BOSNIA: La protesta continua, una marcia di sola andata

Da SARAJEVO – A tre mesi dallo scoppio delle proteste i mass media hanno smesso di seguire gli avvenimenti in Bosnia, ma le proteste iniziate a febbraio continuano a portare risultati.

Le vittorie dei plenum

La novità di queste proteste è stata la costituzione dei plenum, assemblee aperte a tutti i cittadini, senza leader, basate sul principio decisionale della democrazia diretta: una testa, un voto. “Dopo l’incendio degli edifici abbiamo sentito il bisogno di riunirci e di convertire tutta questa rabbia e violenza in qualcosa di costruttivo”, spiega Emin del plenum di Tuzla. “Si avvertiva il bisogno di un posto in cui poter parlare senza restrizioni, in cui tutte le vittime della disastrosa situazione economica e sociale in cui versa Bosnia potessero confrontarsi liberamente”. Cosi si sono costituiti plenum in circa 20 città – anche se al momento attuale alcuni non sono più attivi.

Le domande avanzate dai plenum, ed elaborate in seguito dai gruppi di lavoro tematici, sono specifiche: i cittadini chiedono ledimissioni del governo cantonale, la revisione del processo di privatizzazione dell’apparato industriale e la cessazione della vendita di beni pubblici, la sospensione dell’accusa di terrorismo per alcuni partecipanti alle proteste e la fine delle intimidazioni verso i manifestanti. La situazione rimane particolarmente tesa a Mostar, dove continuano le identificazioni e gli atti di intimidazione verso i volti noti della protesta.

Rivedere gli accordi di Dayton?

Dopo le proteste, alcuni governi cantonali hanno rassegnato le dimissioni, ma la differenza non è tangibile, dato che, spiega Jasmin Mujanovic, “il problema è legato alla disfunzionalità dell’intero sistema previsto da Dayton”. Alla domanda del perché tra le domande non appaia la richiesta di revisione del trattato di pace firmato nel 1995 a Dayton, Emir del plenum di Sarajevo spiega: “Sarebbe controproducente parlarne ora: se chiedessimo cambiamenti costituzionali, le proteste verrebbero lette come una minaccia all’integrità della Republika Srpska o un tentativo di accentramento del potere da parte di uno dei popoli costituenti. Finiremmo ingabbiati nella retorica etno-nazionalista che screditerebbe il nostro messaggio originale. Le persone di tutte le comunità chiedono lavoro, futuro e che i politici facciano il loro lavoro: queste domande sono trasversali e vogliamo che questo messaggio passi in modo chiaro”.

9 maggio: la marcia della libertà

Nel frattempo, il 7 maggio i cittadini dei plenum della Federazione di Bosnia-Erzegovina si sono messi in cammino per raggiungere Sarajevo a piedi. Si riuniranno con gli altri cittadini di fronte al governo federale venerdì 9 maggio. L’iniziativa, chiamata Marš Slobode, cioé “Marcia della libertà – Viaggio di sola andata”, è stata organizzata con l’intento di chiedere ancora una volta la dimissione del governo federale e l’accoglimento delle richieste elaborate dai plenum e già presentate alle autorità competenti.

Quale futuro per i plenum?

È ancora presto per sapere quale sarà il futuro dei plenum. C’è chi spera che diano vita ad un movimento che si batta per la giustizia sociale, chi si augura che riescano a costituire un partito politico diverso dai quelli esistenti, chi spera che riescano a svolgere una funzione di tipo correttivo o che diventino una sorta di consulte civiche. Molti riconoscono la difficoltà di mantenere in vita un soggetto in cui molte anime diverse si incontrano, e tra le quali non sempre è facile trovare un accordo. Il meccanismo della democrazia diretta, spiega Srdjan del plenum di Sarajevo, risulta ingestibile a lungo termine, proprio per l’incapacità di arrivare a decisioni consensuali su temi in cui diversi soggetti la pensano in modo completamente opposto.

Eppure, ammette Tijana, ricercatrice all’università, la forza dei plenum è proprio questa: essere riusciti a far ripartire il dialogo tra le persone, il dibattito e la voglia di partecipazione che negli ultimi vent’anni erano stati avvelenati dalla scarsa fiducia reciproca e dalla difficile ripresa, economica ma soprattutto umana, dalla fine della guerra. A detta di Jasmin, studente di Sarajevo, le persone hanno finalmente realizzato che l’unione fa la forza. “Lo ricordi il simbolo della bebolucija? Era un pugno chiuso. Il simbolo dei plenum ora sono due mani che si stringono: il pugno è lo stesso, ma si è aperto per unirsi ad altre mani”.

Una cosa, però, trova tutti d’accordo: se la classe politica non darà prova della propria volontà di cambiamento, i cittadini scenderanno di nuovo in strada. Questa volta, avvertono, le proteste potrebbero essere ancora piu violente di prima.

Foto: Abras Media

Chi è Chiara Milan

Assegnista di ricerca presso la Scuola Normale Superiore, dottorato in Scienze politiche e sociali presso l'Istituto Universitario Europeo di Fiesole (Firenze). Si occupa di ricerca sulla società civile e i movimenti sociali nell'Est Europa, e di rifugiati lunga la rotta balcanica.

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