UCRAINA: Una rampante holding mafiosa

di Matteo Tacconi

da Narcomafie

Traffico di eroina, contrabbando e racket della prostituzione sono le attività più lucrative della mafia ucraina. Una piovra in grado di controllare i confini del più esteso Stato europeo con relativa tranquillità, forte della debolezza delle istituzioni e dell’indigenza della popolazione

Oggi la mafia ucraina punta forte sull’eroina. Le statistiche relative ai sequestri effettuati nel 2006 lo testimoniano. Il sito di Radio Free Europe (www.rferl.org), emittente finanziata dal Congresso americano e bene informata sulle questioni relative al narcotraffico nell’area post sovietica, riferisce che da gennaio a luglio dello scorso anno i servizi di sicurezza ucraini (Sbu, Sluzhba Bespeky Ukrayiny) hanno sequestrato 460 chilogrammi d’eroina. Una quantità sbalorditiva, che avrebbe fruttato in termini economici oltre 32 milioni di dollari e che eguaglia – è questo il dato più sconcertante – l’ammontare di eroina sequestrato negli ultimi quindici anni e che costituisce solamente una minima parte della quantità di polvere bianca circolata tra Kiev, Donetsk, Odessa, Leopoli e le altre città del paese.

Il traffico di eroina. I dati del 2006 hanno un duplice significato. Da una parte, la mafia ucraina ha compiuto un salto di qualità inatteso. Dall’altra le istituzioni, finora deboli nel fronteggiare il problema, hanno iniziato a prendere la questione di petto, consapevoli delle ricadute destabilizzanti che i grandi traffici internazionali potrebbero avere sulla fragile democrazia ucraina, messa a dura prova dalle vicende politiche dell’ultimo triennio, contrassegnate dalla persistente lotta tra il blocco arancione di Viktor Yuschenko e Yulia Tymoshenko e i filo-russi, dalla lacerazione tra l’occidente rurale attratto dalle sirene euro-atlantiche e l’oriente industriale, che guarda a Mosca. Da cambi di casacca, tradimenti, pugnalate alle spalle e trame dal sapore golpista.
Radio Free Europe sottolinea come a determinare l’escalation del traffico di eroina concorrano diversi fattori, ognuno decisivo. C’è, innanzitutto, la questione delle frontiere sguarnite tra Ucraina e Russia. Attraverso i varchi non presidiati penetrano, spesso nascosti nelle autocisterne, i carichi di eroina provenienti dalle steppe dell’Asia Centrale, regione che si sta sempre più ritagliando un ruolo d’avanguardia nella coltivazioni di papaveri. È poi l’Ucraina stessa, trasformatasi in un laboratorio per la raffinazione della merce, a favorire la presenza di un sempre più consistente flusso di narcotici. In maniera particolare, è nelle sterminate campagne del versante occidentale ucraino, nei piccoli villaggi, che i signori della droga allestiscono i laboratori. «Negli ultimi tempi – racconta Olha Gopanchuk, interprete dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) – leggo quasi quotidianamente notizie relative a casolari trasformati in centri di smistamento o lavorazione». Altra ragione del grande balzo in avanti: la corruzione, diffusa, tra i ranghi della polizia di frontiera. La guerra alle cosche, per Kiev, sarà una strada tutta in salita.

Prima regola: diversificare le rotte. Non sono soltanto terrestri le frontiere dove si registra il passaggio di trafficanti e polvere bianca. Negli ultimi anni le acque del Mar Nero sono state solcate da un crescente numero di bastimenti, carichi di droga. Il Mar Nero rientra nella strategia di diversificazione dispiegata dai monarchi del narcotraffico. Certo: la tradizionale via balcanica, lungo la quale viene trasportato l’oppio afghano destinato ai mercati europei, è oggi più attiva che mai. La situazione politica incerta della regione post jugoslava, i vuoti legislativi e i conflitti latenti hanno favorito, complice la formidabile ripresa della produzione oppiacea a Kabul – secondo Irin (www.irinnews.org), l’agenzia di stampa dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento delle azioni umanitarie, nel 2006 sono state esportate 6100 tonnellate, il doppio rispetto al 2005 – il ritorno ai vecchi fasti dei traffici balcanici, particolarmente intensi nel Kosovo e nella Bosnia, le due regioni politicamente più instabili dell’area. Tuttavia i trafficanti, in maniera lungimirante, hanno iniziato a diversificare le rotte. Questo perché i Balcani, fedeli alla loro tradizione di polveriera, sembrano nuovamente pronti a esplodere. Il dopoguerra, dopo un’iniziale parentesi di distensione, è stato gestito in maniera superficiale dalla comunità internazionale e ora tutti i nodi stanno venendo al pettine. La Bosnia, devastata dalle tensioni tra i serbo-bosniaci e la componente (maggioritaria) musulmana, è sull’orlo di una crisi di nervi. Il Kosovo, dove serbi e albanesi, accertata l’impossibilità di pervenire a una definizione diplomatica del futuro assetto della regione, paiono pronti a dissotterrare nuovamente l’ascia di guerra, pure. Si preannunciano tempi incerti e un aumento della vigilanza e della presenza dei contingenti internazionali. Ciò potrebbe comportare, per i trafficanti, qualche rischio di troppo. Meglio, dunque, ricalibrare le strategie.

