ALGERIA: Braccio di ferro sullo shale gas, le proteste spaventano Bouteflika

Marcia indietro di Algeri sull’estrazione di gas da scisto. A meno di un mese dal completamento del primo pozzo esplorativo a In Salah, città della provincia meridionale di Tamanrasset, i lavori sono bloccati. Lo stopsarebbe stato decisodal presidente Bouteflika in persona dopo che il premier Abdelmalek Sellal e il ministro dell’Energia Youcef Yousfi avevano mandato messaggi contraddittori. L’Algeria aveva imboccato la strada dello sfruttamento degli scisti bituminosi per arginare il crollo del prezzo del petrolio. Ma i 55mila abitanti di In Salah sono subito scesi in piazza per opporsi al fracking temendo l’inquinamento della falda freatica e l’eccessivo dispendio di risorse idriche necessarie all’attività di estrazione. Le manifestazioni si sono allargate ad altre città del Sahara algerino, unite nella denuncia dello sfruttamento delle loro risorse a tutto vantaggio di chi vive sulla costa.

Il gas di scisto che fa gola alla Total

Il nuovo impianto di In Salah è situato nel bacino dell’Ahnit. Secondo gli ingegneri della Sonatrach, l’azienda statale capofila dell’operazione, le dimensioni del giacimento si sono rivelate ben più ampie di quanto sospettato in origine. Quell’area del Sahara algerino custodirebbe circa 200mila miliardi di metri cubi di gas, di cui il 10% sicuramente estraibile. Questo dato fa diventare l’Algeria il terzo Stato per riserve di gas al mondo, dietro Cina e Argentina ma davanti agli Stati Uniti. Già in passato lo sfruttamento dello shale gas di In Salah faceva gola a molti. Il governo però tentennava sull’impiego del fracking, probabilmente più per le costose tecnologie necessarie all’estrazione che per i rischi ambientali. La svolta arriva con una legge del maggio 2014 che ne autorizza l’uso, dopo che almeno dal 2012 diversi giganti del settore energetico avevano mostrato interesse, su tutti l’olandese Shell e i francesi della Total. Proprio questi ultimi hanno partecipato all’investimento insieme all’algerina Sonatrach.

Problemi di budget

Dal punto di vista degli interessi energetici del paese, la carta dello shale gas non sembra la scelta migliore: poco competitivo sui mercati se il gas convenzionale resta all’attuale prezzo. Già all’indomani dell’approvazione della legge Mustapha Mekideche, vice presidente del Consiglio Nazionale Economico e Sociale, avvertiva che il gas di scisto avrebbe appena permesso di coprire la domanda locale di energia, ma non di generare una rendita finanziaria apprezzabile. Sono però altri i fattori che possono aver condotto a questa decisione. Innanzitutto il crollo del prezzo del petrolio: le entrate dell’Algeria dipendono al 95% dagli idrocarburi e il budget statale per il 2015 è tarato su un prezzo di 130 dollari al barile, più del doppio di quello attuale. Questo significa meno capacità di investimento, un nuovo stop alla diversificazione dell’economia, oltre a una inevitabile diminuzione delle riserve in valuta estera.

Primo round ai manifestanti con un aiutino da Charlie Hebdo

L’avvio dei lavori ha messo gli abitanti di In Salah sul piede di guerra. Le manifestazioni di protesta, iniziate il 1° gennaio, hanno registrato l’appoggio di altre città del sud dell’Algeria. Durante la preghiera di venerdì 9 gennaio hanno unito la loro voce al coro anche In Ghar, Iguestene, Tamanrasset, Ouargla, Adrar, El Menea, Illizi e Metlili. Il fattore unificante è l’atteggiamento del governo, giudicato irrispettoso delle province meridionali. I manifestanti lamentano uno sfruttamento delle risorse locali (gas e petrolio, ma anche le acque dell’immensa falda che si estende fino alla Tunisia e alla Libia), senza che vi corrispondano investimenti e piani di sviluppo adeguati.
La risposta del governo è stata balbettante. Da Algeri l’8 gennaio è arrivato il ministro dell’Energia Yousfi per un incontro con i manifestanti, conclusosi però con un nulla di fatto. Allora è intervenuto il premier Sellal dichiarando che l’esecutivo non ha mai dato alcuna autorizzazione allo sfruttamento del gas da scisto in Algeria. La smentita arriva però poche ore dopo per bocca dello stesso Yousfi: le riserve di petrolio non dureranno in eterno, quindi il paese è costretto a esplorare nuove fonti energetiche. La gestione della faccenda da parte del governo ha spinto gli abitanti di In Salah a dichiarare lo sciopero generale. Bouteflika quindi ha deciso di incaricare del dossier il capo della Direzione generale di sicurezza nazionale Abdelghani Hamel. Una scelta che sembrava far presagire un giro di vite sulla questione anche attraverso il ricorso alla forza. Invece il 20 gennaio arriva lo stop alle attività dei pozzi. La cautela dimostrata dal “Pouvoir” ha una spiegazione. Anche ad Algeri si stavano accendendo i primi focolai di protesta. Le manifestazioni nella capitale sono avvenute in concomitanza con quelle contro le vignette di Charlie Hebdo. Cortei di migliaia di persone hanno infranto il divieto decennale di pregare in pubblico: fatto inedito per l’Algeria almeno dalla fine della guerra civile nei primi anni 2000. Una congiuntura esplosiva che Fronte di Liberazione Nazionale ed esercito hanno preferito tenere sotto controllo senza calcare la mano.

Foto: AlgérieFocus

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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