ASIA CENTRALE: L'Uzbekistan guarda sempre più alla Cina

L’Asia Centrale è in fermento. La nascita di nuove potenzialità economiche e politiche dopo lo sfaldamento dell’URSS, il crescente interesse delle grandi potenze, soprattutto USA e Cina, hanno creato un rimescolamento dei rapporti che, anche a breve termine, non lascerà in vita nulla, o quasi, degli „equilibrii prefabbricati” che caratterizzavano la regione ai tempi delle repubbliche sovietiche. I singoli stati sorti da quelle repubbliche svolgono sempre più una politica impostata non più sugli „interessi d’area” ma sugli interessi concreti dei singoli paesi come vengono percepiti dalle èlites politiche ed economiche al potere. E questo indipendentemente dagli sforzi del presidente russo Vladimir Putin di incollare insieme una specie di Unione Sovietica „soft” che dovrebbe rafforzare, da un lato, la presenza russa e, dall’altro, ricreare un’atmosfera di solidarietà d’area quale si pretendeva esistesse ai tempi sell’URSS. Senza contare che queso progetto, detto di „Unione Euroasiatica”, sorretta dall’”unione doganale” di Russia, Bielorussia e Kazakhstan, ha probabilmente subito il colpo di grazia con la guerra in corso tra Russia e Ucraina.

Un fattore spesso trascurato ma che ha la sua importanza nel fissare ad un buon livello le relazioni della Cina con i paesi dell’Asia Centrale è quello psicologico. I cinesi non si presentano con la supponenza dei sovietici che volevano in tutto manifestare la loro superiorità. I cinesi si astengono da tutte quelle manifestazioni, caratteristiche del comportamento sovietico, che tendevano a sottolineare la subordinazione delle popolazioni centro-asiatiche all’autorità, anche culturale, dell’Unione Sovietica (o, spesso, della “Russia”). I cinesi non si sono mai proclamati “fratelli maggiori” dei popoli dell’Asia Centrale come i sovietici si autoproclamavano “staršie brat’ja” di questi stessi popoli. Né, per esempio gli uzbeki sono più costretti a cantare un “inno nazionale” come quello sovietico, offensivo per la loro dignità in quanto incominciava con un verso di omaggio ad un altro popolo: “As-salām, rūs xalqi, büyük āghamiz” (“Salve, popolo russo, nostro grande fratello maggiore”, o “signore”, a seconda dell’interpretazione della parola āgha).

Mentre la Cina approfondisce i legami economici con l’Uzbekistan, soprattutto nel settore delle telecomunicazioni, questi sviluppi non producono un’alleanza strategica più profonda tra i due paesi. Evidentemente a Tashkent ci si rende conto che all’Occidente il paese serve più che altro come una piazza d’armi nella regione, perciò i nuovi „amici”, europei e soprattutto americani, non esiteranno a provocare un cambiamento di regime in Uzbekistan se sarà necessario per raggiungere i propri fini. Anche per ridurre al minimo i possibili rischi di una collaborazione con l’Occidente, Karimov e i suoi accoliti hanno deciso di rafforzare le relazioni con la Cina. Pechino, a sua volta, si accorge benissimo della politica oscillante svolta da Tashkent, ma la RPC ha i suoi interessi e perciò i suoi dirigenti hanno deciso di accettare la mano tesa.

Dopo le “rivoluzioni colorate” nell’autunno del 2003 e l’insurrezione di Andizhan del maggio 2005, l’Uzbekistan si era decisamente volto verso la Russia e la Cina a discapito degli Stati Uniti. Benchè Karimov ora stia cercando, come abbiamo accennato, un nuovo sponsor che gli offra protezione politica, assistenza militare e compensazioni finanziarie che lo risarciscano dall’uscita, nell’anno in corso, degli USA dalla regione, in primo luogo dall’Afghanistan, Pechino non ha la capacità e la volontà di proporre a Tashkent lo stesso livello di protezione del suo “benefattore” precedente.