La cooperazione con la mafia turca. In questo senso la rotta marittima Istanbul-Odessa appare sicura (sicure appaiono anche le sguarnite coste ucraine, dove spesso gli oppiacei vengono depositati e tenuti nascosti prima di essere smistati verso l’interno del paese). Mafiosi ucraini e turchi vi hanno infatti posato gli occhi e la cooperazione tra le due cupole pare funzionare. A certificarlo sono le cronache, che ricordano come i narcotrafficanti turchi siano stati colti con le mani nel sacco nei grandi sequestri di eroina del 2006: è il caso dell’operazione di Kherson (febbraio 2006), località non distante dal porto di Odessa, dove le forze dell’ordine hanno fermato un furgoncino che trasportava 124 chili di eroina, a bordo del quale è stato identificato un malavitoso turco. Oppure, sempre nel 2006, dell’arresto di un altro uomo con passaporto turco, intento a caricare in un’auto 114 chilogrammi di polvere bianca, nella zona centrale della capitale Kiev.

L’Aids, il fronte interno. Ma i fiumi d’eroina che circolano in Ucraina non sono solamente destinati all’estero. A partire dalla metà degli anni Novanta è cresciuta esponenzialmente anche la domanda interna. È, questa, una dinamica tipica dei paesi post comunisti. Il libero mercato ha forgiato un’élite economica che vanta oggi grandi disponibilità di denaro e “investe” in polvere bianca. Da Mosca a Kiev e nei vecchi paesi d’oltrecortina i nuovi ricchi “si fanno” e all’interno della comunità dei tossicodipendenti la contrazione dell’Hiv e in una fase successiva l’evoluzione del virus in Aids, dovuta principalmente a scambio di siringhe infette, aumenta in maniera drammatica. Dati alla mano, risulta evidente che tale questione ha assunto in Ucraina le dimensioni di una vera e propria catastrofe sociale, che rischia di sbriciolare l’intero sistema socio-economico, già minato dalla decrescita demografica. La crisi delle culle, in Ucraina, è infatti piuttosto consistente: tra il 1991 e il 2003 la popolazione complessiva del paese (46 milioni e 300mila persone al luglio del 2007, secondo il World Fact Book della Cia) è diminuita di quattro milioni. Il fatto che i casi di Aids si moltiplichino giorno dopo giorno, colpendo impietosamente la fascia d’età compresa tra i venti e i trentaquattro anni e generando le condizioni per un aggravamento della crisi demografica, induce a formulare previsioni pessimistiche sul futuro ucraino. L’aumento dei casi di Hiv, si legge in un dettagliato rapporto della Banca Mondiale (Socioeconomic Impact of Hiv/Aids in Ukraine, 2006), «è diventato il più serio ostacolo alla crescita economica». Lo stesso documento evidenzia come nel 2003 i casi di contrazione dell’Hiv siano stati 360mila. L’anno successivo 477mila. In prospettiva, secondo i calcoli della Banca Mondiale, il numero delle persone infette potrebbe addirittura essere pari, nel 2014, a 820mila. Ciò andrebbe a produrre ricadute preoccupanti: costi sociali crescenti, calo progressivo del prodotto interno lordo, crollo degli investimenti dall’estero. Uno scenario fino a poco tempo fa imprevedibile. Nel 1991 i casi di Hiv si contavano sulla punta delle dita. Allora le frontiere erano ermetiche. L’Asia Centrale, l’Ucraina e la Russia erano parte di un’unica nazione. La Turchia, stato membro della Nato e alleata dell’Occidente, era “distante” e pochi erano i bastimenti che solcavano il Mar Nero, lungo la rotta Istanbul-Odessa.

