UNGHERIA: Le due facce di Viktor Orban. Liberista sfegatato ma non liberale

Che sia in bene o in male, una cosa è certa: di Viktor Orban se ne parla. Il primo ministro ungherese non ha mezze misure, o piace molto o non piace affatto. In Europa ha generato due correnti di pensiero discordanti: i più radicali prendono l’Ungheria come modello antieuropeista da seguire, mentre altri condannano il premier etichettandolo come dispotico e altri usano persino il termine “fascista”.

Alle elezioni di aprile 2014, il suo partito Fidesz ha ottenuto quasi un plebiscito con il 44% dei voti e due terzi dei seggi in parlamento. Vittoria prevista, ma che non uguaglia quella ottenuta quattro anni fa, con il 52% di voti ricevuti. Ad eccezione di Giustizia e Sviluppo della Turchia di Erdogan, Fidesz è molto probabilmente il partito più votato in Europa.

Una cosa bisogna ammetterla: ha saputo vendersi bene. Negli anni ’90 Fidesz seguiva un’onda di liberismo economico, tra privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica e flessibilità nel mercato del lavoro. Durante il suo primo governo, l’Ungheria è entrata nella Nato e si è avvicinata agli Stati Uniti grazie alla partecipazione alle missioni ISAF in Afghanistan. Fidesz, inoltre, ha fatto il suo ingresso nel 2000 nel Partito Popolare Europeo.

Orban torna al governo nel 2010, in un paese devastato dalle scelte poco sagge di un governo di sinistra. L’Ungheria è stata uno dei primi paesi a risentire della crisi già nel 2006 e i socialisti, per evitare la bancarotta, hanno ottenuto un prestito dal Fondo Monetario Internazionale di 20 miliardi di dollari in cambio di misure di rigore ed austerità che hanno aggravato la già disastrosa situazione economica e politica del paese, facendo nascere movimenti nazionalisti.

Il partito di Orban ha cavalcato l’onda del malcontento senza bagnarsi minimamente. Inoltre, l’opposizione era praticamente inesistente. La sinistra ha avuto l’idea poco astuta di ricandidare l’ex premier Ferenc Gyurcsany, appoggiato da un partito frammentario, disorganizzato e privo di qualsiasi ideologia se non pura coalizione. Un iter molto simile all’ascesa al potere di Berlusconi in Italia.

Come prima cosa, il premier ha dato una svolta antidemocratica al paese, creando un governo “personalizzato”, con uomini di fiducia del suo partito a ricoprire le cariche più importanti, partendo proprio dall’ex presidente della repubblica Pal Schmitt, membro di Fidesz.

I dati positivi sono evidenti, dal saldo del debito con il FIM al PIL in aumento, passando per il tasso disoccupazione notevolmente più basso (dall’11,8 del 2013 all’8,6% del 2014). L’Ungheria è uscita dal Fondo Monetario Internazionale per valorizzare la Banca Nazionale Magiara, ha rilanciato l’economia interna e risolto alcune problematiche sociali. Ma non è tutto rose e fiori come può sembrare.

La ripresa del settore manifatturiero è dovuta in gran parte agli investimenti stranieri e alle esportazioni, soprattutto verso la Germania. Questo stride molto con il principio di autogestione, perno della propaganda elettorale di Orban.

Anche mettendo in atto la sua politica economica – detta Orbanomics – sa bene dove porsi dei limiti per non destare troppo le autorità di Bruxelles e mantenere i rapporti cordiali. Il saldo del debito stesso di 20 miliardi con il FMI, ripagato con un anno di anticipo, ha capitali di provenienza ignota. Si presume vengano da una finanziaria americana, che ha prestato una somma di denaro ingente al governo, con un tasso più alto di quello europeo. Una vera mossa di facciata per una propaganda interna più efficace.

Se guardiamo un quadro generale, è vero sì che le bollette sono state ridotte notevolmente, ma d’altro canto l’Iva è al 27%, il reddito pro-capite si può paragonare a quello della Bulgaria o Romania, il fiorino è svalutato e un terzo della popolazione vive in condizioni miserabili.

Orban, nonostante accusi in prima persona l’Europa di oppressione nazionale, non ha nessuna intenzione di uscirne totalmente tant’è che José Maria Barroso è stato uno dei primi a congratularsi per la vittoria schiacciante alle elezioni. Come scrive Troiano: “facendo la voce grossa contro l’Europa in casa propria salvo poi genuflettersi ogniqualvolta si recava a Bruxelles.”

