IRAN: Raggiunto accordo ad interim sul nucleare: pace fatta?

Dopo due mesi di intensi negoziati, nella notte tra il 23 e il 24 novembre è stato siglato a Ginevra un accordo tra l’Iran e i rappresentanti della comunità internazionale che mira a risolvere la controversia sul programma nucleare iraniano. L’accordo preliminare rappresenta solo il primo passo verso un’intesa di più ampio respiro i cui particolari verranno definiti con precisione nei prossimi sei mesi. Non poche le concessioni dell’Iran che, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni internazionali, ha acconsentito a congelare parzialmente i suoi progressi in campo nucleare, permettendo anche un monitoraggio più serrato delle sue attività in molti dei suoi stabilimenti.

In sintesi, la Repubblica islamica continuerà ad arricchire l’uranio al 5 per cento per utilizzarlo come combustibile in reattori nucleari come quello di Bushehr, stabilimento nel sud del Paese, colpito il 28 novembre da un terremoto che ha causato la morte di 8 persone. Dovrà invece interrompere l’arricchimento – e convertire le riserve accumulate finora – di uranio arricchito al 20 per cento, materiale che preoccupa le potenze mondiali perché – se ulteriormente arricchito al 90 per cento – permetterebbe a Teheran di ultimare un ordigno nucleare in tempi relativamente brevi. Gli iraniani si sono impegnati anche fermare l’istallazione di nuove centrifughe per l’arricchimento dell’uranio per sei mesi e a bloccare i lavori al reattore ad acqua pesante di Arak – che durante il suo funzionamento finirebbe per produrre plutonio, offrendo potenzialmente a Teheran una risorsa alternativa all’uranio da destinare a impieghi militari. Infine, l’Iran permetterà maggiori controlli da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) delle attività negli stabilimenti nucleari di Natanz e Fordo. In cambio, i Paesi del cosiddetto P5+1 – formato dai cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza Onu, più la Germania – hanno accettato di revocare parzialmente le sanzioni sulle esportazioni petrolchimiche e sui servizi associati, rimuovendo anche il divieto di commerciare oro e metalli preziosi e sbloccando anche le forniture in alcuni settori come quello del trasporto aereo commerciale. Questo alleggerimento delle sanzioni internazionali dovrebbe permettere a Teheran di recuperare circa 7 miliardi di dollari nei prossimi sei mesi,circa il 7 per cento dei fondi iraniani congelati all’estero.

Si tratta di compromessi non da poco se si pensa che, fino a qualche settimana fa, i negoziati sembravano sopravvivere alla giornata. Infatti l’ultimo incontro di Ginevra, conclusosi l’11 novembre, era finito in un nulla di fatto a causa -da una parte- dell’intransigenza francese sulla questione del reattore di Arak, e -dall’altra- dell’ostinazione iraniana a vedere riconosciuto ufficialmente il proprio diritto a sviluppare un programma nucleare civile. Inoltre, a pochi giorni dall’ultimo round dei negoziati, la Guida suprema Ali Khamenei, che ha l’ultima parola su ogni questione politica iraniana, si era abbandonato a un’invettiva sprezzante contro Israele – definito “cane rabbioso del Medio Oriente” – facendo temere che l’Iran ricadesse nella spirale delle recriminazioni sterili che avevano caratterizzato la retorica politica iraniana degli ultimi anni. Parallelamente, negli Stati Uniti, il segretario di Stato John Kerry si stava affannando per impedire ad un nocciolo duro di conservatori di far approvare nuove sanzioni contro l’Iran, che avrebbero incrinato definitivamente le prove di dialogo tra Teheran e Washington.

Nel post-Ginevra, tuttavia, Khamenei ha recuperato un linguaggio più accomodante, congratulandosi con il presidente Hassan Rouhani e definendo l’accordo raggiunto “una base per ulteriori saggi sviluppi”. Questa conquista rafforza la posizione interna di Rouhani, la cui retorica moderata gli ha permesso di farsi portatore di un “nuovo corso” iraniano, assumendosi la responsabilità politica di un’intesa che, se implementata, permetterà all’Iran di uscire dall’isolamento internazionale in cui era sprofondato durante gli otto anni dell’altezzosa amministrazione di Mahmoud Ahmadinejad.

In Iran la notizia dell’intesa è stata accolta con entusiasmo da gran parte della popolazione, che in questi anni ha pagato il prezzo più alto delle sanzioni internazionali, e migliaia di iraniani hanno accolto il ministro degli Esteri Javad Zarif a Teheran. Ma, già a pochi giorni dalla diffusione sui giornali dei contenuti di questo accordo, in Iran sembra già essere nata una polemica sulla versione pubblicata sul sito ufficiale della Casa Bianca. Oggi il pericolo che gli sforzi negoziali deraglino dietro gli strattoni dei conservatori resta, soprattutto considerando l’opposizione di Israele e Arabia Saudita. Il primo ha già definito l’accordo un “errore storico”, la seconda teme un riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran, suo principale avversario regionale. La “strana coppia” Tel Aviv – Riyad rifiuterà qualsiasi soluzione che non smantelli completamente il programma nucleare iraniano, opzione al momento irrealistica, e sarà pronta a soffiare sul fuoco qualora il dialogo tra le parti dovesse rallentare.

Il tutto è complicato dalla drammatica situazione nel teatro siriano, dove l’Iran – attraverso l’alleato libanese Hezbollah – appoggia indirettamente il presidente Bashar al-Assad, ed è per questo stato vittima di un recente attentato contro la sua ambasciata in Libano. L’accordo di Ginevra non è quindi un punto di arrivo, ma piuttosto un banco di prova per una nuova relazione tra Iran e Stati Uniti che potrebbe poi avere ripercussioni sull’intricato sistema delle alleanze mediorientali.

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