Prendiamo il maggior paese, dal punto di vista della popolazione, l’Uzbekistan: questo paese attribuisce la priorità alla Cina e sta mettendo a punto le condizioni più favorevoli per gli investimenti cinesi. Questo e` stato il tema principale in agenda durante la recente visita del presidente uzbeko Islam Karimov in Cina. Fra l’altro Tashkent (Toshkent, secondo la nuova ortografia) ha chiarito la propria linea che consiste, per così dire, nel tenere contemporaneamente il piede in due scarpe, quella occidentale e quella orientale. La Cina ha stabilito relazioni diplomatiche con l’Uzbekistan ed altri paesi dell’Asia Centrale nel 1992. Solo 20 anni dopo, nel giugno 2012, durante una visita ufficiale in Cina del presidente uzbeko Islam Karimov, i due paesi firmarono una “Dichiarazione di partenariato strategico”, elevando così il livello delle loro relazioni.

Ancor prima, nell’ottobre 2011 a Pechino Uzbekistan e Cina avevano istituito un comitato intergovernativo sulla cooperazione nelle sfere economico-commerciale, degli investimenti, della sicurezza, nella sfera culturale-umanitaria, dell’energia, dei trasporti, in quella tecnico-scientifica.

L’Uzbekistan fornisce al mercato cinese fibre di cotone, fertilizzanti minerali, gas naturale, metalli non ferrosi e altri beni. Una delle aree prioritarie di cooperazione si trova nella sfera dell’energia; due gasdotti sono già operativi ed esistono piani per la costruzione di altri due nel prossimo futuro. La Cina è uno dei più grandi investitori nell’economia dell’Uzbekistan, al livello di 6,5 miliardi di dollari e attualmente 488 compagnie cinesi sono in funzione in Uzbekistan. La Cina è il terzo partner commerciale dell’Uzbekistan dopo la Russia e l’Unione Europea; circa il 13% del commercio estero uzbeko è diretto verso la Cina. Ma l’Uzbekistan, ovviamente, un partner commerciale minore per la Cina: meno dello 0,1% del commercio estero cinese ha per oggetto l’Uzbekistan. Quindi il rapporto economico fra Uzbekistan e Cina è asimmetrico. Per di più solo il 9% del commercio complessivo cinese con l’Asia Centrale riguarda l’Uzbekistan, mentre il Kazakhstan è il maggior partner commerciale della Cina nella regione con il 70%.

Fra i risultati più importanti dei negoziati cino-uzbeki vi è la creazione di una joint venture per la costruzione e la successiva gestione della quarta linea del gasdotto Asia Centrale – Cina (la cosiddetta „diramazione D”). Il gasdotto prenderà l’avvio in Turkmenistan e attraverserà anche il territorio dell’Uzbekistan. Tuttavia il ruolo di questa repubblica non si esaurirà in quello di paese di transito. Oltre che gas turkmeno, la diramazione convoglierà anche gas uzbeko. Inoltre durante la visita di Karimov la compagnia uzbeka „Navoi-Azot” (curiosamente chiamata con il nome del maggior poeta uzbeko, Alisher Navā’i, XV sec.) e la corporazione „China CAMC Engineering Co Ltd” hanno firmato un accordo per la costruzione di un complesso chimico nella città di Navoi. Questo stabilimento produrrà polivinilchlorid, soda caustica e metanolo. La somma complessiva del contratto supererà i 400 milioni di dollari.

I risultati raggiunti hanno rafforzato quelli della visita compiuta l’anno scorso dal presidente della Repubblica Popolare in Uzbekistan. In quella occasione le parti confermarono il carattere strategico dei rapporti reciproci di Pechino e Tashkent e conclusero contratti per 15 miliardi di dollari. Molti di questi progetti sono già divenuti realtà. Per esmpio, la zona industriale speciale Dzhizak, dove grazie agli sforzi congiunti delle compagnie cinesi e uzbeke, vengono prodotti telefoni cellulari, ascensori, materiali da costruzione ecc. Il livello di collaborazione raggiunto, comprendendovi anche gli accordi attuali, è in grado di trasformare l’Uzbekistan nel più grande partner commerciale della Cina in Asia Centrale.

