Chi ha paura dei Fratelli Musulmani? Dalla Bosnia all'Egitto la storia di un movimento politico

di Matteo Zola

Il vecchio rais non intende schiodarsi dal trono. L’Egitto di queste ore cammina sul crinale dell’ignoto. Se davvero Mubarak sceglierà la fuga -pardon, la partenza- la transizione sarà ricca di incognite. Forse il rais andrà in Montenegro, come vuole la stampa balcanica, oppure sceglierà un buen retiro in una delle sue molte lussuose proprietà a Manhattan. Per ora però resta fermo al Cairo. Chi lo vuole in patria grida al pericolo dell’estremismo islamico dei Fratelli Musulmani, i Fratelli Musulmani gridano al pericolo del golpe militare, i militari tacciono e aspettano. Che il nuovo Egitto segua il modello iraniano, piuttosto che quello turco, le angosce degli “occidentali” sono tutte per loro: i Fratelli Musulmani.

Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare di loro e del ruolo politico che potrebbero ricoprire all’intero di un nuovo governo egiziano. Chi è dalla parte di Mubarak, in questi anni e in questi giorni, lo ha fatto soprattutto sostenendo che una soluzione democratica avrebbe aperto la strada al loro estremismo. Il segretario di stato americano Hillary Clinton non sembra però aver paura dei Fratelli Musulmani accogliendo favorevolmente il loro coinvolgimento nei colloqui. Certo le perplessità restano ma non si può pensare che, fuggito Mubarak, in Egitto sorga dalle sabbie una democrazia anglosassone .

I Fratelli Musulmani in Egitto

Il ruolo dei Fratelli Musulmani nel nuovo Egitto è fondamentale, qui il movimento è nato nel 1928, qui si è opposto a Nasser e ne ha subito le conseguenze (torture, impiccagioni e simili), qui ha rinunciato alla via della lotta armata. Oggi è un movimento politico di ispirazione religiosa, come tanti ce ne sono anche in Europa.

La svolta moderata del movimento avviene negli anni Settanta, a seguito della sconfitta dell’Egitto nella guerra dei Sei giorni del 1967 che provoca una perdita di consenso del regime laico di Nasser, favorendo così la ripresa dei movimenti di ispirazione religiosa. A partire dal 1969, i Fratelli Musulmani iniziano a prendere le distanze dal loro leader più intransigente e storico ideologo, quel Sayyid Qutb impiccato da Nasser. Così il movimento abbandona l’ipotesi della lotta armata.

Dopo la morte di Nasser, nel 1970, il nuovo leader egiziano Anwar Sadat sceglie una politica di apertura nei confronti dei movimenti islamisti, anche per contrastare le organizzazioni studentesche di sinistra, senza con questo legalizzare pienamente i Fratelli Musulmani. Questi, anzi, iniziano a perdere consensi tra i militanti più estremisti che dal 1979 torneranno a praticare la lotta armata, fino ad uccidere Sadat nel 1981, senza che questo porti alla caduta del regime.

Con l’avvento di Mubarak i Fratelli Musulmani potranno partecipare alle elezioni, non direttamente ma in alleanza con i partiti laici di opposizione. Tornano così ad espandersi nella società, in particolare tra i professionisti urbani. Da questo momento il gruppo, presente in Parlamento, si troverà in una posizione intermedia tra il regime, che mantiene un controllo autoritario sulla società, e i gruppi islamisti dediti alla lotta armata, che invece i Fratelli Musulmani rifiutano.

Una holding in nome di Allah?

Un rifiuto a metà, poiché i Fratelli Musulmani sarebbero -il condizionale è d’obbligo- un’enorme organizzazione che pare vanti una rete finanziaria seconda solo a quella vaticana, con un capitale di circa 100 mln di dollari e una serie di società finanziarie disseminate tra Lugano, le Isole Cayman e New York. Con questi soldi l’organizzazione finanzierebbe la lotta armata di Hamas. Quel che però è certo è che il movimento è assai distante dal wahabitismo saudita (quello sì, integralista) ma assai vicino a uno come Hassan al Turabi, che reintrodusse la shari’a in Sudan.

Il caso della Bosnia Erzegovina

I Fratelli Musulmani ebbero un ruolo fondamentale in Bosnia Erzegovina dove ispirarono l’operato di politici come Alija Izetbegovic, primo presidente della BiH libera, che aderì giovanissimo al movimento e promosse una (ri)scoperta dell’identità musulmana nei Balcani attraverso un recupero della tradizione che si unisse “ai progressi della civiltà euro-americana” in un’ottica di “cooperazione e confronto”. Si tratta dello stesso Izetbegovic dissidente che, nel 1946, fu sorpreso a pubblicare un giornale anticomunista islamico intitolato Mudžahid (dall’arabo Mujahidin, che significa “Soldato di Dio”). Un titolo che a un buon europeo avvezzo alle cronache da Kabul fa venire in mente dei pazzi fanatici in tunica e kalashnikov. Ma soldato di Dio è chi lotta, certo, per un’ideale di matrice religiosa anche attraverso le armi del dissenso, della cultura, della politica. Così come la jihad è anche la lotta interiore dell’uomo contro le proprie bassezze.

Il potere che strumentalizza la paura

Avere paura dei Fratelli Musulmani è facile, poiché da almeno dieci anni i media insegnano che l’Islam è barbarie, violenza, fanatismo. I pericoli del fondamentalismo religioso sono tanto più forti là dove la fede è strumentalizzata da gruppi di potere. In Egitto, finora, l’unico potere è stato quello “laico” di un dittatore caro al cosidetto Occidente. Tanto caro da dipingere i suoi nemici come fanatici. Nell’Egitto di queste ore si vede solo un vecchio rais attaccato al trono e un esercito pronto a difenderlo, almeno finché non potrà prendere il potere. E di pericoli islamici neanche l’ombra.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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