1991: il big bang del narcotraffico. L’Ucraina sovietica è però un ricordo lontano. A 17 anni dal crollo dell’Urss le cose sono profondamente cambiate. Nel 1991 la diffusione degli stupefacenti aveva dimensioni risibili. Il problema era inoltre sottaciuto. Quel poco di informazione che filtrava riguardava le conquiste e i successi del “mondo nuovo”. Sull’altra faccia, quella dolorosa, della società sovietica calavano veline ministeriali. Esilii, espulsioni, accanimento contro i cittadini, povertà, crisi economiche, disastri sociali. Ciò che veniva incolonnato nei giornali, trasmesso alla radio o bucava lo schermo (dipende ovviamente dalle epoche) era solo una parte infinitesimale del mondo reale. Questione di accerchiamento esterno, di lotta serrata con il demone occidentale. Il sistema sovietico era un grande salone insonorizzato. Venne poi la glasnost (trasparenza) di Mikhail Gorbachev, l’ultimo segretario generale del Partito comunista dell’Urss. Il sistema cominciò magicamente a dischiudersi, i notabili di Mosca iniziarono a denunciare i mali del paese, questioni economiche e sociali alle quali era stata prima applicata la sordina.
Siamo nella seconda parte degli anni Ottanta e i cittadini sovietici – inclusi gli ucraini – apprendono una notizia che ha dello sconcertante: nell’Urss circolano narcotici. A rompere il silenzio, in merito a una vicenda fino a quel momento sconosciuta, usata soprattutto a scopi propagandistici contro l’Occidente vizioso e dai costumi corrotti, è l’allora ministro degli Interni Alexander Vlasov, che snocciola sulla «Pravda», il giornale del partito, dati e dettagli dell’operazione Poppy 86 (poppy sta per papavero, 86 indica l’anno), tesa a sgominare il narcotraffico. Sono 46mila i cittadini sovietici che soffrono di tossicodipendenza. Una cifra che mette i brividi, rispetto a quella del 1984 (2500), volutamente tenuta bassa dalle autorità. Vlasov rivela inoltre – ce lo ricorda una vecchia edizione del settimanale americano «Time» – che oltre quattromila, tra piccoli spacciatori e squali del narcotraffico, sono stati arrestati e che le autorità hanno distrutto 250mila ettari di coltivazioni abusive di oppio. Proviene dall’Asia centrale.
Cinque anni dopo l’annuncio di Vlasov crolla il gigante sovietico. Il Muro di Berlino, abbattuto due anni prima, sprigiona una reazione a catena che porta i paesi dell’Europa orientale all’affrancamento da Mosca e spinge la crisi fino al cuore dell’impero. La stella di Mikhail Gorbachev smette di brillare. L’uomo che aveva contribuito alla distensione internazionale non riesce a gestire il disfacimento interno e viene travolto dagli eventi. Sale al potere Boris Eltsin, il corvo bianco. Le repubbliche che componevano l’Urss prendono ognuna la propria strada. È inevitabile che sia così. La costituzione sovietica garantisce loro il diritto alla secessione. Viene da chiedersi: perché non è stato mai brandito prima? Semplice. Perché nonostante l’architettura federale dello Stato e il riconoscimento, sulla carta, di ampie libertà – secessione compresa – è il partito che, sulla base del centralismo, indossando i panni del Leviatano, del gendarme, tutela l’unità dello Stato. Meglio ancora: la impone.

Kiev, storia di successo? Morto il partito, morta l’Unione Sovietica. Le repubbliche dell’Urss, dalla Georgia all’Armenia, dall’Uzbekistan ai paesi baltici, dichiarano l’indipendenza. I primi anni Novanta sono durissimi. Disoccupazione, inflazione, povertà, bambini abbandonati, fughe all’estero. Il sistema sociale collassa. La popolazione soffre, i nuovi governanti stentano a trovare rimedi e strumenti per arginare il cataclisma sociale. Ma c’è chi, da questo drammatico marasma, riesce a trovare benefici. Sono i vecchi refusnik sovietici, la folta schiera di oppositori espulsi da Mosca. Tra loro si annidano anche criminali, gente con la fedina sporca. Durante l’esilio in Occidente vengono in contatto con le mafie presenti in Usa, Canada, Sudamerica. Apprendono gli strumenti del mestiere: riciclaggio di denaro, estorsione, frodi fiscali, gestione delle grandi partite di droga. Il crollo dell’Urss è per loro una manna. In molti ritornano nelle rispettive patrie, con l’obiettivo di sfruttare l’anarchia economica e politica che domina la scena pressoché ovunque. In Ucraina questa strategia funziona. È comunque fuorviante ritenere che siano stati i refusnik i “padri fondatori” della mala ucraina. Profittatori, politicanti assetati di potere e criminali da strapazzo hanno fiutato subito l’occasione apertasi con la fine dell’era sovietica, quando trafficare era difficile, complici le frontiere, invalicabili.
Sono diversi i motivi del boom malavitoso ucraino. Conta, innanzitutto, l’estensione geografica del paese. L’Ucraina, con i suoi 603mila chilometri quadrati, è lo Stato più grande d’Europa. Difficile, quasi impossibile, controllarne l’intero territorio. Le attività criminose possono essere organizzate con una relativa tranquillità. Strategica, inoltre, la collocazione geopolitica. L’Europa non è lontana, la Russia è a due passi e la condivisione della frontiera con Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Moldavia e Bielorussia ha rappresentato una ghiotta occasione per impostare una diffusa “cooperazione” transfrontaliera, in ambito di traffici di droga e esseri umani, con le neonate mafie dei paesi limitrofi. Cooperazione che tutt’ora va avanti. Ma non è solo una questione di fattori geografici. Il crimine organizzato ha cavalcato al meglio il clima politico claudicante dei primi anni dell’indipendenza. La povertà ha facilitato i compiti della piovra ucraina, che ha potuto estendere i suoi tentacoli con estrema rapidità. I cartelli del contrabbando e del narcotraffico hanno reclutato manodopera. Lo stato d’indigenza di una buona fetta di popolazione e l’assenza di prospettive hanno portato migliaia di cittadini a rivolgersi ai potentati criminali, piccoli e grandi.