motivi che ispirano la Cina sono stati apertamente illustrati da Xi Jinping nel suo incontro con Karimov. In primo luogo la Cina propone di creare un sistema di trasporti sulla traccia della Via della Seta, un progetto grandioso di integrazione economica e, in prospettiva, politica dell’Asia sotto l’egida della Cina. In secondo luogo i contratti energetici che permettano a Pechino di soddisfare il fabbisogno sempre crescente di idrocarburi. E infine, il settore della sicurezza.La situazione tutt’altro che tranquilla nel Distretto autonomo di Xinjiang-Ujghur (la zona nel nord-ovest della Cina abitata in prevalenza dagli ujghuri, turcòfoni e musulmani sunniti) costringe le autorità cinesi ad un rapporto molto prudente con i vicini dell’Asia Centrale. Secondo il presidente della RPC, nel corso della visita le parti hanno raggiunto un’identità di vedute sulla necessità di conservare inalterate la sovranità e l’integrità territoriale dei due stati impegnandosi anche a continuare la lotta contro il terrorismo e l‘estremismo. In altre parole, l’Uzbekistan (anch’esso turcòfono e musulmano sunnita) promette di non appoggiare i nazionalisti ujghuri in Cina in cambio dell’impegno di Pechino a non sostenere minoranze ribelli in Uzbekistan, come quella dei karakalpaki. D’altra parte la politica oscillatoria scelta da Tashkent, secondo molti esperti della regione, non potrà funzionare ancora a lungo. Prima o poi il governo uzbeko dovrà fare una scelta e quanto prima lo farà, tanto meglio sarà per esso stesso. L’esempio dell’Ucraina conferma il pericolo di tenere il piede in due scarpe contemporaneamente.

Ma torniamo al viaggio di Islam Karimov in Cina che si è svolto il 19-20 agosto 2014. I media di stato dell’Uzbekistan hanno esaltato i suoi risultati come l’inizio di una nuova epoca e non hanno lesinato frasi sonanti sul carattere storico dell’avvenimento. Qualche motivo di ottimismo effettivamente c’è, anzi, i motivi non sono pochi. Complessivamente le due parti hanno sottoscritto più di 20 accordi di cooperazione per una somma di oltre 6 miliardi di dollari. Si tratta di joint ventures nel campo dei trasporti, dell’energia e perfino della microelettronica. Ma il principale documento al quale hanno apposto la loro firma Islam Karimov e Xi Jinping è il „Programma di sviluppo dei rapporti di partenariato strategico per il 2014-2018”.

Eppure non si può parlare di una piena identità di obiettivi fra i due paesi. Ognuno dei due contraenti persegue determinati fini del tutto pragmatici. Tashkent sta cercando di trovare un nuovo appoggio politico ed economico internazionale. L’orientamento dell’Uzbekistan, divenuto chiaramente riconoscibile negli ultimi anni, verso lo sviluppo dei rapporti con l’Occidente, non ha esonerato i detentori del potere da una dura critica per il suo autoritarismo accompagnato dalla limitazione dei diritti dell’uomo.

Chi è Giovanni Bensi

Nato a Piacenza nel 1938, giornalista, ha studiato lingua e letteratura russa all'Università "Ca' Foscari" di Venezia e all'Università "Lomonosov" di Mosca. Dal 1964 è redattore del quotidiano "L'Italia" e collaboratore di diverse pubblicazioni. Dal 1972 è redattore e poi commentatore capo della redazione in lingua russa della radio americana "Radio Free Europe/Radio Liberty" prima a Monaco di Baviera e poi a Praga. Dal 1991 è corrispondente per la Russia e la CSI del quotidiano "Avvenire" di Milano. Collabora con il quotidiano russo "Nezavisimaja gazeta”. Autore di: "Le religioni dell’Azerbaigian”, "Allah contro Gorbaciov”, "L’Afghanistan in lotta”, "La Cecenia e la polveriera del Caucaso”. E' un esperto di questioni religiose, soprattutto dell'Islam nei territori dell'ex URSS.

Leggi anche

Gli ebrei di Buchara, un filo che rischia di spezzarsi

L'Asia Centrale riserva sempre delle Storie degne di essere raccontate, una di queste è quella degli ebrei di Buchara. Una comunità che risiede nella città da secoli ma che rischia di scomparire, portando con sè una parte dello stesso Uzbekistan.

Un commento

  1. Pietro Vecchio

    il Ministero degli Affari Esteri dovrebbe stanziare una cospicua somma per East Journal perchè siete decisamente più preparati dei soggetti operanti alla Farnesina.E’ vero che non è necessario un cospicuo livello intellettivo per raggiungere tale risultato stante il non valore della controparte.La mia affermazione è attestata dalla voluta ignoranza pur di supportare Djukanovic e Serbia