La percezione della minaccia russa da Varsavia a Budapest. Il disaccordo del gruppo Visegrad

I membri del gruppo Visegrád (V4 – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) hanno sviluppato una diversa percezione della minaccia russa. Ciò, oltre a indebolire fortemente il gruppo, ha reso i V4 progressivamente scettici nei confronti delle misure adottate dall’UE contro il gigante slavo.

L’esitazione di Visegrád su NATO e sanzioni

András Rácz (FIIA) sostiene che la Russia non sia percepita come una minaccia militare dai Paesi Visegrád. Ciò spingerebbe i membri del gruppo Visegrád ad agire individualmente in materia di sicurezza regionale. Tra i V4 l’Ungheria è quello che fino a questo momento si è dimostrato più contrario a qualsiasi rafforzamento militare Nato lungo i confini dell’est. Il tutto assume un certo peso se si tiene conto che nel discorso inaugurale del suo terzo mandato il premier magiaro Viktor Orbán ha definito il sistema politico russo un modello da imitare.

Tra i paesi Visegrád, la Polonia è l’unico confinante con territorio russo, ed è tra i paesi che più intervenne nella rivoluzione arancione del 2004, eventi che la condussero a un’escalation di tensione con la Russia. Forse sono questi i fattori che la rendono il paese che tra i V4 agisce maggiormente nelle questioni Nato nonché l’unico a promuovere la missione finalizzata a migliorare la difesa aerea degli stati baltici.

La Repubblica Ceca assume una linea altalenante e via via sempre più cauta. In aprile, il presidente ceco Miloš Zeman chiedeva l’intervento Nato in Ucraina ma solo “se la Russia decidesse di espandersi verso l’Ucraina orientale”. La Repubblica Ceca ha comunque offerto 4 caccia Gripen e 300 soldati cechi all’Alleanza atlantica. Da parte ungherese e slovacca non c’è stato nessun intervento significativo, almeno fino a questo momento.

Non è strano che sul fronte Nato si registri un interesse simile tra Repubblica Ceca e Polonia. Nel 2008 entrambi i paesi si trovarono al centro delle minacce russe, quando l’allora presidente Medvedev annunciò la sua intenzione di mobilitare missili Iskander nell’area di Kaliningrad, in risposta alla volontà Nato di installare basi missilistiche in Polonia e Repubblica Ceca. Eventi analoghi sarebbero avvenuti alla fine del 2013, interessando principalmente la Polonia.

Forse è anche a causa di quelle escalation di tensione che il premier ceco Sobotka – nel giugno 2014 – è giunto a dichiararsi totalmente contrario a un rafforzamento Nato nell’est, scongiurando inoltre la presenza di basi atlantiche nel proprio paese.

Analogamente alle questioni Nato, anche sulle sanzioni la coordinazione Visegrád si è progressivamente deteriorata. Nei primi due turni di sanzioni, Repubblica Ceca e Polonia hanno esitato di meno rispetto Slovacchia e Ungheria. Nel terzo turno, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria si sono invece opposte. Il primo ministro Robert Fico dichiara di ritenerle “senza senso”. Il premier ceco Bohuslav Sobotka si sostiene invece preoccupato per l’impatto di queste sull’economia del centro Europa. La proposta di sanzionare la Russia per la terza volta, produce un riavvicinamento tra Repubblica Ceca e Slovacchia. Robert Fico intende infatti coordinare i passi successivi con la Repubblica Ceca di Sobotka.

La Polonia diventa così l’unico membro di Visegrád ad appoggiare anche la terza ondata di sanzioni.

Interesse economico

Nel periodo che va dal 2009 al 2012 l’import-export da e verso la Russia è aumentato per Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. I dati sono comunque molto bassi se rapportati a quelli dei contatti commerciali tra Polonia e Russia. Sembra illogico che sia proprio la Varsavia dell’ex premier Donald Tusk ad aver assunto la linea più dura contro il Cremlino.

In realtà, progetti molto più importanti esistono tra Russia e i restanti paesi V4. Ad esempio in gennaio il governo Orbán ha concluso un accordo con Rosatom – ente statale russo per la gestione del nucleare – per la costruzione di nuove unità per una centrale nucleare in grado di generare il 40 per cento dell’elettricità del paese. La Slovacchia, sempre con Rosatom, progetta la costruzione di 2 nuovi reattori (i lavori sembrano comunque arrestatisi). Nulla di simile si sta organizzando in Polonia.

La fine di Visegrád?

Un riavvicinamento tra le parti sembra giungere soltanto adesso, ma in chiave sostanzialmente scettica alle misure UE. Alla luce di ciò, resta da vedere se la linea dura contro il Cremlino incarnata dalla Polonia costituirà il principale ostacolo per una vera reintegrazione del gruppo Visegrád. A incentivare la dissoluzione del gruppo Visegrád, è anche la differente percezione della minaccia russa. Fino a quando la Russia si asterrà dal costituire una minaccia militare diretta, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria non adotteranno una posizione comune. Ma se questi paesi continuano a non accettare le misure UE, imboccano invece una strada che li conduce individualmente verso est. Se così è, chi rischia di restare fuori da questa coordinazione – seppure quasi fortuita – di Visegrád, potrebbe essere proprio la Polonia.

Chi è Alessandro Benegiamo

Nato a Lecce nel 1989, laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali. Ha collaborato a East Journal dall'agosto 2014 all'aprile 2015, occupandosi di Repubblica Ceca e Slovacchia

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