“Andriksons” di Rūdolfs Blaumanis in traduzione italiana

Biblioteca Baltica pubblica per la prima volta in versone italiana uno dei racconti più emblematici del grande drammaturgo lettone. La contesa fra nobili tedeschi e contadini lettoni sullo sfondo della Lettonia rurale di fine ottocento.

Rūdolfs Blaumanis, il più grande drammaturgo e narratore lettone, pubblicò il racconto “Andriksons” nel 1899.  Uscì prima nella versione tedesca, nel Rigasche Rundscahu a fine gennaio 1899, tradotta sempre da Blaumanis, che nella versione originale lettone.

Alcuni giorni dopo Blaumanis avrebbe dovuto presentare alla “Rīgas Latviešu biedrība” (la Società lettone di Riga) un saggio sul poeta Viktor von Andrejanov, ma non avendolo ancora completato decise quella sera di leggere nella versione lettone ancora inedita il suo nuovo racconto. Ebbe un grande successo.

…Il castello non aveva stanze riservate per i colloqui coi contadini, per questo il barone li riceveva in corridoio. Così era sempre stato, dai tempi di suo padre e di suo nonno. Ma il barone proveniva dalla raffinata università della capitale, e il rispetto di sé e del suo titolo non gli consentivano di parlare per mezz’ora o un’ora coi propri contadini, dove il vento faceva riscontro e le cameriere, il maggiordomo, il personale di servizio potevano ascoltare ogni parola. Ma in sala da pranzo, dove prima gli si consentiva di entrare, i fattori lasciavano impronte di stivali ovunque e l’odore di fieno e di abiti umidi era così persistente, che il barone dovette ripristinare la vecchia usanza del padre e del nonno, almeno finché non fosse stata predisposta una stanza adatta…

leggi il racconto integrale su Biblioteca Baltica

 

Blaumanis nel frattempo aveva offerto il manoscritto in lettone di “Andriksons” al mensile “Mājas Viesa Mēnešraksta”. Ma il capo redattore, Pēteris Zālīte, pur apprezzando molto il racconto non se la sentì di pubblicarlo. La figura di Andriksons, un fattore lettone, in gamba e molto orgoglioso, era raffigurata con grande sapienza: il suo animo tormentato, la volontà di affermare i propri diritti di fronte al padrone e di non accettare quella che il suo cuore considerava un’ingiustizia, risaltavano con grande vigore. Ma Blaumanis non risparmiava al suo personaggio principale tutte le debolezze dell’animo umano, che ne rendevano il comportamento alla fine inqualificabile.

Al contrario la figura del signor barone, il nobiluomo tedesco padrone delle terre e dei boschi intorno al suo castello, e padrone alla fine del destino dei suoi fittavoli, usciva dal racconto di Blaumanis, secondo Zālīte, fin troppo bene: sembra che il barone sia l’angelo buono, e il contadino lettone il diavolo maligno, che inganna, ruba, appicca il fuoco, è testardo, vendicativo“.

“Andriksons” occupa un posto molto particolare nella letteratura lettone di fine ottocento. E’ una delle opere letterarie di Blaumanis che meglio descrive il mondo rurale dell’epoca in Lettonia, la dicotomia fra la nobiltà di origine tedesca, i cosiddetti “bāltvacieši” (tedeschi baltici), e il popolo contadino lettone, che da poco aveva acquisito la libertà dal servaggio e iniziava a ritagliarsi, insieme alle terre che poteva infine coltivare per sé, anche uno spazio identitario e nazionale, che sarebbe presto sfociato nei moti rivoluzionari del 1905 e poi nella lunga marcia verso l’indipendenza, conquistata nel 1918.

Se Augusts Deglavs in quello stesso periodo descriveva la lotta per la supremazia fra tedeschi e lettoni nel contesto urbano, con il suo romanzo “Rīga”, Blaumanis, il cantore per eccellenza del mondo rurale lettone di quegli anni, racconta quello stesso contrasto nelle campagne. E “Andriksons” è una delle opere di Blaumanis che meglio si inserisce in questo contesto.

Non si può dar torto a Pēteris Zālīte: nel racconto di Blaumanis il barone tedesco appare in tutta la sua magnanimità e generosità, prende a cuore il destino di Andriksons, lo deve, pur controvoglia, punire per il furto di alberi che lo stesso Andriksons gli ha confessato, ma cerca di farlo attraverso la pena più mite possibile. E Andriksons  per contro agisce davvero con spirito vendicativo, senza curarsi delle conseguenze del suo gesto, il più tremendo e indicibile che può nascere da un cuore lettone, l’incendio di un intero bosco. Si capisce che per la pubblicistica in lingua lettone del tempo, che cercava di affermare con forza il diritto dei lettoni ad usare la propria lingua, la propria cultura, ad avere un’istruzione pari a quella dei tedeschi, “Andriksons” potesse in un primo momento apparire persino sconcertante.

Sarà l’editore “Jaunā Raža” a pubblicare sempre nel 1899 l’edizione originale lettone del racconto, che resterà una delle perle, fra le tante, nella produzione narrativa dello scrittore. Blaumanis aveva scelto la via più ardua, ma certamente anche la più interessante, la più onesta, per descrivere nel suo stile neorealistico, la situazione storica e sociologica del mondo rurale dei suoi anni e gli sforzi coraggiosi e ardui del popolo lettone di affrancarsi dalla supremazia della nobiltà tedesca.

“Andriksons” è un racconto che non scansa la complessità dell’animo umano, le sfaccettature della vita, vi si getta anzi dentro. Prima ancora di una società racconta degli individui che la abitano, delle loro debolezze, il loro orgoglio, la cedevolezza alle passioni e agli inganni. Amore e odio, vendetta e giustizia sociale ed individuale, restano i soggetti principali di questo racconto. E la penna di Blaumanis li ha saputi descrivere come nessun altro, nella sua epoca, nel suo paese.

Chi è Paolo Pantaleo

Giornalista e traduttore, Firenze-Riga. Jau rīt es aiziešu vārdos kā mežā iet mežabrāļi

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