Donne, povere, emigranti, prostitute. Infine, il traffico di esseri umani. I trafficanti sono stati lesti, rispettando un copione buono per tutte le stagioni (vedi l’Albania del 1997 o la fascia settentrionale dell’Africa oggi) a sfruttare la “fuga” all’estero di centinaia di migliaia di uomini e donne, intenzionati a rifarsi una vita, a trovare qualche lavoro, a costruirsi uno straccio di orizzonte. I numeri spesso annoiano, ma servono anche a quantificare la grandezza di certi fenomeni. Dell’emigrazione ucraina, in questo caso. Stando alle statistiche del National Institute of International Security Problems di Kiev (www.niisp.gov.ua), tra il 1991 e il 2004 due milioni e mezzo di ucraini hanno lasciato il paese. Di questa cifra, una buona parte riguarda la migrazione verso le altre repubbliche post sovietiche. Nonostante questo, l’emigrazione verso occidente è stata più che sostenuta. Il caso italiano fa scuola. Nel nostro paese gli ucraini costituiscono, con 195mila presenze (secondo i dati dell’ultimo rapporto Caritas sull’immigrazione), il quarto gruppo nazionale presente sul nostro territorio, dopo romeni, marocchini e albanesi. L’esperienza italiana non è dissimile da quelle di altri paesi europei.
Difficile che, davanti a fenomeni migratori così massicci, la cricca dei trafficanti si lasci sfuggire un’occasione, facile facile, per moltiplicare i propri profitti. Così infatti è stato e a rimetterci – come spesso tristemente accade – sono state donne e ragazze. Ingannate dalla promessa di ottime buste paga, di una svolta economica e sociale. I trafficanti hanno spesso fatto ricorso (tuttora lo fanno) all’escamotage, rinomato, degli annunci pubblicati sui giornali allo scopo di catturare l’attenzione delle potenziali emigranti. Una volta contattati, garantiscono il viaggio verso il paese di destinazione, forniscono indirizzi, assegnano un’occupazione. Frottole. La realtà è che consegnano le emigranti nelle mani della mafia locale, dei sovrani del racket della prostituzione. Da Roma a Berlino, da Budapest ai paesi del Medio Oriente (numerose le ragazze dell’est che si ritrovano schiave nei bordelli della regione), le ucraine sono state vittime di soprusi e vessazioni. La rivista americana «Demokratizatsiya» (www.demokratizatsiya.org), ottima chiave di lettura per comprendere le dinamiche socio-politiche dell’area post sovietica, stimava nel 2003 che a partire dalla metà degli anni Novanta oltre 420mila donne ucraine sono finite nella rete dei pescicani della prostituzione, sottolineando come la ragione di una così alta cifra non dovesse essere imputata solamente alla povertà del paese di provenienza, ma anche al fatto che «molti paesi occidentali hanno imposto limiti restrittivi e quote all’immigrazione». Conseguenza: «Molte donne sono costrette a piegarsi alle richieste dei trafficanti se vogliono emigrare». Oggi il tenore di vita meno precario conquistato dall’Ucraina ha frenato questo fenomeno. Che continua comunque a essere presente, visibile. Non è casuale che il regista Giuseppe Tornatore abbia costruito la sceneggiatura del suo film La Sconosciuta (2006) intorno alle vicende di un’immigrata ucraina, schiavizzata e spedita sul marciapiede dai boss che di questo racket hanno fatto, insieme al traffico d’eroina, l’attività più lucrosa della loro holding mafiosa.

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