Un altro punto importante del governo Orban è stato un vero e proprio golpe bianco, che ha portato a sostanziali modifiche nella costituzione. Vengono attuati cambiamenti liberticidi, quali limitazioni a potere giudiziario e alla libertà di stampa. Viene rivendicato il ruolo del cattolicesimo (curioso il fatto che il premier sia calvinista), riconosciuto il matrimonio solo tra uomo e donna, la tutela del feto sin dal concepimento e si fa luce sull’importanza del battesimo. Inoltre ci si riferisce all’Ungheria non più come repubblica, bensì come “grande nazione magiara”, esaltando “la sacra corona di re Stefano”. Tutt’altro che democrazia.

Orban ha attuato un vero e proprio governo “cocktail“: abbondanti dosi di autoritarismo, un pizzico di nazionalismo, una spruzzata di antieuropeismo e una fetta di anticomunismo.

Chi è Giulia Pracucci

Classe 1991, laureata in Mediazione Linguistica e Culturale con una tesi sulla carriera degli interpreti dei dittatori. Dopo aver passato un inverno in Lettonia e una primavera in Germania, si stabilisce a Budapest dove vive e lavora da quasi tre anni.

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2 commenti

  1. Leggo spesso East Journal. Resto quindi basito davanti ad una tale accozzaglia di luoghi comuni, banalità ed imprecisioni.
    Nel titolo si fa riferimento al liberismo di Orbán.
    Da quando Orbán è nipotino della Thatcher o di Reagan? La sua politica sui fondi pensione è liberista? Quella sulle banche è liberista? Quella sul tabacco è liberista? L’assunzione di migliaia di persone per lavori socialmente utili è liberismo? Forse solo la “flat tax” del 16% ha un sapore thatcheriano. Ma tutta la politica di Orbán, (piaccia o non piaccia s’intende) è il contrario del liberalismo economico.
    Nell’articolo si elencano alcuni dati economici buttati un po’ a casaccio. L’aver chiuso il rapporto con il FMI non ha impedito al governo di raggiungere due fondamentali obiettivi: contenimento del debito pubblico e riduzione del deficit. Questi sono i due indubbi successi.
    L’economia sembra dare segnali positivi grazie anche agli investimenti in terra magiara di molte aziende straniere e questo è un fatto da sottolineare come positivo che non stride affatto con certe indubbie sparate demagogiche sull’Europa (più riferite a banche, assicurazioni). Anzi, Orbán sembra orientato proprio a cercare altri investimenti persino fuori dall’Europa (vedi Russia, Cina ecc.) e lo dichiara apertamente.
    Dire “sono scese le bollette, ma è aumentata l’IVA” cosa significa? Cosa c’entra relazionare due provvedimenti tra cui non vi è alcun nesso? Gli stipendi ed il reddito medio ungherese sono certamente bassi rispetto alla media UE, ma il riferimento a Bulgaria e Romania è totalmente fuori luogo. Sono Rep Ceca, Slovacchia e Polonia i riferimenti da considerare. Stendiamo un velo pietoso sull’affermazione che “ un terzo degli ungheresi vive in condizioni miserabili”… Ma chi ha scritto l’articolo sa cos’è la miseria?
    Il golpe bianco. Ma quale golpe? La costituzione è stata cambiata tramite regolare iter democratico. Aggiungo che si trattava di una dichiarata (e dunque mantenuta), promessa in campagna elettorale. Indubbiamente si tratta di una costituzione con forte impronta conservatrice e con significativi richiami alla tradizione. E allora? Discutibile magari (per qualcuno), ma… l’antidemocraticità dov’è? Valgono solo richiami costituzionali progressisti o liberal? E’ senza dubbio vero invece che i riferimenti al potere giudiziario sono decisamente criticabili. Ma quale Paese e quale costituzione no ha lacune o non presenta ambiguità? L’Ungheria è un Paese pienamente libero e democratico.

  2. Ho il sospetto che il titolo sia stato forzato, dato che Orban è prima di tutto uno statalista. Invece chi è Troiano, che viene citato con il solo cognome, dando modi di pensare che sia così autorevole? Due parole sull’autogestione, principio citato sia qui che in Troiano. Se di solito l’autogestione è considerata un modello di organizzazione del lavoro, forse l’autrice si è confusa con l’autarchia.

    M.

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