TURCHIA: Ankara cambia politica estera, e mette Israele tra i nemici

di Matteo Zola

Israele inserita tra le “minacce per Ankara“. Dopo i fatti della Freedom flottilla, che portarono Erdogan a dichiarare in Parlamento che Tel Aviv deve aspettarsi “gravi conseguenze”, tra Turchia e Israele è ormai rottura definitiva.

La decisione è tutta da ascriversi al governo islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan che, nonostante le forti resistenze dello stato maggiore dell’esercito, ha redatto un dossier che richiama l’attenzione sulla instabilità nella regione causata da Israele e la possibilità che le azioni di Tel Aviv possono condurre i Paesi della regione a una folle corsa agli armamenti.

Il cambio di strategia turco arriva dopo l’aiuto alla spedizione della Freedom Flotilla per Gaza, sfociata il 31 maggio nell’uccisione di nove cittadini turchi da parte dell’esercito di Israele. Al contempo Ankara, che sta portando avanti un complesso percorso di rinnovamento democratico e demilitarizzazione, si è avvicinata diplomaticamente a Iran e Siria.

Il cambio di strategia è sorprendente anche perché – come ha spiegato il sottosegretario alla Difesa, Efkan Ala – Paesi come Siria, Bulgaria, Georgia e Armenia non sono più tra l’elenco delle minacce esterne della Turchia, in ossequio alla politica “zero problemi” con i vicini, varata dal ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu.

Non solo. L’Iran degli Ayatollah, prima visto come una grave minaccia per la Turchia nelle precedenti versioni del documento a causa del suo regime islamico (nemico della laicità alla Ataturk) e il suo controverso piano nucleare, non è più il numero uno delle minacce per Ankara.

Una mossa che darà nuovo fiato a coloro che vedono un pericolo islamico nel nuovo corso della Turchia made in Erdogan. Occorre però dire che, se l’Unione Europea si ostina a voltare le spalle alla Turchia, questa non può che rivolgersi a oriente in cerca di partners diplomatici ed economici. Ankara, inoltre, coltiva il sogno di porsi come Paese guida dell’area turcofona e centroasiatica, specie dal punto di vista energetico.

La decisione di inserire Israele tra i nemici è sorprendente anche perché la Grecia, con cui tradizionalmente ci sono contenziosi aperti sullo spazio aereo e sull’estensione delle acque territoriali dell’Egeo (Atene chiede 12 miglia mentre Ankara resta ferma a 6), è ora vista in toni più concilianti al punto che non viene più inclusa nelle minacce esterne.

Ultima modifica di rilievo riguarda la cosiddetta «minaccia reazionaria», espressione che riguarda (o meglio, riguardava) il pericolo di un ritorno islamistico a minacciare la laicità dello stato fondato 87 anni fa da Ataturk: ora si è optato per un più blando «gruppi radicali che sfruttano la religione». I dubbi sul futuro di Ankara, della sua democrazia, del suo Islam, restano aperti in un così profondo momento di cambiamento. Certo, l’inserimento di Israele tra i “nemici” segna lo smarcarsi della Turchia dalla lista dei buoni e cattivi che Washington propina al mondo. E sottolinea il coraggio della politica estera turca, che non teme le ovvie accuse di antisemitismo che colpiscono chiunque, al mondo, esprima una posizione critica nei confronti della politica di Tel Aviv.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

Leggi anche

TURCHIA: Le amministrative di Istanbul saranno ripetute

La decisione è frutto delle proteste del partito governativo AKP. La reazione del partito oppositore e vincitore a Istanbul, CHP, denuncia un'assenza di democrazia e la presenza di un governo dittatoriale in Turchia.