina. L’articolo 31 tutela la libertà di parola e di espressione, ma il 149 (contenuto nelle disposizioni transitorie) permette ai tribunali militari di continuare a esercitare i poteri conferitegli dalla legge.

Gli unici passi in avanti per adeguare la giustizia del paese agli standard internazionali vengono dal Programma d’appoggio alla riforma della giustizia in Tunisia (SPRING, in cooperazione con la Commissione europea), ma per il momento restano soltanto teorici. Il rischio è che la Tunisia, concentrata sul tema della giustizia di transizione e sul risarcimento delle vittime dei regimi passati, continui nei fatti a reiterare quegli stessi processi di opinione dai quali pretende di aver preso le distanze.

Foto: Al-Jazeera.com

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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