BALCANI: I jihadisti? Figli delle fondazioni di beneficienza

In questi mesi sulla scena del terrorismo fondamentalista è apparso l’ISIS, ovvero Stato Islamico di Iraq e Siria cha ha scavalcato per ferocia mediatica anche al-Qaeda. Non è una notizia nuova che migliaia di giovani musulmani da ogni parte del mondo, compresa l’Europa e Stati Uniti, si trovino in Siria e Iraq per combattere la loro “jihad”. Ovviamente ci sono anche i giovani dai paesi dei Balcani occidentali che sono uniti alle formazioni jihadiste dalle più diverse sigle. Anche se i musulmani dei Balcani rimangono la più moderata delle popolazioni musulmane nel mondo, una minoranza esigua è stata indottrinata nelle forme più estreme dell’Islam, nelle scuole dei fratelli musulmani.

Sul web spopola la figura di Lavdrim Muhaxheri, indicato come comandante di una sedicente “brigata balcanica” dei tagliateste dell’ISIS, e che avrebbe ai suoi ordini jihadisti da Serbia, Albania, Macedonia, Kosovo, Montenegro e Bosnia.
Ciò non è un caso. La crescita dell’islamismo militante nel Balcani occidentali è il risultato di sforzi a lungo termine di persone legate col filo del terrorismo e che hanno radicalizzato frange della popolazione locale.

Nel corso degli ultimi decenni, alcuni movimenti islamisti nei paesi dei Balcani occidentali hanno creato un’infrastruttura sofisticata, composto da rifugi sicuri in villaggi isolati e nelle moschee controllate da imam radicali. Ma anche una vasta gamma di mezzi elettronici e di stampa online, che si propagano notizie da vari fronti del jihad e propaganda politica.

Tutti questi organizzazioni sono stati finanziati dai donatori generosi dal Medio Oriente e sostenuti da piccoli gruppi di estremisti locali che si sono infiltrati nelle istituzioni politiche, religiose e sociali.

Dopo disintegrazione della ex-Jugoslavia nei primi anni ‘90 alcune fondazioni di beneficenza, principalmente arabe, hanno voluto entrare in gioco per orientare l’influenza di questi paesi con un forte retaggio culturale e religioso ottomano verso l’orientamento della Arabia Saudita, e perciò a parte i soldi hanno investito anche sui giovani poveri dei villaggi aprendo piccole madrase, ecc, ma anche dando borse di studio per l’Arabia, Libia, Egitto e Siria.

Ovviamente queste persone istruite una volta tornate nei loro paesi d’origine avevano un debito di riconoscenza e quando sono diventati Imam o figure minori hanno cercato di orientare i fedeli praticanti (non molti) verso i riti arabi, ma anche cercando di fare piccola politica.

In Bosnia-Erzegovina dopo l’accordo di Dayton che diede fine alla guerra nel dicembre 1995, molti combattenti aspiranti jihadisti non sono stati allontanati dal paese ma sono rimasti creando una intera infrastruttura, che sostengono la causa estremista militante.

In Macedonia, i estremisti di credo “wahabiti” sono impegnati da tempo in una guerra contro la comunità ufficiale musulmana per prendere il controllo di alcune moschee a Skopje, ma si sono infiltrati anche nelle istituzioni politiche, religiose e sociali.

In Albania la situazione si presenta normale, anche se alcuni arresti per l’incitamentoi all’odio religioso ha messo in allarme le forze di sicurezza nazionale.

In Kosovo, oggi le autorità di sicurezza hanno eseguito altri arresti eccellenti tra quali 12 imam di note moschee di Pristina e  Mitrovica reclutavano militanti per combattere a fianco dei gruppi islamisti in Siria e in Iraq. Il portavoce della Comunità islamica del Kosovo, Ahmet Sadriu ha detto a Radio Free Europe che “BIK è preoccupato per la situazione “, ma ha aggiunto che “nessuno può essere al di sopra della legge e le istituzioni sono chiamati a fare il loro lavoro”.

In Kosovo dopo la guerra del ’99 la strategia delle fondazioni di “beneficienza” arabe e turche è stata piu’ capilare. In pochi anni hanno cercato di radicarsi nel territorio e facendo anche piccola politica.

Tuttavia c’è un precedente. Secondo Blerim Latifi, professore di filosofia all’universita’di Pristina, “dopo la prima guerra mondiale quando la Serbia occupo il Kosovo si fecce di tutto per diluire il credo patriotico degli albanesi. Il primo ministro Nikola Pašić opero’ la strategia di “divide et impera”, cioe’ facendo leva sulla fede religiosa per dividerla su quella patriottica. Cosi a Skopje si formo per la prima volta un partito politico albanese, il cossidetto “Shoqata islamike për Mbrojtje dhe Drejtësi”, ma conosciuta come “Xhemijeti” per proteggere gli interessi degli musulmani in Kosovo. Investendo sulla componente religiosa il premier serbo Nikola Pašić voleva distruggere quella nazionalistica. A quel tempo “Xhemijeti” vinceva addirittura alcuni deputati nel parlamento della Iugoslavia, ma poi fece coalizione con il partito radicale di Nikola Pašić. “Xhemijeti” avra’ vita breve”.

Ma la sostanza politica di allora è rifiorita oggi nel XXI secolo. I mercenari che vanno oggi in Siria o in Iraq non sono una cosa nuova. Durante la dominazione ottomana dei era normale che i soldati o i mercenari per le guerre nei paesi del medio oriente venivano dai paesi del Balcani occidentali.

Chi è Lavdrim Lita

Giornalista albanese, classe 1985, per East Journal si occupa di Albania, Kosovo, Macedonia e Montenegro. Cofondatore di #ZeriIntegrimit, piattaforma sull'Integrazione Europea. Policy analyst, PR e editorialista con varie testate nei Balcani. Per 4 anni è stato direttore del Centro Pubblicazioni del Ministero della Difesa Albanese. MA in giornalismo alla Sapienza e Alti Studi Europei al Collegio Europeo di Parma.

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