CINEMA: Maidan, storia di una piazza

DA FIRENZE: Sergei Loznitsa è il regista di Maidan, film proiettato fuori concorso al Festival di Cannes di quest’anno e presentato al Cinema Odeon di Firenze in occasione del Festival dei Popoli.

#Realityismore è il motto che pubblicizza il Festival di quest’anno e non sappiamo pensare a uno slogan più adeguato per il 14esimo documentario di questo regista che, dopo il pluricelebrato In the fog del 2012, non perde occasione per dimostrarci la superiorità visiva ed emotiva della pura realtà.

Il film si apre con l’immagine di cinquecentomila persone che recitano l’inno nazionale ucraino, togliendosi il cappello in onore alle parole che stanno cantando e assiepando la piazza centrale di Kiev, il Maidan appunto. Sono accorse a occupare la piazza per manifestare contro l’allora presidente ucraino, Viktor Janukovyč, dopo il rifiuto di questi di firmare l’accordo d’associazione con l’Unione Europea. Alla potenza sconcertante di quelle immagini si uniscono quelle della sala dell’Odeon, dove diverse signore si alzano in piedi per cantare, insieme al film, tutto l’inno con le mani poggiate sul cuore. Un segno chiaro che la celebrazione del nazionalismo ucraino, che si consumerà nelle successive due ore sullo schermo, è una fetta consistente di realtà di questo tormentato Paese.

La telecamera segue lo svolgersi della pacifica resistenza e poi della rivolta che si consumano nella piazza, senza mai dialogare con i suoi inconsapevoli interpreti, ma solo seguendone le azioni e registrandone gesti, poesie e canzoni che spontaneamente regalano al palco centrale del Maidan. Grazie alle inquadrature fisse e lunghi piani sequenza, il regista si pone sullo sfondo – come dirà poi Loznitsa, presente alla proiezione fiorentina – ancora all’oscuro di ciò che realmente si svilupperà in quei mesi. Quasi 400 ore di girato per seguire gli eventi del Maidan per circa novanta giorni, dalla fine del novembre 2013 fino al febbraio 2014. È un racconto articolato in quattro parti quello che ci viene offerto: dall’inizio festoso si passa all’organizzazione della rivolta, che culmina in una sfiancante battaglia seguita da un triste epilogo, che porterà alla perdita di 200 persone, tra morti accertati e scomparsi.

Quello che viene narrato dal documentario non è soltanto la piazza Maidan a Kiev ma, con un respiro più ampio, la storia di tutte le piazze contemporanee. Impossibile, infatti, non pensare a Piazza Tahrir al Cairo, a Piazza Taksim a Istanbul o allo Zuccotti Park di New York mentre sullo schermo scorrono le immagini degli attivisti che dormono avvolti dal calore di una scuola, di quelli che preparano il cibo per i compagni, di chi organizza le squadre mediche di soccorso e di coloro che sponsorizzano veloci training sull’organizzazione delle rivolte, gestiti dai veterani della Rivoluzione Arancione. È una piazza controversa, come tutte le piazze contemporanee, dove alla “Bella Ciao” riadattata in ucraino e suonata spesso dai manifestanti si contrappongono i monologhi e le preghiere dei preti ortodossi dal palco centrale. È una piazza dove si consuma, pasolinianamente, la guerra dei penultimi contro gli ultimi: la polizia che si scaglia contro i manifestanti, i manifestanti che ricordano ai poliziotti di appartenere allo stesso popolo e avere identico sangue che scorre nelle vene.

Nel dibattito che segue la proiezione, Loznitsa spiega che questo documentario è un tributo partigiano allo spirito solidaristico e cameratista del popolo di Maidan e, senza alcuna pretesa di essere imparziale, dà un chiaro taglio alla Storia trascurando le ragioni delle altre comunità del Paese. Perché, come spiegato dai manifestanti nel film lamentandosi dell’inaffidabilità degli organi d’informazione filorussi, è proprio manipolando le immagini che si possono influenzare le coscienze.

Per realizzarlo, il regista dichiara di essersi ispirato al documentario Microcosmos (1996) di Nuridsany e Pérennou e a Sciopero! (1925) di Ėjzenštejn dove a farla da interprete è la collettività, sia essa composta da formiche o persone che, rinunciando al singolo, si organizza pluralisticamente per il raggiungimento di un fine ideale. Con una potenza rara ed encomiabile di colori e suoni, vanno in scena la celebrazione e allo stesso tempo il dramma di un Paese che già adesso, a distanza di un anno, non è più quello della pellicola. Quelli che rimangono nell’aria sono molteplici interrogativi, sull’efficacia dei processi di adesione europea come sulla reale posta in gioco delle potenze mondiali, quando a svilupparsi nelle immagini è, semplicemente, la vita.

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Chi è Caterina Francesca Guidi

Orgogliosamente pratese, lavora come research associate presso l’European University Institute di Fiesole (Firenze) ed è dottoranda in Economia politica presso la S.S. Santa Chiara di Siena, dopo aver studiato alle Università’ di Bologna e Firenze. Ha lavorato in Belgio, Bosnia, Italia, Serbia, Spagna, occupandosi principalmente d’immigrazione ed economia sanitaria. Europeista convinta, nutre una viscerale passione per il processo di allargamento europeo e i Balcani Occidentali.

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